Morire di pace
Giuseppe Aragno - 08-03-2007
Non l'avremmo nemmeno saputo. La notizia è filtrata tra le strette maglie della disinformazione, tra i filtri dell'antiterrorismo, tra liberatori ed esportatori di democrazia armati fino ai denti, perché c'è ancora coraggio a questo mondo e un reporter ce l'ha fatta. Il mondo l'ha saputo: sedici civili inermi sono stati falciati a Kabul dai mitra dei pacifisti volontari di guerra umanitaria.
La pace ha i suoi costi, si sa, e mentre la maggiominoranza concordava nell'ombra dichiarazioni d'occasione e un turbinio di veline smentiva categoricamente che la guerra sia ormai giunta ad Harat, dove sono accampati i nostri arditi, bombe pacifiste facevano a pezzi nove sventurati per difenderli eroicamente dai soliti terroristi, nemici giurati dei valori occidentali e della sempre più brillante democrazia borghese. Si allunga così la fila dei morti di pace che naturalmente ringraziano i loro carnefici: la vita ci è data in prestito dalla imperscrutabile volontà celeste e occorre spenderla degnamente.
Nel rincorrersi incontrollato delle notizie - diciamolo: purtroppo c'è ancora qualcuno che fa il suo mestiere di cronista - l'imperturbabile Massimo D'Alema si è detto turbato e le parole, si sa, non le ha mai scelte a caso: lui, che ha appreso nel PCI come certa sinistra non sia utile al paese, sa bene che essa è un ingrediente indispensabile nell'insalata russa che lo ha portato e la mantiene alla Farnesina. E' perciò che si è detto turbato, l'imperturbabile navigatore, e non a caso, temendo - e prevedendo - quel che accade, parlando della sua politica estera pacifista ha ammonito: "se si va sotto, è l'otto settembre, si va tutti a casa". D'Alema lo sa bene: il governo di Prodi è come la regia marina , ciò che dice la sera non vale la mattina.
Angelo serafino, tutto ardore di carità - le bombe sui serbi sono ormai lontane - l'imperturbabile Massimo D'Alema si dice turbato, ma chiede al parlamento di approvare il finanziamento della missione militare italiana in Afghanistan: missione di pace, missione umanitaria, che in questo annuncio di primavera insanguinata incendia Kabul e in soli due giorni seppellisce sotto la furia amancipatrice delle forze di liberazione donne, vecchi e bambini. Si turba l'imperturbabile D'Alema e ripete cantilenando, come un pupo che si tiene in piedi ma ha i fili spezzati: la missione è di pace, la missione è di pace, la missione è di pace. E più parla, più lo dice, più si vede il sangue macchiare la Costituzione:
- l'Italia ripudia la guerra, votate, la missione è di pace, votate, verdi, rossi, rosa e figli del biancofiore, votate. L'Italia ripudia la guerra...
Che vergogna, signori. A che punto ci avete portati!

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 gp    - 08-03-2007
A proposito del Ministro degli Esteri e delle sue - "imperturbabili" - scelte, segnalo da Peacelink un curioso ... "scambio di favori". La Slovenia si oppone al rigassificatore di Trieste per motivi di sicurezza. E allora il ministro degli Esteri D'Alema rimuove le obiezioni italiane all'ampliamento della centrale nucleare slovena di Krško, non distante dal confine italiano e costruita su un'area sismica. Uno scambio fra rigassificatori e centrali nucleari sulla pelle dei cittadini. Ecco come un ministro degli Esteri può dare di fatto il via libera a due impianti pericolosi con un colpo solo. In caso di incidente se il vento soffia da est avremo la radioattività slovena, se il vento soffia da ovest agli sloveni arriva una palla di fuoco al metano. Il confine italo-sloveno - lo sanno anche i bambini - non ferma i disastri.



Do ut des
Chiuso un occhio sulla centrale nucleare slovena di Krško che sorge in zona sismica


Scambio fra rigassificatore italiano e centrale nucleare slovena, mediatore Massimo D'Alema
D'Alema: "Ritengo che i nostri due paesi siano avanzati e moderni in grado di fare, come si fa in tante parti del mondo, rigassificatori e di far funzionare centrali nucleari senza creare motivi di paura. Siamo fra i paesi in grado di dominare queste tecnologie".


La storia è fresca.
Si tratta di questo.

Uno dei rigassificatori proposti in Italia è a 15 km a ovest di Trieste, vicino alle acque territoriali della Slovenia. Le autorità slovene hanno da tempo avenzato critiche al rigassificatore che costituirebbe un impianto a rischio di incidente rilevante a due passi dal proprio territorio.

Che fa allora il ministro degli esteri D'Alema? Si accorda con la Slovenia per un fare uno scambio al ribasso in tema di sicurezza. L'Italia chiude gli occhi sulla centrale nucleare slovena di Krško, vicina all'Italia e oggetto di contestazioni ecologiste nonché di interrogazioni parlamentari, in cambio di un lasciapassare del governo sloveno sul rigassificatore triestino che aveva incontrato le opposizioni della Slovenia.

