Pensioni: un colpo di fucile
Giuseppe Aragno - 27-07-2007
Luglio ci manda a fuoco. Avvisaglie concrete d'una catastrofe annunciata. Col pianeta che sembra volerci scoppiare tra le mani, in questa estate tutta sudore e menzogne, bruciano le speranze - se qualcuno ancora ne coltiva - e cadono una alla volta le ultime trincee: la scuola e la previdenza. Eraclito aveva ragione: nulla sarà com'era, ma l'insanabile conflitto degli elementi in campo produce l'armonia. Senza la notte, non può esservi il giorno. E, se questa è la nostra notte, lottiamo: il giorno verrà.
Anche l'autunno sarà caldo, mi dico, e amaramente sorrido: occorrerà che sia rovente. E' necessario che accada: la guerra è nelle cose e non è più tempo di sognare che una buona scuola possa nascere nel clima d'imbarbarimento d'un paese praticamente venduto a logiche di profitto. No. Non è più possibile ignorare che una battaglia per la scuola ha senso e prospettive solo in una visione di sistema, squisitamente politica. Una battaglia per la scuola non si può più "pensare" in termini di "riforma".
Che senso ha parlare di riforme se il cammino del nostro riformismo subisce, dopo cento anni, il suo definitivo "alto là" da un Parlamento che vanta d'essere riformista in tutte le sue componenti? Io credo sia evidente: i fatti sono estremi e occorrerà replicare con estrema durezza.
Forse ci manca l'animo per dirlo, ma la "riforma" delle pensioni chiude di fatto la via aperta nel 1898 - si sentiva ancora tuonare il cannone di Bava Beccaris - dalla legge istitutiva della Cassa Nazionale di Previdenza, che seguiva a ruota l'imposizione dell'assicurazione degli operai addetti all'industria. Quando un governo ha la faccia tosta di chiamare riforma lo scempio che è sotto gli occhi di tutti, allora sì, allora sceglie consapevolmente di incarnare fino in fondo la miseria morale cui è giunta oggi la politica. Non può essere riformista un governo liberale che manda in soffitta la lezione di un riformista liberale come Giovanni Giolitti. Questo governo ci riporta indietro fino all'abisso profondo in cui eravamo il 4 aprile del 1912, quando Giolitti strappò al Parlamento l'approvazione della legge che istituiva l'INA, aprendo la via al Regio Decreto che il 21 aprile 1919 dava nuovo ordinamento al sistema delle assicurazioni e rendeva obbligatorio l'accantonamento a favore del lavoratore uscito per vecchiaia dal ciclo produttivo. Più indietro, se solo si fanno le debite proporzioni.
Non è più tempo di raccogliere firme e fidare nel dialogo. E' ora di prendere atto: la frattura è scomposta. Una buona scuola nascerà solo dalla capacità che avremo di stare nella nostra trincea, mirare giusto e non sprecare colpi.
Quando verrà l'autunno, o sapremo trovare il coraggio delle scelte estreme e ci collegheremo a quei settori della società che ormai sanno di essere in guerra e sono pronti a combattere con tutte le forze e con ogni arma disponibile, o sarà meglio chiudere bottega. Mai come oggi, lottare per cambiare la scuola ha significato lottare per un mondo migliore. Una lotta senza quartiere.
Per circa vent'anni, i nipotini di Togliatti, profughi del comunismo più o meno reale - la data di riferimento potrebbe essere quella della caduta del muro di Berlino - hanno avuto davanti a sé un solo obiettivo: rifarsi un nome e una vita nell'economia di mercato, legittimarsi nel consumismo capitalistico dopo aver sostenuto per decenni la superiorità della pianificazione marca Stalin, scodinzolando disonorevolmente davanti agli errori del padrone sovietico, senza mai perdere occasione per commuoversi sempre più sentitamente di fronte all'abito bello della spietata democrazia borghese.
