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Giornata Mondiale per l'eliminazione del Lavoro infantile
Giocondo Talamonti - 12-06-2008
Il progresso sociale, economico del mondo non impedisce che 400 milioni di bambini siano schiavi del lavoro.
E' una verità scomoda che cerchiamo in tutti i modi di nascondere, ma esiste. Non c'è peggiore vergogna che assistere inermi allo sfruttamento minorile. Prenderne coscienza in questa "Giornata mondiale per l'eliminazione del lavoro minorile", non significa solo manifestare il nostro personale sdegno, ma restituire dignità a tante piccole vittime dell'ignoranza, del degrado, ma anche della povertà assoluta.
La crescita evolutiva, a qualsiasi latitudine, ha bisogno del gioco come forma di socializzazione, e non solo fra gli uomini. E' così diffuso il concetto fra le specie animali da costituire un esempio per tutti gli esseri viventi. Esempio ignorato e sacrificato agli interessi materiali. Tutti siamo coscienti del fatto che molti prodotti d'uso quotidiano escono da catene di produzione che vedono predominare il lavoro minorile per contenere i prezzi. Li acquistiamo storcendo il naso, ma li acquistiamo. Questo atteggiamento è un atto di complicità che offende la dignità di chi non può difendersi, che acuisce sentimenti di odio nei confronti di chi sfrutta e condanna l'intera umanità al più spregevole delitto sociale: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Nelle civiltà più evolute, il fenomeno è abbastanza contenuto, mentre dilaga nelle realtà economiche disastrate dell'Asia e dell'Africa. Solo poco più di cento anni fa la presenza di lavoratori minori era consuetudine legalizzata. I bambini guadagnavano metà delle donne che, a loro volta, percepivano uno stipendio ridotto, rispetto agli uomini. Le ore di lavoro giornaliero non erano mai inferiori a dieci, causa principale di tanti morti sul lavoro e di disperati suicidi.
La conquista dell'uomo, i suoi progressi tecnologici, i suoi avanzamenti economici, la consapevolezza di appartenere ad un progetto culturale non limitato dal colore della pelle dei protagonisti, né della loro religione e, soprattutto, del censo, non possono essere mortificati dal gesto ignobile dello sfruttamento dei minori.
Questa giornata sia utile a dar vita a propositi individuali di lotta contro questa piaga e a restituire ad ogni piccola vittima il nostro sentimento di solidarietà e di impegno civico per la loro dignità perduta.

L'Assessore alle Politiche del Lavoro del Comune di Terni
Ing. Giocondo Talamonti


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 ilaria ricciotti    - 14-06-2008
Non c'è cosa più triste che vedere un bellissimo fiore sfiorire e poi, pian piano, morire.
Non c'è cosa più aberrante che sapere e non poter far nulla di incisivo per cancellare atti disumani che certi individui compiono nei confronti di esseri umani, indifesi ed appena sbocciati alla vita.

 Lucio Garofalo    - 14-06-2008
E, sempre a proposito di lavoro infamante, pubblichiamo qui un'altra forma di denuncia. Red

L'inferno della classe operaia, ovvero la guerra contro i lavoratori

La sicurezza sul lavoro dovrebbe essere posta prima di ogni altro tipo di sicurezza

L'ennesima strage di lavoratori si è consumata in Sicilia, dove sei operai che lavoravano nel depuratore consortile di Mineo, in provincia di Catania, sono deceduti mentre pulivano una vasca. Gli operai sono morti asfissiati a causa delle esalazioni velenose e sepolti sotto una colata di melma. Hanno rinvenuto i loro corpi stretti in un abbraccio, nell'estremo tentativo di salvarsi. Una fine orribile e impietosa. L'episodio rievoca immediatamente la strage all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino, dove morirono altri sette operai. "Basta con le stragi sul lavoro", ha esclamato il presidente Giorgio Napolitano. Gli hanno fatto eco il capo del governo e il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, esprimendo "sdegno", "lutto" e "cordoglio alle famiglie". I soliti sepolcri imbiancati del sistema politico hanno pronunciato le classiche, retoriche frasi di circostanza, tenute in serbo e pronte all'uso in occasione delle "tragiche fatalità", quando ormai è troppo tardi e sono obbligati ad occuparsi delle difficili e precarie condizioni (di sicurezza ambientale, anzitutto) in cui sono costretti a lavorare gli operai italiani. Eppure, gli omicidi bianchi, le stragi sul lavoro sono all'ordine del giorno. Invece, le priorità segnate nell'agenda politica dell'attuale governo sono le intercettazioni telefoniche, la sicurezza urbana, gli immigrati, infine i presunti "fannulloni" che si anniderebbero nel comparto della Pubblica Amministrazione. Finte "emergenze" costruite ad arte per assecondare e favorire una politica di pura demagogia populista, finalizzata al consolidamento e alla conservazione del consenso, quindi del potere.

