I nomadi siamo noi
Giuseppe Aragno - 02-07-2008
Maroni lo sa, ma finge di ignorarlo. Lo sanno le bande leghiste e i sedicenti deputati, sistemati in Parlamento dai segretari di partiti ormai apolitici in virtù di una legge che nega agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti. E' noto a tutti: buona parte dei figli di mafiosi e camorristi - muschilli, pusher e picciotti - quasi sempre italiani, frequentano la scuola poco e male e, fin dalla nascita, sono educati dai genitori all'esercizio della violenza, al furto, allo scippo, alla rapina e ad un totale disprezzo della legalità.
Fino a prova contraria, viviamo in una democrazia e ognuno ha diritto di parola. Anche Berlusconi e Maroni. Un diritto che gli va riconosciuto anche quando sostengono che la scelta ripugnante di schedare i bambini rom, prendendo loro persino le impronte digitali, è dettata solo da inaccettabili finalità "protettive". Esprimere opinioni è un diritto e un governo può legittimamente credere che una politica intesa ad assicurare una non meglio definita "tutela dell'infanzia" chieda al Paese di rinunciare al sistema di valori su cui fonda la convivenza civile, di accettare che la "protezione" non passi più per la scuola, l'integrazione, la sicurezza economica delle famiglie e la solidarietà sociale. D'accordo. Tutto questo è aberrante, ma è il frutto di una opinione.
Maroni ne è convinto, o almeno finge di esserlo. Dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione, non c'è giorno in cui non sostenga che siamo di fronte ad una dolorosa e inderogabile necessità di sicurezza: sicurezza di bambini rom, sicurezza nostra, sicurezza ad ogni costo, anche quello di smantellare assi portanti di una società i cui principi affondano le radici nel secolo dei lumi e della rivoluzione francese. Cancelliamo l'universalità dei diritti, l'uguaglianza dei cittadini al cospetto della legge, la natura assolutamente soggettiva della responsabilità legale, sostiene Maroni, e saremo tutti sicuri e tranquilli. D'accordo, fingiamo che sia vero: la scelta è vergognosa, ma ha scopi onesti e confessabili. A questo punto, però, Berlusconi e il suo Governo trovino modo di rassicurare la democrazia laica e la pietà cattolica e spieghino al Paese per quale misterioso motivo non hanno pensato di schedare - e sottrarre eventualmente alla patria potestà - anche, e prima di tutti, i figli dei nostri delinquenti abituali. Spieghino, se ne sono capaci, e lo facciano subito. Sebbene non siano ancora molti a sentire per questo governo una ripulsa forte e fortemente motivata, tutto ha un limite. Marco Revelli sbaglia a fare paragoni col passato: certo, Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni 'genetiche', ma per ragioni 'pratiche'" (1). Ma che senso ha? Scegliendo i rom e lasciando fuori gli italiani, Maroni sceglie consapevolmente la via della discriminazione razziale: una via in cui i discriminati sono razzialmente inferiori per definizione. Tanto basta e non serve tirare fuori Goebbels o Rosemberg, il razzismo biologico, quello italico o magari brianzolo. Il razzismo è sempre uguale a se stesso,
Certo, l'indigenza economica e la disgregazione sociale di strati sempre più larghi di una popolazione esposta ad una gestione tecnocratica dei processi di globalizzazione, si traducono fatalmente in miseria morale. E non c'è dubbio: l'abbrutimento dei cittadini è il maggior puntello di ogni avventura autoritaria.
Rimane, tuttavia, una coscienza critica che vive e si organizza. Oggi noi che ci opponiamo siamo davvero stranieri in patria. Noi siamo già fuorusciti. Noi siamo i veri nomadi, noi che non abbiamo ormai più casa e terra, noi che sin da oggi diciamo con decisione e sofferenza: mi rifiuto.
Si avvicinano tempi bui. Difendere la democrazia ci costerà da oggi fatica e sofferenza. Ma è già accaduto. Abbiamo dalla nostra i secoli della storia e un diritto inalienabile alla resistenza. Sono passati oltre due secoli da quando i francesi insegnarono al mondo una verità scritta col sangue, che non teme smentite: "quando un governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri"(2).
Non siamo molti, è vero, ma non partiamo da zero. La lezione di Rosselli è un faro che non si spegne: la lama fascista che ne spezzò la vita rese invincibili le sue idee. E fu profeta: "non vinceremo subito, ma vinceremo".

1) Marco Revelli, Retoriche del disumano, il Manifesto 29 giugno 2008.
2) Articolo 35 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, così come fu formulato nella Costituzione francese del 1793, giustamente considerata come il momento più alto dell'elaborazione del pensiero democratico della Francia rivoluzionaria.



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