La roccia dell'indiscutibile
Gianni Mereghetti - 04-08-2002

Dal Corriere della Sera, Emanuele Severino, 30 luglio 2002

La risurrezione non è la prova di Dio

"L e religioni monoteiste sono oggi coinvolte da guerre di cui sono ispiratrici e vittime. Una guerra più profonda di queste, visibili, si combatte tra la volontà di servirsi della religione per interessi economici
e la volontà di servirsi dell' econo mia per interessi religiosi. D' altra parte, se l' economia va incontro ai bisogni del corpo (soprattutto per i quali scoppiano le guerre), il supremo bisogno del corpo è di liberarsi
dalla propria debolezza e corruttibilità e, vincendo la morte, vivere in eterno. E la fede nella risurrezione dei corpi condivisa da tutte e tre le cosiddette religioni monoteiste (per l' ebraismo penso a Giobbe ed
Ezechiele) non esprime forse questa suprema istanza «economica»? Sebbene Paolo condanni l' economia che si serve della religione e la «gente che
crede la pietà strumento di guadagno», anch' egli si muove all' interno di quella superiore «economia». La teologia parla appunto di «economia della salvezza». Ma, quanto maggiori sono le speranze suscitate dalla fede nella risurrezione, tanto più ponderati debbono essere i pensieri. Questo invito non ha nulla a che fare con l' atteggiamento, oggi sempre più diffuso, che
intende ridurre il senso dell' uomo alla vita terrena. Al contrario, la fede nella risurrezione della carne è ancora troppo terrena e riduttiva. L' uomo sta infinitamente al di sopra della condizione, apparentemente felice, di chi può risorgere dopo la morte. Per comprender questo, bisognerebbe
scorgere che anche quella fede dipende dal senso che vien dato al «divenire» e alla morte degli esseri; ed è innanzitutto sul senso che l' Oriente e l' Occidente hanno assegnato al divenire e alla morte che
bisognerebbe far luce. Tuttavia la ponderazione alla quale invitiamo si limiterà qui a un' osservazione molto più accessibile e circoscritta. Per il cattolicesimo la risurrezione di Gesù è la prova definitiva e decisiva della sua divinità. Paolo dice inoltre che senza la risurrezione di Gesù
sarebbe vana anche la fede nella risurrezione dei morti. Anche per altre religioni il Dio (Osiride, Dioniso, Tammuz, Baal) muore e risuscita. Ma già
Zarathustra e i filosofi greci avevano pensato la risurrezione di tutti i morti. Tutti i viventi, dice Eraclito (fr. 88), tramutandosi di ventano i morti, e a loro volta i morti si tramutano e diventano i viventi. Il mondo
stesso è un accendersi e uno spegnersi per accendersi di nuovo. Il mondo è divino, ma la risurrezione appartiene all' essenza di ogni cosa, non è il privilegio di un a realtà particolare in cui si voglia vedere la presenza di un Dio. Da parte nostra diciamo che sulle spalle della risurrezione di Gesù si è voluto caricare un peso che essa non può reggere. Si ammetta pure che Gesù sia risorto. Ma se dalla sua risurrezione segue certamente che egli ha avuto una sorte eccezionale, non segue però ancora che egli sia
Dio, cioè quell' Essere eterno, creatore e salvatore del mondo a cui pensa il cristianesimo. Le «leggi della natura» oggi note possono cedere il pass o ad una diversa legislazione dove i corpi dei morti ritornano vivi sulla terra. La fede nella risurrezione di Cristo ha incontrato grande resistenza nella cultura occidentale. Ma ciò significa che anche questi avversari del
cristianesimo hanno dato all' evento della risurrezione un' importanza esorbitante, vedendolo gravido di conseguenze che invece da esso non possono scaturire. La cultura del nostro tempo può cioè concedere che Gesù sia risorto senza trovarsi costretta a riconoscere che egli sia Dio. Per il
cattolicesimo è Cristo stesso, insieme al Padre e allo Spirito Santo, a far risorgere la propria carne. Ma se questa tesi intende fondarsi sulla fede nella risurrezione di Gesù, non può trovare in essa quanto gli occorre. Sul versante opposto si suol dire che la risurrezione dei morti è inverosimile e non ha alcun riscontro scientifico. Ma si può rispondere che la verità
non ha bisogno di essere verosimile e che infinite sono le cose ignorate dalla scienza. Con obiezioni di quest o tipo si rimane cioè alla superficie
del problema. Si va invece verso il fondo quando si scorge che, anche se l' evento straordinario della risurrezione di Gesù (e in generale dei morti)
si fosse realizzato (o si realizzasse) per davvero, rimarrebbe ancora interamente da spiegare perché il protagonista di tale evento debba essere Dio: perché debba essere Dio ciò che la conoscenza attuale dell' uomo non riesce a spiegare. Si ammetta pure - dicevo - che la risurrezione di Gesù sia «veramente» acc aduta, cioè sia, come vuole la teologia cattolica, una «verità storica». Per il credente tale «verità» sarà un «motivo» per aver fede nella divinità di Gesù. Non potrà tuttavia mai essere un motivo così cogente da trasformare il contenuto della sue fede in una verità
assolutamente innegabile. Una «verità storica» non è infatti la verità nel senso pieno e autentico, cioè la verità come incontrovertibilità assoluta.
Una «verità storica» - già Agostino lo sapeva -, è soltanto un' ipotesi, un' interpretazione, una fede; sorretta sì da «motivi» che sono per lo più assenti nelle fantasie arbitrarie, ma che possono essere pur sempre considerati insufficienti. Chi ammette le «verità storiche» - la «verità storica» della risurrezione di Cristo - non si appoggia sulla pura roccia dell' indiscutibile, ma rimane all' interno della fede - e dell' incertezza che accompagna ogni fede"