Cifre inoppugnabili

Il lavoro manuale, quello costituito dalle mansioni produttive svolte nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri, sulle strade, nei campi, il lavoro sfruttato, umiliato e bistrattato da sempre nei luoghi della produzione materiale, è ormai un lavoro assassino. Infatti, l'impressionante bilancio degli omicidi bianchi (così definiti proprio perché recano responsabilità precise) è un vero e proprio bollettino di guerra. Si calcola che in Italia gli infortuni mortali sul lavoro (che non sono ascrivibili e riconducibili a semplici "fatalità casuali"), mi riferisco a quelli ufficialmente registrati, superano in modo raccapricciante le cifre dei decessi causati dal conflitto militare in Iraq.
Se non bastasse l'evidenza, ci sono sempre i dati statistici a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso una vera e propria guerra. Le stime dell'Inail rivelano che gli omicidi bianchi riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. Così come continua a salire il numero degli incidenti non mortali. In Italia, ogni anno - rivela l'Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro - si conta all'incirca un milione di infortuni; di questi, oltre 30.000 procurano invalidità permanenti. Questi sono soltanto alcuni numeri.
Pertanto, le "morti bianche" vanno battezzate con il loro giusto nome, cioè “omicidi bianchi”, in quanto esiste sempre qualcuno che non ha fatto tutto ciò che doveva e poteva per evitare quella morte o quell’incidente, esiste sempre una responsabilità precisa che andrebbe ricercata, e non si tratta quasi mai di una tragica fatalità. In sintesi, le stragi sul lavoro sono riconducibili ai seguenti ordini di causalità: il costo e la logica del profitto economico privato e del mercato, l'inasprimento delle condizioni di sfruttamento del lavoro in fabbrica e l'incremento del lavoro straordinario. In altre parole: la crescente precarizzazione delle condizioni di sicurezza (ambientale, economica, salariale, sindacale e sociale) dei lavoratori. Dunque, il vero problema è il sistema dello sfruttamento capitalistico.

Proletariato precarizzato

Le politiche di liberalizzazione e privatizzazione selvaggia messe in pratica da tutti i governi che si sono avvicendati negli ultimi anni, di centro-destra e centro-"sinistro", procedono senza sosta sebbene aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio degli interessi dei grandi potentati economici multinazionali, delle banche e delle società finanziarie, del mercato globale a discapito dell’economia e del lavoro. Benché sia ormai evidente che in Italia il capitalismo privato non sia stato in grado di sostituire la proprietà pubblica senza svendere, truffare e speculare. La vicenda della Telecom serve a dimostrare la catastrofe industriale delle privatizzazioni. Fino a che non si riconoscerà che quel processo è stato infausto e controproducente, che ha dissipato molta più ricchezza di quella che ha recuperato e prodotto, non ci saranno speranze di crescita e di sviluppo nel paese. D'altro canto, questa tendenza è confermata da nuove svendite e nuove privatizzazioni di aziende e beni pubblici, con il rischio della loro distruzione, mentre l’Alitalia è messa all’asta per essere svenduta. A questa logica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni è necessario opporsi con forza per contrastare la deriva irrazionale e devastante che rischia di affossare e rovinare l'economia e il lavoro in Italia. Imprese e mercato, competitività, produttività e profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali. Essi hanno sempre definito interessi, affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Invece, oggi tali interessi privati vengono esibiti ed imposti come il bene comune della società. Al contrario, gli interessi e i diritti dei lavoratori sono rappresentati come vantaggi e privilegi riservati ad una ristretta minoranza. La contraddizione centrale, insita nell'odierna società borghese, è ancora quella che contrappone l'impresa e il mercato capitalistico al mondo del lavoro. Un conflitto reale e violento, che è all'origine della sanguinosa guerra condotta contro i lavoratori, di cui le stragi e gli omicidi bianchi sono solo una delle conseguenze più tragiche ed eclatanti. A nulla è valsa la politica di concertazione sindacale e di patto sociale che, intrapresa alla fine degli anni Settanta, ha portato all’accordo del luglio 1993. A quella politica è necessario opporsi con forza sulla base degli effetti assolutamente nefasti e disastrosi che ha arrecato al mondo del lavoro.

Le priorità del governo

Invece, nell'agenda politica dell'attuale governo e della (dis)informazione di regime, la drammatica emergenza quotidiana della sicurezza sui luoghi di lavoro è stata soppiantata da altre priorità come il tema della sicurezza urbana e sociale, contornato e infarcito da elementi di xenofobia e securitarismo razzista e classista, e collegato strumentalmente al fenomeno dell'immigrazione"clandestina". Certo, bisogna rammentare che la radice storica degli stati nazionali borghesi, sorti nell'età moderna e sviluppatisi in massima parte nel 1800 (non a caso definito il "secolo del nazionalismo"), affonda in quella sorta di "contratto sociale" che dovrebbe garantire la "sicurezza privata" dei singoli cittadini e (soprattutto) la tutela e la sicurezza della proprietà economica privata della borghesia. Vale a dire la tutela e la sicurezza dei profitti economici dei gruppi capitalistici industriali. A scapito, inevitabilmente, della sicurezza e della tutela degli interessi salariali e dei diritti sindacali delle classi lavoratrici.