La scuola di Michele
Anna Pizzuti - 26-02-2007
Michele, per ora, ha poco più di due mesi e i suoi unici impegni sono quelli di tutti i bambini nati insieme a lui: il biberon ed i grandi sorrisi di meraviglia e gioia con i quali salutare tutto ciò che capita sotto i suoi occhi vispi ed attenti.
Ma Michele ha avuto la ventura di ritrovarsi una nonna che, guardandolo, lo immagina già alle prese con la scuola o, meglio, cerca di immaginare quale sarà la scuola nella quale si ritroverà a crescere. O in quale scuola piacerebbe a lei che crescesse.
Le riforme, da qualsiasi parte esse provengano, le lascio sullo sfondo - azzerarne anche per un minuto il rumore sarebbe impossibile e sbagliato - per cercare di vedere, con il suo sguardo, quello che lui vedrà.

E non a caso penso proprio allo sguardo.
Qualche giorno fa, durante il seminario per DiGi scuola, organizzato dall'Indire a Montecatini, ho visto per la prima volta una lavagna elettronica. Uno strumento sbalorditivo. La appendi al muro e semplicemente toccandola, si apre tutto l'infinito mondo. Il fatto poi che il percorso che era stato preparato per mostrarcene le meraviglie, era incentrato su Leopardi e su "L'infinito", ho voluto considerarlo non una semplice coincidenza - come sicuramente era - ma il significato vero del significante tecnologico.

Come non ripensare, mentre guardavo ed ascoltavo, a quando, sembrano passati anni luce, incollavo sui muri dell'aula le riproduzioni dei volti dei poeti e degli scrittori, perché i ragazzi potessero guardarli negli occhi, leggendoli. O a quanto e come cercavo di fare in modo che le mura e la lavagna di ardesia non fossero prigione, ma "siepe" per "fingerselo" il mondo o per "fingersi" in esso, con il cuore che, dolcemente, si "spaura".

Se fossi ancora a scuola, credo farei il possibile per averla, la lavagna elettronica, come sempre, nel tempo, ho fatto il possibile per averle tutte e per usarle, le teconologie che via via sono venute invadendo il mondo. Quindi vorrei che anche Michele le avesse nella sua aula. Ma vorrei che, come per me, la meraviglia e la gioia del futuro fossero le stesse che lui prova oggi: non per le cose, per la "cosa", ma per lo spazio infinito che/al quale essa apre e che fa conoscere.

Dall'infinito spaziale a quello temporale. Il tempo a scuola, lungo il filo sottilissimo che da risorsa lo fa diventare peso.
"La professoressa Pizzuti che conta sempre i minuti" mi prendevano in giro i miei alunni, quando li acceleravo presa dall'ansia, ma anche - e sappiamo tutti quanto sia bello, quando il tempo attraversa l'aula senza che ce ne accorgiamo - "Già la campanella?! ".
Per Michele vorrei che il tempo della scuola fosse, prima di tutto, suo, che cioè coincidesse con la sua percezione di sè e con quella che avrà del suo mondo. Che fosse ed intenso e rapido - come le finestre che si aprono sulla lavagna - quando passerà da una curiosità all'altra, da una scoperta all'altra e le metterà insieme come i mattoncini delle sue costruzioni, ma anche lento e profondo quando ne avrà bisogno per capire.

Allo stesso modo, vorrei per lui una scuola nella quale i "progetti" non fossero come i film che, nella famosa battuta di Roberto Benigni, interrompono la pubblicità.
Perché è la scuola - qualsiasi mezzo si usi - ad essere il vero, grande, "progetto" e l'emozione (termine con il quale ho sempre tradotto quella che gli esperti chiamano "dissonanza cognitiva") non deve essere estemporanea, o legata ad un oggetto, ma compagna di ciascun momento.

La scuola io l'ho lasciata a settembre, al termine di quaranta anni di servizio più o meno onorato. Sono trascorsi quasi sei mesi, durante i quali mai mi è venuto in mente di fare - in pubblico, ma nemmeno in privato - un ri/esame o un bilancio. Perché i bilanci chiudono, segnano un prima ed un poi, sono fatti di passato e rischiano di bloccare il presente. Che invece deve, necessariamente, contenere in sé il futuro. Come deve essere per qualsiasi storia, anche per quella che si studia a scuola, il luogo privilegiato in cui i tre momenti del tempo si incontrano e scontrano.

Ecco perché la scuola per Michele - e per tutti gli altri bambini - la desidero con le mura colorate, sulle quali ci sia sì la lavagna elettronica, ma - anche su di essa - ci siano impronte di mani sporche di cioccolata e tracce degli sguardi e dei sogni.

Questa scuola esiste già, ed è quella che tanti hanno difeso e sono costretti ancora a difendere. C'era, questa scuola, anche a Montecatini, ed era la scuola del Sud. L'Indire, mi è parso di capire, ed ho avuto, su questo, anche risposte precise a precise domande, sta gestendo, ma secondo il proprio modo di vedere, un progetto - il DIGIscuola - nato in era Moratti. Più di cinquecento scuole, nelle regioni meridionali, hanno avuto in dotazione la lavagna elettronica e tre pc portatili, da sistemare - ed usare - nelle aule. E una specie di carta di credito per acquistare learning objet preconfezionati - e non sappiamo come - dalle case editrici.
Ma al seminario partecipavano decine e decine di colleghi - i futuri tutor che lavoreranno con più di tremila insegnanti - ciascuno ricco di esperienze e di avventure tecnologiche proprie, non imposte. Tra i tanti, penso, in particolare, ad una ragazza che veniva da Favignana e ci raccontava del modo in cui la scuola si è già attrezzata per superare i ristretti confini dell'isola. Senza attendere DiGi scuola.
Mi tornavano in mente, ascoltandola, le parole scritte da Antonio Vigilante "i docenti devono diventare protagonisti dell'insegnamento". Sono state pronunciate anche lì - come del resto scrive lo stesso Vigilante - dai relatori e nei gruppi di lavoro, ma non è stato questo che mi ha spinto a credere che il senso fosse lo stesso. E' stato l'incontro, reale e concreto, con tanti di essi.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Tiziano Vallepiana    - 26-02-2007
Non ho nulla contro l’innovazione, ma sono convinto che sia una strada impraticabile se prima non si provvede a garantire ai docenti una retribuzione dignitosa. Il progetto DIGI, poi, fa capo all’Anitel, un’associazione che mi pare si muova perseguendo un obiettivo prioritario: la creazione di quelle “nuove figure professionali” - vedi tutor - che da destra si volevano imporre, da sinistra si “contrattualizzano”, ma rientrano comunque nella logica delle recenti “riforme” scolastiche e dei “bollini qualità”. Credo non sia stata lontana dalla concezione della scuola che fu della Moratti. Riferimenti obbligati sono ed erano l'ambiente ministeriale della Direzione del Servizio per l'Automazione Informatica e l'Innovazione Tecnologica, i Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali, i CSA, i Dirigenti Scolastici, gli Enti per la valutazione dei sistemi educativi e magari i soliti “progetti qualità”. Al tuo Michele augurerei anzitutto buoni insegnanti, ben retribuiti, in una scuola statale adeguatamente finanziata. Il che, naturalmente non esclude i DIGI.