Da Abbiategrasso, Gianni Mereghetti, 3 agosto 2002

Che cosa prova la resurrezione di Gesù Cristo?

Carissimo prof. Severino,
in un articolo lei sostiene che la verità storica della resurrezione di Cristo "rimane all'interno dell'incertezza che accompagna ogni fede". Questa contrapposizione evidenzia la sua difficoltà a concepire la fede, non dico ad averla, ma almeno a sapere di che si tratta: infatti per lei l'unica certezza è quella della filosofia, intesa, e questo è il dramma, come procedimento logico del suo pensiero, mentre ogni altra forma di conoscenza lei la butta nella buia cantina del dubbio. Carissimo prof. Severino, io non sono in grado di dialettizzare con lei a livello della logica, sono un povero insegnante, ma di una cosa sono certo, ossia che la realtà insegna un'altra cosa rispetto a quello che lei propaganda. La realtà infatti ci mostra che sono diversi i procedimenti della ragione, per cui se non fa parte della logica-dimostrativa severiniana che Cristo sia risorto, non significa che sia falso. Dunque che Cristo sia risorto è storicamente vero, perchè vi sono uomini che lo hanno constatato, ma allora la questione che si pone non è il dubbio su come sia potuto accadere, ma chi sia mai un uomo che muore e poi risorge. Un mago? Un illusionista? O non forse quello che Lui stesso ha detto di sè? Ovvero il Figlio del Dio vivente.

Lei non si pone questa domanda, chi sia mai Gesù Cristo, anzi prima ancora di chiederselo rifiuta una risposta, quella della sua natura divina. Come minimo questo atteggiamento esprime una chiusura della ragione, che invece nella sua posizione originaria è aperta a tutte le possibilità, anche a quella che Cristo sia Dio. Lei, in modo coerente alla mentalità dominante, esclude a priori questa possibilità, perchè dovrebbe ammettere un Dio che, togliendosi dalla sua assoluta purità, si sporca le mani, intervenendo a modificare la realtà concreta del mondo. Tutto sarebbe possibile, fuorchè una simile contaminazione, tanto che lei, probabilmente, ci starebbe persino ad ammettere che Cristo sia divino, ma non perchè risorge.

Quante complicazioni, caro prof. Severino, quando sarebbe più semplice guardare a ciò che accade! Ossia ad un uomo che si è dichiarato Figlio di Dio e lo ha rivelato in modo compiuto risorgendo, e forse ancor di più rimanendo presente dentro il mondo. Del resto è questa la bellezza del cristianesimo!

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 simone marinangeli    - 25-01-2006
Cio a cui non si può accedere é ciò che non è. Questa è la conclusione a cui "credo" giunga la filosofia di Severino. La Maddalena si accinge a sfiorare il corpo del Cristo risorto ma viene fermata da Gesù stesso, Lei non ha bisogno di toccarlo, non ha bisogno della "verità storica"; lei lo ha riconosciuto nel momento stesso in cui la chiamava per nome e dunque non crede ma si impone la verità del cuore.
Di fronte a Tommaso Cristo si rende tangibile, si pone all'interno del sensibile e il discepolo si prostra chiamandolo "mio Dio e mio Signore". Tommaso Ha creduto di poter assurgere alla verità, dall'ombra del dubbio è entrato nella "luce della storia", ma la verità storica è, come dice Severino e Agostino solo un'ipotesi, non si rende per se stessa divina. Il prostrarsi di Tommaso sembra quasi frutto di un calcolo il cui risultato é l'elemento a cui la logica aristotelica dovrà rispondere:" finche non metto le mani sulle piaghe non crederò". Una fede risolta ad equazione non è fede ma è violenza e sopruso alla verità perchè non può attestare niente di veritiero all'interno della dicotomia dubbio-fede, all'interno del divenire e della sua inprevedibilità, all'interno della follia. " Beati coloro che pur non avendo visto 'crederanno' ". Cristo-Amore vive e non è mai morto, Cristo -Risorto attende l'uomo.