Rari fili d'argento
Universo diviso - 07-03-2007
Dallo Speciale Racconti




Poi? Non so quante volte ci avevamo pensato nei giorni luminosi della pazzia felice, ma risposte non ne sapevamo trovare. Un eterno momento di smarrimento era bastato a consigliarci di non cercarne. La verità che temi è quella che normalmente ignori, ed è istintivo: se davanti hai un abisso, lo sguardo si aggrappa a un appiglio e, mentre il pensiero oscilla col corpo che si tiene sul ciglio e si raggruma, davanti al volo terrificante nello strapiombo, mezzo metro di terra sotto i piedi impauriti ha l'ampiezza dei chilometri della tua vita. Mezzo metro è il tuo universo e può splendere di stelle nel buio della notte. Le nostre fragili sicurezze crescono nell'incertezza: un riparo precario è una fortezza per il viandante sorpreso da una tempesta notturna; una trave, scampata dio sa come al naufragio, ci fa sperare salvezza nell'orrore della burrasca. Chi sa vivere un sogno come fosse realtà, sfiora il fuoco tranquillo e non teme la furia che intorno divampa.

Poi? Nemmeno stavolta c'era una risposta e l'uno non chiedeva all'altra. La porta che s'apriva dopo la valigia chiusa, però, il vuoto nei cassetti semiaperti, il velo di lacrime dietro gli occhiali di titanio, negli occhi grandi, scuri e incredibilmente stanchi sotto il caschetto dei capelli neri e lisci, venati di mogano e di rari fili d'argento, erano per la prima volta la verità temuta che non si può ignorare. Di parole era fatto ormai anche il mio silenzio, la mia insuperabile incapacità di muovermi, di oppormi, di inventare qualcosa che mi restituisse la chiave del tempo e la regia dei fatti. Teatro e vita, sogno e speranza, pazzia e ragione, per la prima volta non sapevano scambiarsi i ruoli e non comunicavano. Per la prima volta tra noi il tempo aveva le sue leggi: ieri era il nostro passato, il tempo vissuto, e quello che accadeva significava che il nostro tempo era finito e cominciava un "oggi" senza luce e calore.


Poi? Poi le convenzioni, i diritti degli altri, il conformismo che pensavamo d'avere sconfitto, i patti che vanno serbati, le regole che vanno rispettate... Poi è la vita che ci vive, la vita che ci divora.

Poi? La porta s'è chiusa: risposte pensiamo di averne trovate. Un lunghissimo istante di normalità, mezzo metro di terra che non può bastare, un riparo precario che in una notte tempestosa non può riparare, la pazzia felice cha abbiamo curato sicché siamo normali e infelici. Quando giunge una certezza, dicevamo, muore la verità.
Ho carezzato le sfumature di mogano e i rari fili d'argento dei tuoi capelli. Hai carezzato, senza fermarti, la mano che ti accarezzava. Non te l'ho detto, però tu lo sai: la porta che ti sei chiusa alle spalle non ci divide. Vai, volontaria in una guerra che non è la tua, come il soldato che la patria chiama, e vado, richiamato in una guerra che non è la mia: normalità. Nel muro che separa equilibrio e pazzia, che divide il teatro dalla vita, però, c'è un varco nascosto e, nella rete in cui ti vai a cacciare, pallida come sei, affilata in viso e, sono certo, disperata anche tu come me, nella rete c'è un buco. Là qualche volta, prima o poi, disertori, noi c'incontreremo: al confine tra il sogno e la realtà, tra una perfetta e melanconica salute mentale e la pazzia felice.

Poi? Chiudi tutte le porte che vuoi, risposte non ne trovi.


Base musicale: Michele Zarrillo, L'elefante e la farfalla, midi tratto da freekaraoke
Immagini liberamente adattate da Jules Pascin, Le Jockey


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 Daniela Albertazzi    - 07-03-2007
Grazie a Fuoriregistro per questo breve racconto che le immagini impreziosiscono e la musica accompagna in maniera struggente. E' certamente la storia brevissima, ma sembra lunghissima, d'una separazione, di una situazione crudele. Più che dolore, però, io ci ho trovato amore e la "fine" si scioglie in una promessa: ci ritroveremo, si dicono l'uomo e la donna che la vita divide. E' una specie di piccola magia. La prosa ha un che di familiare e la musicalità della poesia. Chiunque tu sia, bravo, misterioso Universo Diviso.

 Maria Luisa Cipriani    - 11-03-2007
Un frammento di vita e un enigma esistenziale. Mi piace tutto: la musica, i disegni, il testo, l'idea di pubblicare racconti in una rivista che la propensione al raccontare ce l'ha un po' nel dna. E poi fa piacere, consola, in una realtà sempre più squallida, imbattersi in una storia brevissima che ha dignità di arte. Mi ha fatto venir voglia di rileggere alcuni versi di Narda Fattori che regalo ai lettori e all'autore:

Allora perdersi è infine ritrovarsi
dentro un sorriso una parola piana
e tu sei men di niente eppure tutto
forma finita e infinito incanto.

 Giovanni Trodella    - 12-03-2007
Un racconto molto bello. Bravo.