Prova ne è che un giornalista sloveno chiede a D'Alema: "Con il collega sloveno parleranno anche dei rigassificatori nel Golfo di Trieste ai quali il Governo sloveno è decisamente contrario?"
E D'Alema è sottile nel rispondere: "Questi sono impianti che rispettano le normative massime di sicurezza e di tutela dell'ambiente dell'Unione Europea. Ovviamente parleremo di questo, soprattutto del rispetto di queste normative. Comunque l'Italia non polemizza in merito al raddoppiamento della capacità della centrale nucleare slovena."

Il ministro degli esteri italiano di fronte al ministro degli esteri sloveno non ha a questo punto difficoltà nel dire: "Ritengo che i nostri due paesi siano avanzati e moderni in grado di fare, come si fa in tante parti del mondo, rigassificatori e di far funzionare centrali nucleari senza creare motivi di paura. Siamo fra i paesi in grado di dominare queste tecnologie".

Peccato che la centrale atomica slovena sorga in una zona sismica.

Ecco una cosa su cui ci si potrebbe aspettare una presa di posizione - ad esempio - di Legambiente.

Alessandro Marescotti

Note: Per approfondimenti c'è un minidossier qui.

Per l'opposizione della Slovenia al rigassificatore sono esposte minidossier qui.

Alle perplessità della Slovenia si aggiungono le proteste degli ecologisti della Croazia, non distante dal rigassificatore.
Scrive Franco Juri: "Riccardo Illy, convinto sostenitore del progetto di rigassificazione, sembra sia rimasto particolarmente irritato dal colloquio chiarificatore al quale è stato invitato di recente dal ministro sloveno per l'ambiente Janez Podobnik e dall'ambasciatore d'Italia a Lubiana Daniele Verga. Nel laconico comunicato seguito all'incontro il ministro sloveno ha assicurato che la parte italiana riferirà su ogni passo in modo da coinvolgere il paese vicino nella valutazione dell'impatto ambientale dei terminal. Un'assicurazione questa che non ha confortato l'opinione pubblica interessata e che per l'alone di mistero, con cui le parti governative stanno trattando il tema, foraggia i dubbi e la protesta degli ambientalisti e dei pescatori dell'alto Adriatico da entrambe le parti del confine. Il primo a lanciare l'allarme terminal in Italia è stato il Consorzio ittico di Trieste, seguito dal WWF, dai verdi e quindi da un comitato di coordinamento per la salvaguardia del Golfo di Trieste. Contemporaneamente la protesta ambientalista ha coinvolto anche la parte slovena e croata. A Capodistria si è organizzato un analogo comitato di coordinamento sloveno; da Pola invece gli ambientalisti hanno manifestato il loro pieno appoggio ai compagni sloveni e italiani. I verdi del Friuli Venezia Giulia, dell'Istria slovena e di quella croata hanno proposto un referendum comune, il primo transfrontaliero, con cui decidere sul progetto terminal dopo che sia stato reso possibile un dibattito documentato sulle conseguenze ecologiche, economiche, sociali e quelle inerenti alla sicurezza degli impianti previsti".

 l'Unità    - 09-03-2007
Nassiriya, spararono sull'ambulanza: chiesta l'imputazione


A Nassirya aprirono il fuoco uccidendo quattro civili: una donna incinta accompagnata dalla madre, il marito e la sorella. Secondo la procura militare, non si era trattato di un gesto che andò oltre ai «principi di necessità e di proporzionalità della reazione» dei due militari italiani che spararono, il caporalmaggiore Raffaele Alloca e il maresciallo ordinario Fabio Stival. E per questo la procura militare di Roma aveva chiesto l'archiviazione del caso a due anni e passa dal fatto avvenuto durante la battaglia dei ponti nella notte tra il 5 e 6 agosto 2004.

Secondo il pm militare, i due soldati spararono per autodifesa verso «un veicolo non meglio identificato» (cioè privo, nella ricostruzione dell'accusa, di un segno distintivo che ne permettesse il riconoscimento) . Era un'ambulanza che trasportava le quattro persone che furono uccise nel corso di una battaglia durante la quale furono sparati 42 mila colpi. Sempre secondo il pm, l'ambulanza era stata abbandonata all'ultimo momento da uomini armati, «disposti a sacrificare la vita dei civili trasportati» per portare a termine una azione definita «devastante».

Ma la ricostruzione del pubblico ministero non è stata condivisa dal Gip militare di Roma, Carlo Paolella, che ha respinto l'archiviazione e ha chiesto che venga formulata una imputazione per il reato di «uso aggravato delle armi contro ambulanze».

Il problema, secondo il giudice per le indagini preliminari, è quello della «generale attendibilità dei militari» coinvolti nell'episodio, che hanno sempre negato di aver sparato contro un mezzo di soccorso. Di ambulanza colpita - vale a dire, di mezzo su cui erano esposti i simboli di riconoscimento della Croce rossa - aveva parlato, per la prima volta, il giornalista Usa Micah Garen, che era al seguito delle truppe italiane e fece vedere le immagini di questa ambulanza colpita. Tra i testimoni citati dal giornalista c'è anche l'autista dell'ambulanza (che sarebbe poi riuscito a scendere in tempo e a salvarsi). Di più, di un'archiviazione che sembra un depistaggio aveva parlato in un'intervista a unita.it anche il magistrato italiano ed ex parlamentare Domenico Gallo (nella foto), che è stato uno dei primi firmatari dell´esposto che portò all´apertura dell´inchiesta della procura sulla famigerata "Battaglia dei ponti" di Nassiriya.

