Lettera aperta a Marco Lodoli
Gianni Mereghetti - 23-11-2007
Carissimo Marco Lodoli,
ho letto il suo articolo "Quando gli studenti ci danno una lezione" nel quale riporta l'analisi di un suo studente sulla società e sulla scuola con una sua riflessione conclusiva. Le confesso che il tutto mi ha lasciato una profonda tristezza, forse che il nostro impegno educativo finisca in grandi e superdettagliate analisi su come la società uccida il desiderio? Spero proprio che possiamo, io e lei, tentare qualcosa di meglio, altrimenti faremmo crescere non solo dei disperati, ma con in più la coscienza lucida di esserlo. Meglio allora che i nostri studenti si stordiscano dietro le soddisfazioni che la società confeziona appositamente per loro.
Io sono convinto che non ci sia ragione per andare ogni mattina in classe e stare con lo sguardo fisso ai nostri studenti se non perché portiamo qualcosa che corrisponda ai loro desideri. Le faccio un esempio, certamente non di valore come il suo, ma forse anch'esso significativo. La scorsa settimana ho partecipato ad uno dei riti più insulsi cui la scuola ci obbliga, i Consigli di Classe. E' stata un'esperienza amara - devo confessarle che una notte non ho dormito per la tristezza! - passare da un fallimento all'altro, non riuscendo a smuovere di un centimetro il moralismo purtroppo dominante - quello di chi crede che imponendo alcune regole di buona educazione si riesca a generare negli studenti l'amore allo studio! -.
Arrivato all'ultimo Consiglio non ne potevo più che finisse! Se non che, dopo le solite analisi di noi insegnanti, uno studente si è alzato e, senza prendere in considerazione i difetti messi in campo da noi prof, ha detto: "Beh! A me quest'anno venire a scuola piace, ciò che si fa è bello, mi interessa". Ho sentito un contraccolpo, ho alzato lo sguardo che ormai aveva chiuso i battenti, e ho ringraziato quello studente, che non aveva fatto nessuna analisi, ma aveva messo in gioco il suo cuore, per il semplice motivo che è dall'inizio dell'anno che lo fa. Questa a me pare la scuola, un'occasione per l'umano - che è in tutti -, per ridestarlo ogni volta più intensamente, il che non accade perché lo si progetti, ma perché uno ha a cuore il suo desiderio e lo gioca in quello che vive. Sì, quel ragazzo mi ha dato una lezione, stare alla profondità della sua sfida, che insegnare c'entri con la bellezza della vita, con la sua positività, questo mi interessa!

Gianni Mereghetti
Insegnante all'IIS Bachelet di Abbiategrasso


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 Repubblica    - 23-11-2007
Quando gli studenti ci danno una lezione.



A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.

Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».

Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».

Marco Lodoli