Berti_Not_In My Name
Rete Aut Of Roma - 30-03-2007
Riceviamo e pubblichiamo. Red

Contestato Bertinotti alla Sapienza

Il 26 marzo abbiamo contestato il Presidente della Camera Fausto Bertinotti, intervenuto a un convegno organizzato da Comunione e Liberazione, con cartelli e striscioni contro la guerra e i tagli all'università perpetuati dal governo Prodi. Proprio in quanto guardiamo all'università come spazio di democrazia e protagonismo degli studenti riteniamo legittimo e necessario contestare la presenza di un esponente di chi partecipa alla guerra globale e permanente e di chi, ex segretario del Partito della Rifondazione Comunista, aveva fatto della nonviolenza la propria bandiera e oggi sostiene la guerra in Afghanistan.

Volantino della Rete per l' Autoformazione.

C'era una volta il partito della non-violenza. Il suo segretario sosteneva che, per uscire dal Novecento, i movimenti dovevano essere pacifici.

Novecentesco non è conservare la vigenza della forma-partito laddove ha cessato di essere valida, ma mettersi un casco per ripararsi dalle manganellate della polizia era posto sullo stesso piano della strage
dei kulaki. Oggi quel partito è al governo: in appena dieci mesi, di guerre ne stanno facendo due.

Oggi quel segretario è presidente della camera. Oggi quell'appello alla non-violenza si dimostra per quello che era fin dall'inizio: un tentativo di deprivare i movimenti della loro autonomia, per subordinarli al sistema della rappresentanza politica.

Con linguaggio orwelliano, ci raccontano che stanno facendo la guerra per costruire la pace. Col linguaggio della ragione, rispondiamo che non
esistono guerre buone e guerre cattive: unilaterali o multilaterali, sotto l'egida dell'amministrazione Bush o dell'Onu, le guerre sono dispositivi costituenti dell'ordine imperiale. C'è chi è complice, e c'è chi si oppone.

Tutto il resto sono chiacchiere. E oggi più che mai, le chiacchiere stanno a zero.

Quello stesso partito, i suoi ministri e quello stesso segretario, raccontavano che avrebbero "superato" i lager per migranti, al secolo centri di permanenza temporanea. Non uno ne è stato chiuso: i movimenti che li combattono - come è successo a Bologna -trovano sulla loro strada i manganelli non-violenti della polizia.

Raccontavano che avrebbero "superato" la precarietà. La legge 30 e la legge Moratti godono invece di ottima salute. Raccontavano che avrebbero "superato" il 3+2. Nelle università non è cambiato nulla.

Raccontavano che avrebbero "superato" la Fini-Giovanardi. Le sole cose andate in fumo, sono le loro promesse.

L'unico superamento, reale, lo abbiamo praticato noi, nella radicalità del conflitto e della diserzione, nel rifiuto dei saperi di guerra e delle strutture della rappresentanza. Attraverso i percorsi di autoformazione e le lotte, nell'autogestione della produzione dei saperi e nelle occupazioni, abbiamo cominciato a costruire un'università autonoma
metropolitana. Non un'altra università, ma l'unica possibile: quella dell'autonomia del sapere vivo nella metropoli produttiva. Non abbiamo bisogno di
un'"altra riforma possibile", perché stiamo già praticando la nostra autoriforma.

Perché le nostre forme di vita sono irrapresentabili, si muovono in altro tempo: non riuscirete mai a catturarle perché siamo veloci, flessibili e imprevedibili. Potete anche seguire i consigli del "Corriere della sera", che vi suggerisce
di fare ciò che il Pci non volle: essere agenti di inclusione democratica dei movimenti. Trent'anni fa Lama e l'arroganza di Pci e sindacato venivano
cacciate dall'università di Roma. Si sa: quando la storia si ripete due volte, la prima lo fa come tragedia, la seconda come farsa. Oggi in nome di un rinnovato compromesso storico l'ex segretario e attuale Presidente della Camera viene a Lettere, invitato da Comunione e Liberazione, legittimando un'organizzazione che gli studenti di questa facoltà hanno sempre ripudiato.Il tentativo di cattura e cooptazione, all'insegna di una governance all'amatriciana, è proprio questo: una farsa. Siete destinati alla sconfitta. Avete già perso. Perché la costruzione di autonomia significa innanzitutto estraneità al sistema della rappresentanza.

Autoformazione e autogestione dei saperi significano esodo e conflitto. Perché noi siamo la forza dell'autonomia dei movimenti, voi la violenza della rappresentanza. Lasciate stare il Corrierone, seguite il nostro di consiglio: andatevene !

