Tra Pavia e la Cecenia
Vincenzo Andraous - 03-09-2007
SCEMPIO E IMBARAZZO ALLA SNIA DI PAVIA

In questo periodo di risparmi che non ci sono più, di difficoltà ad arrivare a fine mese, di disagi relazionali, sociali e politici, moltiplichiamo per dieci la nostra insofferenza per quanto siamo costretti a sopportare non condividendone l'assunto.
Non si riesce a dire che siamo ormai troppi, in quest'italietta del pago per due e ne prendo tre, senza ricevere di contro umiliazioni o sberleffi.
Non si riesce a esprimere un pensiero comune per questa inondazione di multiculturalità a basso prezzo, se ne ricava la sensazione di non essere più in grado di sentirci italiani in casa propria, italiani con orgoglio, con il dubbio di non possedere più il diritto di affermare quel che si pensa, a esempio sul problema della densità, delle sempre nuove presenze, sulla logica dello sviluppo, senza per questo correre il rischio di essere etichettato come "razzista".
Ma cosa c'è di male ad avere timore di qualcosa, a esprimere preoccupazione per ciò che non si comprende, soprattutto a non condividere ciò che non intende essere civile, solidale, emancipato.
Nella città di Pavia, come del resto in altre sparse per la penisola, vi sono realtà indescrivibili, sprazzi di inumana sopravvivenza, agglomerati urbani che nulla hanno da spartire con i principi universali dell'accoglienza e della promozione umana.
Vi sono permanenze subumane che si protraggono nei tempi, di volta in volta più numerose, di volta in volta meno comprensibili e quindi accettabili.
Esistono situazioni di inciviltà tali che non possono autorizzare alcuno a spendere parole di rimando, arzigogolate di speculazioni filosofiche, quando l'urgenza sta alla necessarietà di un intervento determinato e non più rinviabile, per porre fine allo scempio e all'imbarazzo di una intera città, la quale non abbisogna dei soliti acquartieramenti alla prima linea delle ideologie, ma di una cooperazione fortemente presente e compatta, per riuscire finalmente a demolire architetture sgangherate e pericolanti, divenute rifugio di persone relegate in un angolo, per l'incuria di qualcuno che......nei secoli ha lasciato fare.
Aree fuori controllo come quella della SNIA di Pavia, sono dimensioni intollerabili, perfino la com.....passione fa resistenza a ergersi diritta.
Non possono bastare le solite accuse-giustificazioni a destra e a sinistra, per dare un nome al carico di irresponsabilità politiche che hanno creato innominabili recinti chiusi con il conseguente indotto di illegalità.
Decenni sono trascorsi nel gioco del salto alla cavallina, allora di fronte alle miriadi di risposte, ai veri interrogativi mancanti, sarebbe bene non porre ulteriori vincoli alla provvidenza pressoché ridotta allo stremo.
Occorre evitare le parole valigia, speculazioni su chi lavoro non ne trova, ma pomodori non intende raccoglierne.
Sarebbe bene formare insieme lo sbarramento all'incultura, ancora insieme atterrare quello spazio reso impraticabile alla vita ( i piani regolatori possono essere modificati dalla unanimità alla giusta causa), sempre insieme consegnare forza e decisione partecipata a quella autorità che finalmente s'è addossata l'onere del fare, baipassando la comodità delle tante parole che non dicono niente, per evitare ancora una volta di non fare niente.

UNA PARTE DI MONDO BRUTALMENTE MUTILATO

Accedere a internet, viaggiare e cambiare sistematicamente percorso appare come una liberazione, perché c'è sempre la possibilità di sganciarsi dai tanti interrogativi che opprimono. Eppure non è sempre così. Inavvertitamente cliccando su una opzione è apparso un filmato sulla guerra in Cecenia ( poi ho scoperto che ci sono molteplici filmati prodotti da tutti i contendenti in campo ).
Tutte le guerre, ogni conflitto, detiene il proprio record di orrore, di sangue, di strategie più o meno involute e più o meno sofisticate, per cui lo sbalordimento è mitigato dall'eccesso mediatico che ogni giorno ci investe per tramite della televisione.
Eppure nell'osservare il filmato su quella parte di mondo brutalmente mutilato, ho riflettuto sulla follia di nascondere all'umanità la cancellazione di ogni diritto, tranne quello di morire in silenzio: infatti le televisioni non trasmettono nulla o quasi di quel genocidio.
A differenza di altre parti del pianeta in fiamme, dove intere città, persone e cose, sono fotografate tra gli scoppi al plastico e i cappi in bella mostra, in Cecenia macellai e carne da insacco, a ruoli alterni e ben delineanti, sono e rimangono ben mimetizzati, mentre una intera nazione, un intero popolo, sono polverizzati sotto il tallone di un imperativo categorico, quello della vittoria a tutti i costi, poco importa se a discapito della democrazia.
In medio oriente la violenza, i bombardamenti, sono, sì, inaccettabili, ma è documentata l'incoffessabilità tra soldati e ribelli, le strategie disumane, le statistiche di chi cade e muore, su chi vive e violenta.
In paesi deturpati, violati, massacrati, c'è comunque il colpo di coda della democrazia, anche quella che veste i panni degli interessi, dei confini a aprire a occidente, quella democrazia che non è proprio figlia di una pluralità che valorizza le differenze.
Ma ci sono guerre diverse, non per giustezza di essere tali, la guerra è sempre sbagliata, sono diverse perché hanno perso di vista il proprio limite, il proprio delirio di onnipotenza, badando unicamente al risultato da ottenere, attraverso la negazione a riconoscere il valore della vita umana, in particolar modo di quanti sono minoranza.
Ci sono guerre e contendenti in campo, ci sono bandiere e ingiustizie, ma nel sangue che scorre a fiumi, c'è pure la dignità di un mondo che osserva a fare la differenza.
In Cecenia a ogni uomo è stato tolto passato, presente e futuro, depredata la propria storia, e lo si continua a fare nel silenzio più colpevole, un silenzio-assenso diventato ladro di coraggio umano, culturale e politico, un silenzio dimentico di un preciso dovere, di un irrinunciabile valore, quello della giustizia, la quale induce a schierarsi apertamente verso coloro che non vedono riconosciuti i propri diritti, quelli elementari della libertà.
Quella giustizia che non sta in nessuna guerra di religione e di petrolio, bensì consente di comprendere chi è calpestato nei suoi inalienabili diritti, tra cui quello di poter vivere e non più sopravvivere.


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