Valentina non veste di nuovo!
Maurizio Tiriticco - 04-07-2007
Scegliere a 13 anni: perché?

Alla vigilia del varo dei provvedimenti che elevano, dal prossimo anno scolastico, l'obbligo di istruzione di due anni, Valentina Aprea su "il Riformista" del 2 luglio avverte l'esigenza di denunciare il grave errore che l'attuale Governo ha compiuto assumendo un impegno in tal senso, gettando letteralmente a mare la legge Moratti e le scelte con essa adottate e a tutti note: a 13 anni di età, o poco più (considerando i tempi delle prescrizioni), i nostri ragazzi, usciti dalla scuola media, erano di fatto "obbligati" a scegliere se proseguire nel sistema di ben otto licei o in quello della formazione professionale regionale.
La strenua opposizione a questa imposizione è altrettanto a tutti nota: scegliere tra un sistema ed un altro che, purtroppo, nella nostra tradizione formativa sono stati sempre connotati di serie A l'uno e di serie B l'altro, significava non solo imporre scelte premature ai nostri ragazzi, ma perpetuare la diversità tra i due percorsi.
Valentina Aprea ci ricorda concetti e fatti che sono ancora egualmente noti: che nella società della conoscenza e della complessità non ha più senso parlare di divisione rigida tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che oggi occorre pensare con le mani e - aggiungo io - fare con la testa; che oggi ogni percorso formativo non può che non essere di pari dignità, in quanto non c'è apprendimento teorico che non debba essere anche pratico e viceversa. Dimentica, però, di dire che il suo Governo non ha mai provato a mettere le mani sull'esistente del nostro duplice sistema di istruzione e formazione. Ne è seguito che per l'intero quinquennio morattiano gli istituti tecnici e professionali sono vissuti in una sorta di limbo, stante il fatto che né lo Stato né le Regioni - per ragioni diverse e che non è il caso di richiamare - erano capaci di dire qualcosa in merito!
Valentina Aprea chiama ora in causa l'Europa, l'Ocse ed altri sistemi scolastici, forse ben più avanzati dei nostri per quanto riguarda il rapporto tra istruzione e formazione. Ma in cinque anni il suo Governo non è stato in grado di muovere un dito nella direzione che oggi l'Aprea auspica. La scelta spudorata di istituire otto licei otto, tra i quali quello tecnologico e quello economico, non significava forse dar vita a percorsi di istruzione tutta teorica e rafforzare così una tradizione che invece occorreva superare?