I grand commis d'una socialdemocrazia d'accatto, priva di pensiero, metodo e spina dorsale, hanno rotto in ritirata disordinata nel 1990, quando Gorbaciov, che sognava di curare i mali del comunismo reale con forti iniezioni di capitalismo, ha alzato bandiera bianca, assicurando agli sventurati eredi della rivoluzione d'ottobre un mercato libero e fatalmente selvaggio e la più varia gamma di delizie della democrazia borghese. Come capita spesso quando il medico sbaglia, la malattia si aggrava e la cura si rivela peggiore del male. E' in quegli anni che la sinistra s'è squagliata come neve al sole, avvitandosi in una caduta libera che da Berlinguer e Natta ha portato ad Occhetto, D'Alema, Fassino, Veltroni e, perché no?, Bertinotti e Diliberto. Liquidato Marx, tutti hanno preso a balbettare, in attesa di lumi da un cielo che si è fatto scuro. Non più classe, non lotta, non partito, non un pensiero politico o un santo cui votarsi: la fu sinistra s'è accodata a Blair, ha corteggiato Clinton, ha tifato Jospine e poco è mancato che non levasse Kerry all'onore degli altari. Tutto, purché si cancellasse il passato. La vergogna era lì e occorreva seppellirla. Come da sempre accade, dopo il naufragio ci si aggrappa ai rottami. E'stato un annaspare indecoroso: la competizione globale, l'Impero come ordine mondiale, l'imperialismo in abiti curiali, la successione acrobatica delle sigle di un mirabolante e miracoloso governo sopranazionale, gioia e delizia del genere umano: ONU, WTO, NATO e quel capolavoro del Beato Angelico che risponde al nome riverito di Effe, Emme ed I, Fondo Monetario Internazionale, Madonna Nera della finanza, che sa mettere insieme gli interessi diversi e contrapposti e pone il cerchio dei santi in testa al Capitale. E' venuto il tempo delle grandi promesse e la sinistra ha consentito: "Lazzaro alzati e cammina" e Lazzaro, promettevano, s'alzerà; proletari di tutto il mondo tentate individualmente la sorte e potete giuraci, da miserabili diventerete ricchi senza intaccare il profitto; e i proletari sono stati indotti a crederci; poi è arrivata la finanza rossa e, finalmente, gli scandali bancari hanno consacrato la nuova sinistra. Oggi lo vediamo, è un trionfo: se anche la Procura di Milano pare ci spari addosso, la partita è vinta. Ora sì, ora siamo tutti contenti, mentre i nostri risparmi entrano in Borsa, tra squilli di tromba e rulli di tamburi, e ci facciamo una cultura nuova: Mibtel, Dow Jones e Nasdaq la fanno da padroni e ci annunciano il secolo nuovo, il vello d'oro, il filo d'Arianna che ti dice ora e sempre la strada e ti rende veramente felice. Non fame, non guerre, non una ruga che ti solchi la fronte! Nulla. La storia è finita, ci hanno spiegato, il capitalismo è il signore dio nostro, non avremo altro dio all'infuori di lui e sullo Xanto non apparirà mai più l'ombra d'un barbaro che ci minacci. La storia è finita - ha annunciato per tempo Fukuyama - e subito in coro elegante si sono allineati serafini e cherubini della sinistra nuova che ha un bel vestito rosso e gli occhi rigidamente strabicati a destra. E' accaduto persino questo fatto strabiliante: si è fatta - ce n'era assoluto bisogno - la "rifondazione comunista" e per il battesimo, madrine d'eccezione, su tappeti naturalmente rossi, sono giunte imbellettate l'economia di mercato e la democrazia borghese. E' stato davvero un tripudio. Con l'orso sovietico privato di unghie e di zanne, tutto si è rifondato, non solo il comunismo nella sua bella e piccante salsa capitalista. Un crescendo: via la catena di montaggio, via la tutela sindacale - i sindacati per tempo hanno imparato a tutelare i padroni - fughe di capitali dove s'è aperto il mercato degli schiavi, via il lavoro sicuro, via l'orario pattuito, via le tute, via operai. Ora ci sono solo computer e consumatori. E' il trionfo della delocalizzazione, il baccanale dell'eterna giovinezza che ti allunga la vita e ti consente di lavorare - l'hai sognato da sempre - fino all'eternità. La storia è finita e, con essa, lo spreco taylorista e lo sperpero keynesiano: via il Welfare, via finalmente la spesa pubblica coi suoi conti in rosso.
D'Alema infine rilegittimato - pare che non sia mai stato davvero un comunista e cosa fosse non s'è poi capito - punta il dito severo sui tanti sfaticati giovanattoni ultracinquantenni che si permettono di sognare la pensione, un po' di tempo da dedicare agli affetti, alla lettura, al riposo, ad una finestra da aprire per scoprire che esiste il sole. Tempo per vivere. Ma sognare costa e se qualcuno minaccia - basta pensioni! - l'ex dirigente del PCI si fa pallido in volto - scavalcato a destra! - e replica prontamente: se la paghi chi vuole la sua pensione o faccia ricorso ad un'assicurazione sulla vita.
Se spegni la televisione, se non compri più giornali e cominci a guardarti attorno, ti accorgi che il trionfo delle democrazie liberali, che avrebbero dovuto assicurarci la pace - Fukuyama non ha mai spiegato come nacque il primo conflitto mondiale - ha prodotto una serie di guerre, ha ridotto a merce la formazione, ci ha appestato l'aria che respiriamo, ha privatizzato l'acqua, sicché per bere pagheremo salato, e ci sta derubando dei quattro centesimi sui quali contare per la vecchiaia.
L'autunno che verrà dovrà essere molto più caldo di quanto pensino Prodi, Bush e compagnia cantante. Ovunque nel mondo nasce ormai la consapevolezza della posta in palio: il destino dell'uomo. Contro le "democrazie liberali" in versione originale o modello esportazione, ovunque ci si arma. A Oriente, come ad Occidente. L'Impero è un inganno tragico e feroce e ormai lo sanno tutti. Un altro mondo non è solo possibile, ma necessario se non vogliamo che i nostri figli finiscano in catene. Un altro mondo è possibile, ma nessuno ce lo regalerà. A chi ci dice che occorre lavorare per anni ed anni ancora e contentarsi di pensioni da fame, non serve opporre una elementare considerazione marxista: la crescita tecnologica ha moltiplicato per cento i profitti e ce n'è quanto basta per tutti. Prodi e compagni lo sanno benissimo. Non è Marx che occorre spiegare. No. E' necessario trovare il coraggio di collegarsi a chi lotta concretamente contro la furia omicida che ci minaccia sempre più direttamente. Occorre ammetterlo: Bin Laden è una miserabile caricatura di noi stessi. Bin Laden non c'è, non esiste. Il nemico vero, il terrorismo di cui tanto si ciancia, ce l'abbiamo in casa. E non ci sono santi: occorrerà farci i conti, perché ha scelto la via della guerra. Contro le pensioni ha sparato il suo più sanguinoso colpo di fucile.

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