breve di cronaca
Sinistra radicale e di governo: è proprio un contrasto inconciliabile?
Aprile online - 17-03-2007
Ovviamente l'altra sera al liceo Avogadro di Torino non c'ero. Ma poiché mi si chiede un commento su quella assemblea così critica nei confronti della sinistra al governo, lo faccio prendendo spunto da precedenti scritti di protagonisti di quell'incontro, più che dalla ricostruzione giornalistica, evidentemente "libera", apparsa sul Corriere della Sera.

Marco Revelli ha scritto qualche giorno fa un corposo articolo sul Manifesto, del quale un'efficace sintesi è data da lui stesso nelle frasi finali. Le riporto quasi per intero, poichè non voglio incorrere, neppure inconsapevolmente, nella volgarizzazione delle tesi altrui così frequente e diffusa in questi ultimi tempi. "Forse è venuto il momento per riconoscere", afferma Revelli, "che tra la logica orizzontale delle oligarchie governanti e la logica altrettanto orizzontale dei cosiddetti movimenti [...] esiste ormai un'incomunicabilità forte [...] che la pratica della rappresentanza non funziona più nel nuovo scenario globale[...], un tema troppo importante per rinchiuderlo nella questione, pur rilevante, del destino di un governo".
Appunto, è da qui che bisogna partire per stabilire i compiti di una sinistra radicale, ovunque essa si collochi rispetto al governo, poiché lo stesso tema si proporrebbe, a ben vedere, anche se la stessa fosse per intero all'opposizione. A meno che, ma questo Revelli non lo afferma, non si voglia postulare la collocazione della sinistra radicale all'opposizione per l'eternità o per un tempo talmente lungo e indefinibile da essere confuso con il suo stato naturale.
Del resto questa osservazione emerge anche dall'esperienza politica di molti di noi, almeno tra quelli che di movimenti e di comunità in lotta (cose tra loro differenti) possono parlare non per sentito dire. Non voglio paragonare il presente ad un passato che non può tornare - dobbiamo per l'appunto andare oltre il novecento -, ma va pure ricordato che la questione in sé non è nuova, anche se si pone con i caratteri di un'inusitata gravità che un po' troppo genericamente rubrichiamo oggi come crisi della politica, entro un quadro nel quale ognuno è immediatamente proiettato in una dimensione mondiale dei problemi.

Quando un movimento o un insieme di movimenti si sviluppano si pone immediatamente il problema della efficacia della loro azione (un tempo, ma troppo istituzionalmente, si sarebbe detto dello sbocco politico). Il che impone, che lo si voglia o no, il tema della concreta gradualità nella trasformazione dell'esistente. Per una sinistra che voglia agire tanto in ambito sociale che in ambito politico, che dunque, per rovesciare il senso della battuta di Revelli riportata dai giornali, non voglia limitarsi alla rappresentazione ma punti alla rappresentanza, questo tema si coniuga con il passaggio dall'etica della convinzione a quello della responsabilità, della quale quella di governo non è che una possibile variante.
In sostanza la politica non può essere espunta in ogni caso. Rifondarla sulla radicalità degli obiettivi, come l'ambizione alla trasformazione generale della società, senza rompere il quadro democratico ed usando un metodo nonviolento, non significa affatto stilare un elenco inerte di valori non negoziabili, né chiudersi nell'angolo dei tre o quattro obiettivi irrinunciabili. E ciò per il semplice motivo che i fatidici rapporti di forza esistono ancora ed essi non possono essere superati solo dalla tensione ideale.
Giorgio Cremaschi ha affermato che rompere il governo Prodi non doveva essere un tabù. E' stato subito servito. Ma il governo è caduto da destra e non da sinistra, con buona pace dell'ingenuità di alcuni votanti. Tanto è vero che il quadro si è ricomposto con il tentativo di uno spostamento al centro dell'asse programmatico, che pure siamo ancora in tempo a contrastare, pur essendo più difficile di prima. Questo è il senso, al di là delle singole parole, di quei punti che hanno chiuso la breve crisi di governo e che Revelli, con cupo linguaggio cimiteriale, definisce "12 chiodi ben lunghi piantati sul coperchio della cassa delle buone intenzioni".

Se si vuole spezzare l'incomunicabilità dei due orizzonti bisogna pure che qualcuno si ponga il compito di attraversarli entrambi. Bisogna che nei movimenti venga esaltata la radicalità, nel senso dell'andare alla radice dei problemi, ma che venga anche contrastata la vacuità del disinteresse sugli esiti delle proprie scelte nella sfera sociale come nella sfera politica, e ancor più la logica del "tanto peggio tanto meglio". Bisogna che nel governo (ma potrei dire in una situazione diversa anche in uno schieramento politico di opposizione) ci si batta puntigliosamente per l'applicazione di un programma condiviso- rispetto al quale sento solo ironie sulla lunghezza, ma scarse o poco motivate critiche nel merito - e di un metodo di confronto dialettico con movimenti e realtà sociali. Sto dicendo, naturalmente, che bisogna fare ben diversamente di quanto e di come ha dichiarato Prodi a Bucarest, ma anche non limitarsi a tirare un respiro di sollievo se il governo caduto si risolleva e Berlusconi resta fuori dal gioco, senza neppure domandarsi il perché e pensando che questo sia compito di altri, non si sa chi.

Sinistra radicale e movimenti non possono che muoversi con velocità diverse ed anche su piani differenti. Nel caso che la prima sia al governo, superfluo dire di coalizione, la sua lentezza potrà probabilmente essere maggiore e il contrasto, come ha recentemente scritto Bertinotti, si può configurare come quello tra "alto" e "basso". L'importante è che la direzione del movimento sia la stessa e che le inevitabili collisioni non provochino ribaltamenti irreparabili.
E' decisivo quindi il giudizio che si dà sulle cose. Giudicare, ad esempio, la politica estera di questo governo non all'altezza dei propri desideri si può e si deve. Considerarla in pura continuità con quella del governo Berlusconi o anche dei precedenti centrosinistra di fine secolo, significa compiere un errore intellettuale con conseguenze devastanti. Così come agli operai di Mirafiori, che fischiano i dirigenti sindacali perché il governo intenda, non si può rispondere azzerando la presenza della sinistra radicale nell'esecutivo, ma giocandosi per intero la partita ardua, ma ancora aperta sulla politica economica e sociale.

Alfonso Gianni, Prc.
Sottosegretario allo Sviluppo Economico
12 marzo 2007


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 Stefano Collatina    - 18-03-2007
Io credo di no, credo che dopo quello che aveva combinato il governo di centrodestra, c'era spazio per una sinistra radicale nel governo Prodi. E' la qualità di questa sinistra che non ha nulla di alternativo che ha prodotto il patratac. Mi sarebbe comunque piaciuto che ciò scrive oggi, Alfonso Gianni lo avesse detto durante la campagna elettorale.