Rete per l'Autoformazione ( La Sapienza e Roma 3)
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 Doriana Goracci    - 30-03-2007
Includere-escludere, non è forse questo a cui allude la Rete quando parla di cattura e cooptazione, di agenti di inclusione democratica dei movimenti ? E l'alternativa e la proposta, perchè questo poi alla fine viene domandato? "L 'unico superamento, reale, lo abbiamo praticato noi, nella radicalità del conflitto e della diserzione, nel rifiuto dei saperi di guerra e delle strutture della rappresentanza", così risponde questo manipolo di "schegge"...

Abbiamo lamentato da tanto l'assenza dei giovani nel movimento, che erano invece irrotti da Seattle, con rapidità e imprevedibilità che solo una nuova generazione che usava la rete, poteva concepire. Poi sempre meno, poi sempre più "buoni", sempre più a lezione di "non violenza", fino a rimanere quei 50 "cattivi" fuori, perchè di fatto Fuori, vogliono stare dal Pranzo di gala della guerra.

E la guerra è la vita quotidiana che ci viene non proposta ma imposta da un sistema che deve strangolare chiunque si oppone e i mezzi sono tutti
buoni. Solo essere consapevoli di questa repressione e oppressione costa molta fatica al punto che ci si smemora con qualunque droga possibile.

Mi rendo anche conto che chi crede onestamente nelle buone relazioni tra lo stato e gli stati, tra i cittadini e i popoli del mondo, non ha molta voglia di vedere accrescere ansie e conflitti, e si rimette e
ritorna a far dire in suo nome e sopratutto a far fare in suo nome. Chi non ascolta queste parole, chi non medita sulla loro forza, rimane tutto dentro alle logiche dell'intruppamento, fuori dalla Storia, quella che le donne e gli uomini scrivono ogni giorno, invisibili e mai letti e irrappresentabili.

 Collettivo di Lettere e Filosofia (Bologna)    - 31-03-2007
L'Uniriot Day a Bologna ha significato, per noi, riprenderci la facoltà, risignificarla, farle parlare una lingua oscena, "antipolitica", direbbe qualcuno. Via Zamboni 38, Facoltà di Lettere e Filosofia. Centinaia di studenti condividono gioia e saperi, laddove la tristezza feudale vorrebbe scandirne le giornate e imbirgliarne le intelligenze. I baroni dell'Alma Water vogliono che quella di Bologna sia l'unica università a non accettare che le sue porte rimangano aperte dopo le ore 19:00. Forse hanno paura che le tenebre, teatro abituale di sedizioni e tumulti, accolgano tra le loro braccia la cospirazione studentesca e precaria. Ma noi, che abbiamo imparato dalle mura imbavagliate di questa città, che cospirare vuol dire respirare insieme, ieri notte abbiamo unito i nostri fiati e, sulle orme di Guy Fawkes, abbiamo dato fuoco alle polveri. Via Zamboni 38 è esplosa in quella felicità che, collettivizzata, è sovversiva.

Quello di ieri ha rappresentato un importante precedente in questo ateneo, in una città in cui l'appello alla legalità unisce pubblici ministeri, sindaco e presidi di facoltà. Tutti schierati in difesa di quella logica per cui i soggetti nomadi e cognitari (studenti, migranti, precari) dopo aver prodotto ricchezza, dopo esser stati rapinati quotidinamente di ciò che hanno prodotto (saperi, cooperazione sociale e soldi), vengono costantemente disciplinati, controllati e repressi. Ma ieri sera la logica di
istigazione-repressione è andata in cortocircuito. I conflitti che quotidianamente agiamo per l'autonomia della cooperazione sociale ieri hanno ecceduto un confine temporale. La nostra temporalità, come dicono i bempensanti che chiedono legalità, "ha preso una brutta piega" e ha determinato un incontro inedito. Questo incontro si chiama Uniriot (www.uniriot.org): un sito che connette i nodi di
un'università-in-divenire che vive già nella realtà delle lotte e nei percorsi che costituiscono forme di vita eccedenti la disciplina dei saperi imposta dall'università del 3+2.

Il dado è tratto (alea iacta est) e ora indietro non si torna. Abbiamo varcato il Rubicone ma non ci interessa puntare al centro dell'impero, perché il centro dell'impero siamo noi. Ma stiamo da un'altra parte. Il nostro tempo è qui, comincia adesso.


