breve di cronaca
«Non c’è speranza, non c’è futuro»
Corriere della Sera - 02-07-2002
I ragazzi arabi e israeliani: «Dialogo? Mai»

Sondaggio rivela che il 40% non crede alla pace. Un quindicenne assiste in media a 10 atti violenti.


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


GERUSALEMME - Alcuni vestono i figli da kamikaze. Altri li benedicono prima di una missione. Altri ancora li fanno vivere in avamposti sperduti. Tra i primi oggetti che imparano a conoscere ci sono le armi. Tra i primi suoni che riconoscono, quelli delle sirene o del cannone. Nei loro occhi c’è spesso solo violenza e morte. Dall’inizio dell’intifada (settembre 2000) fino al 25 giugno sono stati uccisi 191 ragazzi di meno di 15 anni.
Non deve sorprendere allora l’esito della ricerca condotta tra gli adolescenti dei due campi dall’Università di Tel Aviv. Il 70 per cento dei ragazzi palestinesi e il 30 per cento dei figli dei coloni israeliani soffre di stress da disordine mentale. Ancora più allarmante un secondo dato: il 40% dei giovani ritiene che i negoziati di pace non dovrebbero essere ripresi. Un brutto segnale che può essere imputato alla propaganda di guerra che ha rapito le menti di questa terra. Ma che al contempo va contro quello che pensano gli adulti. In entrambi gli schieramenti - in modo irrazionale - c’è una buona maggioranza che ritiene sia giusto usare le armi ma nel contempo è pronta a tornare al tavolo della trattativa. Anche nella società palestinese, dove il ricorso ai kamikaze continua ad essere ritenuto uno strumento legittimo per opporsi alla trentennale occupazione.
Gli adolescenti che subiscono un trauma, che va dall’essere testimoni di un attentato o di un raid di elicotteri, tendono a sviluppare repentini cambi di umore e reazioni fisiche, come il tremito. La maggior parte - sostiene lo studio - riesce a recuperare, ma il 20% può sviluppare problemi cronici che fanno rivivere alla vittima lo choc patito.
Per svolgere la ricerca la professoressa Tamar Lavi, del Dipartimento di psicologia di Tel Aviv, ha intervistato 1.197 quindicenni. Così divisi: 645 israeliani che abitano a Gerusalemme, Gilo, Gush Katif (colonia a Gaza) ed Efrat (colonia in Cisgiordania); 552 palestinesi provenienti da alcuni villaggi arabi-israeliani e dai campi profughi di Ramallah e Betlemme. Un ragazzino palestinese, in media, vive nella sua vita 10 atti di violenza mentre un arabo-israeliano 6,9. Tra gli israeliani, chi abita a Gush Katif - punto caldo e teatro di duri scontri - assiste a 11,6 «incidenti», seguito dai ragazzini di Efrat con 8,5, Gilo con 3,4 e Gerusalemme con 2,8.
Nello studio si esamina poi come i quindicenni guardano al loro futuro in termini di famiglia, società e professione. I giovani di Gush Katif sono abbastanza ottimisti. E la stampa lo spiega con il forte sentimento religioso dei coloni. Al quale si somma il sostegno di vasti settori del Paese e della diaspora. Del tutto negativa la visione dei palestinesi: nell’ultimo anno, la frase ricorrente nelle città dell’Autonomia è «non c’è speranza, non c’è futuro». Un sentimento enfatizzato in modo drammatico dal numero crescente di kamikaze, per giunta sempre più giovani (16 anni).
Un orizzonte buio caratterizzato dalla sfiducia nella via negoziale. Il 51% degli arabi è favorevole alla ripresa della trattativa, il 40% si oppone. Tra gli israeliani il 36% dice sì ai contatti, il 39% si oppone.
La propaganda dei due contendenti non aiuta. I leader parlano un linguaggio di guerra. Nel clima di violenza che ha sconvolto i territori palestinesi vengono esaltate le gesta dei «martiri» pronti a fare strage di civili facendosi saltare in aria tra la folla. Il kamikaze diventa un modello, come dimostra l’angosciante foto del bebè con addosso la cintura esplosiva, trovata qualche giorno fa in una casa di Hebron. Si mettono «in scena» le stragi, si celebra il linciaggio o si dedica una mostra permanente al massacro del ristorante Sbarro di Gerusalemme. Con sangue finto e pezzi di pizza.
Sull’altro frotne, studenti di una scuola religiosa israeliana hanno scritto ai soldati impegnati nell’offensiva: «Ho una preghiera per te. Uccidi il maggior numero di arabi possibile... Un arabo buono è un arabo morto». Gli israeliani si compiacciono per l’ottimo colpo propagandistico messo a segno con la diffusione della foto del bimbo-kamikaze. Siamo quasi riusciti a parare il colpo - ha scritto un editorialista - dell’uccisione in diretta tv di Mohammed Dura, il piccolo palestinese colpito dai militari a Gaza. E ieri un vignettista si è divertito a pubblicare un disegno dove un bambino bardato come un terrorista suicida tiene in mano un orsacchiotto-kamikaze.

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