Erga omnes, ovvero dell'universalità dei principi giuridici
Cosimo De Nitto - 28-06-2008
Nell'articolo su scuolaoggi.org dal titolo "Punto di partenza: il diritto alla prestazione dell'alunno" gli autori hanno citato un passaggio del ragionamento che sviluppo in "C'è merito e merito" da ItaliaOggi, anche se glielo avevo personalmente inviato e non l'hanno pubblicato. Il sito è diretto da loro ed hanno pieno diritto a pubblicare ciò che ritengono in linea con la propria politica editoriale.
Così pure hanno diritto di citare chi credono nei loro articoli.
Avendo, però, ripreso della mia riflessione solo la parte in cui sembra che attacchi direttamente la non-competenza del ministro Gelmini, e tenendoci i nostri evidentemente molto alla sua difesa, posso precisare:

- la non-competenza del ministro, è detto espressamente, c'entra in quanto viene richiamata l'universalità del principio giuridico. Cioè, meritocrazia significa, alla lettera, governo dei competenti, che meritano proprio perché competenti. Questo principio, mi limito ad affermare, se deve valere per gli insegnanti deve valere per tutti, anche per i ministri, dirigenti scolastici, dirigenti d'azienda ecc. ecc. Oppure ci sono delle eccezioni?
Ci sono, eccome, delle eccezioni, come dimostrano le telefonate tra Berlusconi-Saccà-De Angelis e compagnia bella pubblicate in questi giorni sull'Espresso. Il problema è che tutti dovrebbero, se potessero, far parte delle eccezioni, ma c'è chi può e chi non può. Alla faccia dell'erga omnes!
Gli insegnanti non possono.
E' vero, essi sono stati assunti con un meccanismo farraginoso e perfettibile, ma un curriculum di studi universitari, un'abilitazione, un'anzianità di servizio, titoli di specializzazione, corsi di formazione e aggiornamento, tirocinio ecc. essi a male e bene ce l'hanno. Giuridicamente, oltre che moralmente, titoli ed esami sono sempre più validi costituzionalmente e preferibili rispetto ai favori concessi e ricevuti in base alle misure di seno-vita-bacino (penso sempre alla volgarità delle telefonate di cui sopra), oppure alle simpatie e agli apprezzamenti di un dirigente scolastico, il cui ruolo ormai sembra privilegiare ben altre competenze rispetto a quelle pedagogiche e didattiche di antica memoria.
Che poi bisogna cercare di fare sempre più e meglio, questo è un altro discorso.
Che la scuola nel suo complesso debba rispondere con sempre maggiore efficacia all'emergenza educativa e alle sfide della globalizzazione, questo è un altro ulteriore discorso.
Le "prediche" vanno bene, ce le dobbiamo fare tutti, sempre; purché nessuno abbia la presunzione di mettersi su un "pulpito".

- cari Gandola e Niccoli, nessun preconcetto verso la Gelmini. La mia opinione "politica" su di lei, come ministro della Pubblica Istruzione, non sarà dettata da quanti trattati sulla scuola avrà scritto (soprattutto di docimologia! L'ironia evidentemente non è stata compresa), ma dalla capacità dimostrata di "sentire" e "capire" la scuola. Di stimolarla, ma tutelarla e difenderla allo stesso tempo. Di organizzarla bene, sostenendola con le risorse necessarie a farle fare quel salto di qualità richiesto dal mondo attuale.
Il mio giudizio politico dipenderà dalla "autonomia" che lei dimostrerà all'interno del governo e tra i suoi consiglie/ori.
Se però, come è accaduto, lei strombazzerà il merito e la qualità nella scuola, mentre prepara e sostiene tagli che distruggono ogni minima speranza di miglioramento, allora la mia onestà intellettuale di docente, che crede nel valore della scuola, mi porterà a criticare lei e il suo governo.
Non sarei contro il merito, al contrario, se a tutti, a partire da coloro che non hanno santi in paradiso, venisse data la possibilità di guadagnarselo onestamente con il proprio lavoro e con le proprie capacità. Sono contrario, però, a che lo si impugni come una bandiera (depistaggio ideologico) per coprire un devastante attacco alla scuola pubblica. Sulle macerie (della scuola) non può nascere un fiore (il merito).
Il titolo dell'articolo di Gandola e Niccoli recita: "Punto di partenza: il diritto alla prestazione dell'alunno"
Non so francamente chi potrebbe negare il diritto alla "prestazione" dell'alunno. Nemmeno i più vetero trinariciuti comunisti penso che potrebbero sostenere una cosa del genere. Ritengo si voglia indicare piuttosto il diritto degli alunni all'eccellenza, al merito. Comunque, al di là dello stesso termine "prestazione" che (col suo sinonimo performance) suscita richiami semiotici che poco rappresentano ed interpretano l'oggetto in questione, il rendimento scolastico, ritengo che il punto di partenza, prima del diritto, sia quello di garantire a tutti le condizioni di fruizione del diritto stesso. Allora applicando il dettato della Costituzione diamo a tutti pari opportunità, poi premiamo pure, e giustamente, il merito e l'eccellenza.
Il merito e l'eccellenza come tutti i principi astratti, possono essere diversamente interpretati e applicati. Su questo si discute e ci si confronta. Senza pregiudizi. Anzi con un solo pre-giudizio: chi valuta e sancisce deve avere credibilità, altrimenti commette un atto autoritario, discriminatorio.
Se il governo attuerà il decreto finanziario per la parte relativa ai pesantissimi tagli alla scuola, non avrà autorevolezza e non sarà credibile; pertanto ogni volta che parlerà di merito, meriterà un impertinente sberleffo. Anche se chi glielo dedica crede autenticamente al merito come frutto di lavoro, alto senso del dovere professionale, capacità, competenze faticosamente acquisite sul campo.

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Url degli articoli citati:
http://www.retescuole.net/contenuto?id=20080619214706
http://www.scuolaoggi.org/index.php?action=detail&artid=3857


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