Istruzione e formazione non sono in alternativa

Siamo in molti ad essere convinti che occorre dar vita ad un sistema secondario in cui istruzione e formazione siano assolutamente interagenti e in cui la mano statale e quella regionale ritrovino i loro spazi gestionali, assicurando pur sempre le finalità di educazione, istruzione e formazione, che costituiscono oggi un trinomio inscindibile, fatta salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e di quelle formative per quanto concerne la progettazione e la realizzazione dei percorsi curricolari.
E allora, se la legge 53 andava in tale direzione - come l'Aprea sembra sostenere - perché nulla è stato fatto in tal senso? Perché quel disposto del Titolo V che assegna precise competenze a Stato e Regioni in materia di istruzione e di istruzione e istruzione professionale, dal 2001, anno della riforma costituzionale, e per tutto il quinquennio morattiano non ha fatto alcun passo avanti? O forse si voleva tenere a bagnomaria un disposto costituzionale solo per dimostrare che, essendo espressione della maggioranza di Centrosinistra - come se non ci fosse stato un referendum confermativo - non poteva essere realizzato? Oppure è stata semplice insipienza dell'Amministrazione di cui l'Aprea era sottosegretario?
Che cosa doveva fare la nuova Amministrazione se non in primis rimettere ordine laddove l'intero secondo ciclo sembrava destinato ad un inevitabile declino? Ricordiamola tutta la vicenda di quel decreto legislativo 226, la cui elaborazione ha conosciuto frenetici interventi di aggiustamento ora in un senso ora in un altro, ora a sottolineare la scelta della panlicealizzazione, ora a recuperare qualche frammento di tecnico e di vocazionale, disperso nelle incerte soluzioni ora di campus ora di poli formativi. Per non dire di quel Capo terzo in cui i livelli essenziali di prestazione che l'istruzione e la formazione professionale avrebbero dovuto garantire sono solo un insieme di scontate banalità! D'altra parte, da un'Amministrazione che per il primo ciclo è stata capace di confondere gli Osa con i Lep non c'era da aspettarsi un granché!
Comunque, va anche detto che le Regioni non sono immuni da responsabilità. Pare che quel Titolo V che avrebbe dovuto incoraggiarle e sostenerle a rivendicare un ruolo del tutto nuovo per loro, in effetti non le abbia sospinte più di tanto. Sono solo accenni che dovrebbero essere motivati e approfonditi. Resta, comunque, il fatto che l'Amministrazione del Centrosinistra ha ereditato una situazione per nulla esaltante: una scuola di Stato umiliata e offesa dalla legislazione del Punto e a capo, una legislazione convulsa, impasticciata e soprattutto non concordata e non condivisa; un primo ciclo allo sbando e un secondo ciclo assillato solo da un futuro assai incerto; una formazione professionale stretta tra le esigenze di un mercato del lavoro assolutamente nuovo, e per di più in dimensione europea, e gli ostacoli frapposti da ritardi normativi annosi che invece il Titolo V avrebbe dovuto - e già da tempo - liquidare per dare prospettive nuove. Così i cinque anni della Moratti si sono consumati in defatiganti contenziosi di fronte alla Consulta o in Conferenze unificate spesso improduttive. E' ovvio che l'assenza di una visione politica nazionale certa e forte non aiuta quel processo di decentralizzazione di cui la Moratti aveva la responsabilità primaria, come ruolo e come tempi - essendo il primo Ministro dell'Istruzione post Titolo V - di quella decentralizzazione a cui ancora oggi occorre por mano!

Le scelte del Centrosinistra

In tale contesto l'elevamento dell'obbligo di istruzione costituisce un elemento di certezza dopo i tanti pasticci del trascorso quinquennio. Infatti, tutto ciò che Valentina Aprea auspica - ma che non ha realizzato - lo si potrà realizzare su questo terreno, assolutamente nuovo ed irrinunciabile per l'avvenire dei nostri ragazzi. L'impresa non sarà affatto facile! I nostri bienni secondari dovranno faticare non poco per vincere la sfida!
Non è cosa di poco conto avere individuato quattro assi culturali largamente comuni, quello dei linguaggi, quello matematico, quello scientifico-tecnologico, quello storico-sociale, sostenuti ed implementati da attività laboratoriali e incrementati, se del caso, da apporti provenienti dalle valenze educative del territorio e della stessa formazione professionale - purché non costituiscano attività lavorative tout court, possibili solo dopo il sedicesimo anno di età - e finalizzati a far conseguire a tutti gli studenti quelle competenze per l'esercizio di una cittadinanza attiva verso la quale si muovono tutti gli studi obbligatori nelle scuole dell'Unione europea.
Bienni di studio che da Gentile in poi hanno conosciuto solo separatezze dovranno operare su terreni comuni pur senza perdere le loro specificità. Sarà importante e dirimente il fatto che proprio quelle specificità che fino a ieri costituivano un fattore di esclusione, dal prossimo settembre costituiranno, invece, un fattore di inclusione, di recupero precoce e di orientamento. La mano e la mente dovranno lavorare insieme ed un necessario periodo di sperimentazione permetterà che nei nostri bienni comuni i nostri insegnanti vincano la sfida che coscientemente abbiamo lanciata!
Insomma, quella flessibilità e quella modularità, che Valentina Aprea ci ricorda dovrebbero avviarsi fin dai 14 anni, costituiranno uno dei punti di forza dei bienni obbligatori ed ancor più lo saranno quando la strategia della modularità e della pluridisciplinarità ricadrà anche sull'ordinamento e sull'organizzazione didattica della scuola media. E occorre sottolineare l'impegno forte che caratterizza tutta l'operazione dell'obbligo di istruzione: che i nostri ragazzi escano dai bienni avendo raggiunto solide conoscenze e competenze di base, orientati a spenderle nel modo migliore secondo le potenzialità che hanno scoperte e le capacità che hanno acquisito.

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