C38 (collettivo di lettere e filosofia)


www.uniriot.org


 aut_of_roma    - 31-03-2007
LETTERA DEI CONTESTATORI

"Berti not in my name". "No Berty no war". "Bertinotti? No, T(h)anks". "Nonviolenza, nonviolenza sì alla base di Vicenza". "Seminate cadaveri, importate papaveri: la vostra pace in Afghanistan". Questi sono alcuni degli slogan e degli striscioni che hanno dato il benvenuto all'ex segretario di Rifondazione Comunista, ora Presidente della Camera, all'università. Una contestazione dura, determinata e pacifica da una parte; due guerre, di quelle vere, con morti e bombardamenti, dall'altra. Dove stia la violenza, non dovrebbe essere necessario dirlo. Se ci troviamo costretti a sottolinearlo, di fronte a un bombardamento – evidentemente è diventata un'abitudine – di media e partiti, questo solleva almeno due problemi. Il primo, non nuovo, ci parla di un preoccupante restringimento degli spazi di agibilità democratica nell'epoca del governo dell'Unione, in cui non si distingue più tra i fischi e le cinture esplosive. Del resto, lo scorso dicembre la stessa Conferenza dei rettori aveva dichiarato, a fronte dei tagli agli atenei, che nessun esponente del governo avrebbe messo piede nell'università: al di là della non consequenzialità della buona intenzione, dobbiamo ritenere la Crui un covo di pericolosi estremisti. O forse Bertinotti non è anche un esponente del governo? La seconda questione riguarda l'autodefinizione per decreto di chi è nonviolento: ciò ha a che fare non con la realtà dei fatti, come la contestazione a Bertinotti dimostra, ma con il problema della decisione. Richiamando nobili categorie del politico moderno, potremmo dire che nonviolento è chi decide sullo stato d'eccezione.

"Non rappresentano gli studenti" è stato detto da Bertinotti, che invece ha prontamente riconosciuto la rappresentanza della categoria ai militanti di Comunione e Liberazione (!) che lo applaudivano. "Non rappresentano il movimento pacifista" è stato detto da un alto esponente del Prc. È curioso come, nella conclamata crisi della rappresentanza, questa venga riproposta convulsamente per delegittimare chiunque esprima disaccordo e conflitto. Lasciamo ad altri i problemi delle maggioranze silenziose e della rappresentanza impossibile. Noi siamo una minoranza agente, che è costitutivamente avversa ad ogni forma di minoritarismo. È attraverso i percorsi di autoformazione, le lotte, le occupazioni, la quotidiana costruzione di linee di fuga dalle macerie dell'università riformata che abbiamo aperto quello spazio pubblico che lunedì abbiamo difeso dall'arroganza delle istituzioni che fanno la guerra e producono precarietà, che si guardano bene dal toccare il 3+2 e tengono aperti i Cpt.

Allora, la differenza non è tra politica e anti-politica, come Bertinotti furbescamente sostiene. Piuttosto, è tra amministrazione dell'esistente e sua trasformazione, tra rappresentanza e autonomia. Tra chi vorrebbe confinare i movimenti al ruolo di una vuota partecipazione e chi rifiuta di fare il consigliere del principe. Non siamo estremisti, in quanto siamo davvero radicali. L'estremismo è quello del moderatsimo e del riformismo, perché non ce n'è mai abbastanza. L'estremismo è quello di chi cerca di conservare artificialmente la vigenza di un sistema della rappresentanza laddove ha cessato di essere valido.

C'è dell'altro: qualche mese fa, un editorialista del "Corriere della sera" consigliò a Rifondazione di cimentarsi in ciò che il Pci non fece, ossia farsi agente di inclusione democratica dei movimenti, privandoli della loro autonomia, edulcorandone i contenuti e catturandoli nel sistema dei partiti. Dalla manifestazione di Vicenza contro la base, passando per la mobilitazione di Bologna contro i Cpt, fino ad arrivare alla contestazione di lunedì, il dato è evidente: il processo di governance all'amatriciana, fatto di cooptazione e criminalizzazione, sta fallendo. Delle geografie politiche degli anni Settanta, in cui si è cristallizzato il linguaggio di media e partiti, non c'è più quasi nulla. Il nemico non è davanti noi, bensì dietro. Il nostro esodo – fatto di saperi, conflitti e forme di vita irrappresentabili – continua. Ma l'esodo va difeso. Le truppe del faraone arrancano alle nostre spalle, e proprio per questo sono sempre più arroganti e violente. Perché rispetto alla cacciata di Lama, è rimasta solo la farsa, che assume le tinte di un rinnovato compromesso storico con Comunione e Liberazione e l'arroganza. L'arroganza di chi ha capito di avere perso. Il che non merita che la nostra ironia e la forza della nostra autonomia.

Scritto da aut_of_roma
martedì 27 marzo 2007

FONTE



 Irene Baule, insegnante elementare 1° Circolo di Alghero (SS    - 01-04-2007
Con molta amarezza - perchè costretta a prendere la distanza da persone che credevo mi rappresentassero e a cui ho dato per anni la mia fiducia - mi ritrovo oggi al fianco di questi giovani tanto felici di poter essere protagonisti, come lo siamo stati anche noi - gli auguro più successo di noi, anche se il mondo, come allora, non è per niente facile...