Sarà un diverso giudice, tra circa un mese, a riprendere in considerazione l'intera vicenda e a decidere se rinviare a giudizio, o no, i due militari.


 dal Manifesto    - 10-03-2007
La perversione del linguaggio politico della sinistra

«Quanto più si dissolve l'aspettativa razionale di un mutamento reale del destino della società», tanto più rispettosamente i dirigenti «venerano gli antichi nomi: massa, solidarietà, partito, lotta di classe». Così scriveva Adorno in uno dei frammenti di Minima Moralia. Basta eliminare «lotta di classe», caduto in disuso, ed aggiungere «nonviolenza», «pace», «movimenti» perché quel lucido frammento ridiventi attuale.
Non aggiungo niente all'analisi di Marco Revelli, che condivido parola per parola. Vorrei solo introdurre un ulteriore piano di lettura dello spettacolo offerto dai dirigenti comunisti d'un tempo, oggi divenuti ferventi paladini della governance a tutti i costi. Il piano è quello semantico, per usare un termine colto. La progressiva perversione del linguaggio e della comunicazione che ha accompagnato questi mesi di governo è cosa che lascia allibiti. Se lo stile berlusconiano era all'insegna della menzogna aperta, trasparente e fanfarona, quello dell'attuale governo e dei suoi partiti ha qualcosa di orwelliano e contorto, al tempo stesso grottesco. Quando le parole sono usate a stravolgere l'esperienza e la realtà fanno più danni perfino dei contenuti delle politiche. Non solo perché ingannano i cittadini, gli elettori, i militanti, considerandoli minus habentes, incapaci di farsi un'idea della realtà (nell'èra della comunicazione globale!). Ma soprattutto perché minano profondamente il rapporto fra i cittadini e le istituzioni, e alimentano sfiducia. Occultare la dura realtà delle concessioni - obbligate, ci dicono, e forse è vero - ai poteri forti e agli orientamenti «moderati» (un altro termine da abolire!) con il ricorso a formule autoconsolatorie ed ingannevoli - quale la litania della «discontinuità» - è una forma di perversione della comunicazione a lungo andare autolesionistica. Salutare con entusiasmo la furbesca relazione del ministro degli esteri sulla politica internazionale come una scelta limpida e avanzata in favore del «multilateralismo» (un'altra parola magica: una guerra può essere multilaterale e nondimeno illegittima, ingiusta, sanguinosa) è far torto alla propria storia politica e all'intelligenza dei cittadini e degli elettori.

V'è qualcosa di orwelliano nella lingua assunta da certi parlanti governativi, anche della «sinistra radicale». Pensavamo che l'accusa d'essere anime belle, rivolta a chi non vuole tradire la propria coscienza morale, appartenesse storicamente al linguaggio della destra e dello stalinismo, tanto è intrisa di disprezzo verso chi pensa che i principi etici e politici, la dimensione dell'idealità siano inscindibili dalla pratica politica.

Oggi i rari disertori della guerra imperialista tornano ad essere ingenui idealisti e soggettivisti, secondo un tipico gergo di marca staliniana (chi scrive fu espulsa, verso la fine degli anni Settanta, da un partitino emme-elle, diretto fra gli altri da un membro dell'attuale governo, con l'accusa di deviazionismo, politico e morale, e di soggettivismo, per l'appunto).
V'è un altro piano che conviene considerare. E' sconfortante che degli ex sostenitori dell'internazionalismo proletario, poi convertiti all'altermondialismo, siano prigionieri d'una visione così ristretta e provinciale della politica.

La vicenda minuta del governo d'un piccolo paese occidentale val bene per loro i «sacrifici umani», per citare Revelli, ma in senso letterale: le stragi di civili, la devastazione degli stati-canaglia, insomma le ingiustizie e le tragedie che si consumano su scala internazionale. Niente di nuovo, in realtà: quante volte nel passato i partiti operai hanno sacrificato al nazionalismo il dovere della solidarietà internazionale, facendosi complici di politiche razziste, coloniali e neocoloniali.

Basta pensare al sostegno dato dai partiti di sinistra francesi alla feroce politica coloniale in Algeria. Anche allora (era il 1960) centosessantuno anime belle, il meglio della cultura francese, rivendicarono in un manifesto il diritto all'insubordinazione: «Non vi sono forse dei casi - scrivevano - in cui il rifiuto è un dovere sacro e il 'tradimento' significa coraggioso rispetto della verità?». Fu anche grazie alla testimonianza di quegli ingenui idealisti che negli anni seguenti non ci si dové vergognare d'essere di sinistra.


Annamaria Rivera