Roberto Renzetti - anno scolastico 2005-2006
Roberto Renzetti - 30-08-2006
(...grazie alle politiche della sinistra?)

Non può che fare piacere il fatto che Alba Sasso scopra che c'è continuità tra questo governo ed il precedente nel settore scuola. Con un pochino di sforzo si scoprirebbe la continuità anche con quello ...
Roberto Renzetti - 18-02-2006
...continua dalla quarta parte

DEMOCRAZIA E BUROCRAZIA

La nuova scuola dovrebbe essere portatrice di un nuovo valore fondamentale, rispetto al passato: la diversità rispetto all'uniformità. L'autonomia dovrebbe essere portatrice della possibilità di costruzione di una scuola diversa per ogni istituto scolastico. L'autonomia si realizzerebbe sul terreno pedagogico, dei contenuti, amministrativo e finanziario. Tutto questo dovrebbe essere considerato insieme, in uno strano ibrido, con il centralismo degli obiettivi, di alcune prescrizioni metodologiche, dei programmi, degli esami. Su questa concezione vi è una convergenza stupefacente tra destra e sinistra. La destra, anche nella completa anomalia italiana, è nella sua storica tradizione; è la sinistra che suscita problemi nei suoi elettori informati di cosa accade. Il problema è: Il decentramento scolastico aumenta il tasso di democrazia? Io sono convinto di no e richiamo l'attenzione del lettore sul fatto che il continuo richiamo alla democrazia, alla partecipazione, alle scelte delle famiglie è sempre accompagnato dall'espressione governance dei processi. Una sorta di direttività centralizzata mascherata da cortine di fumo.
L'obiettivo politico della scelta autonomista è rendere la scuola funzionale al mercato. Senza un'opera mediatica che nobiliti questo proposito sarebbe difficile conseguire l'obiettivo. Le parole della gestione aziendale dell'educazione sono piuttosto deprimenti, occorre riempirle della retorica della libertà riconquistata, della realizzazione della giustizia, della ripresa dell'etica, vale a dire dell'abbandono del vecchio per la conquista della modernità. Ritorniamo a qualcosa di analogo alla religione industriale di Saint Simon: l'impresa porrà fine all'autorità per passare al contratto, alla concertazione ed al progetto. E vi sono sempre disponibili coloro che assolvono a questo compito. Semmai continua a stupire che la cosa provenga da fonti politiche e sindacali di sinistra.
Roberto Renzetti - 10-02-2006
...continua dalla terza parte

VALUTAZIONE DELL'EFFICACIA EDUCATIVA

Sono vari anni che siamo bombardati da una parola intrigante ma vuota: riforma. Occorre riformare tutto, sono tutti riformisti anche se molto difficilmente spiegano cosa e come riformare. Si chiedono deleghe in bianco per poi passare a riforme micidiali di pezzi fondamentali della convivenza civile (lavoro, pensioni, scuola, sanità, giustizia, Costituzione, ...). Chi sostiene che occorre andare cauti è, nella migliore delle ipotesi, un conservatore, quando non una persona che tende a difendere le sue certezze ed i suoi privilegi (sic!). Riformare è un termine che sta all'interno di un altro verbo, altrettanto e forse più affascinante ma ugualmente privo di significato: modernizzare. Sia il riformare che il modernizzare, se non hanno complementi oggetti e varie specificazioni, non significano nulla. Ma figuratevi quale giudizio pioverebbe sul capo di chi si opponesse alla modernizzazione.
Cerchiamo di capire qualcosa di più andando brevissimamente a seguire la modernizzazione della scuola negli USA, perché gli stimoli alla pretesa di nostra modernizzazione partono dagli interessi di quel Paese.
Oggi gli Stati Uniti sono considerati il Paese più avanzato e moderno del mondo intero. Forse non tutti sanno che è anche il Paese con la scuola più disastrata tra i Paesi evoluti e con livelli di ignoranza veramente paurosi (il 65% degli statunitensi non è in grado di trovare su un mappamondo la posizione geografica del proprio Paese, gli USA). Secondo molti analisti il motivo di questo stato di cose risiede nel fatto che proprio negli Usa si è costruita una scuola con valori e metodi propri dell'economia e dell'industria.
Dai tempi del taylorismo (inizi del Novecento) si iniziò a considerare lo studio, ad esempio, del greco e del latino come un fatto eminentemente aristocratico. La scuola, secondo gli industriali ed i finanzieri, in sintonia con il mondo produttivo, deve sfornare persone che siano formate in contabilità, in diritto commerciale, in tecniche di mercato. E' una spesa inutile preoccuparsi di una cosa come la cultura generale (si confronti con le sciocchezze delle tre i e con le modernità reclamate dalla sinistra). La scuola, oltre ad essere centrata sulle cose ora dette, deve anche essere efficace, proprio con analoghi criteri di una qualunque impresa.
L'efficacia è un qualcosa che acquista significato associata con i concetti di quantità e misura. Il test discende da questa esigenza di misura, misura che deve fornire una valutazione quantificata, standardizzata dei risultati scolastici da mettere in relazione con gli investimenti fatti al fine di capire qual è il rendimento dell'operazione. Fanatici di queste operazioni si cimentarono in studi sempre più dettagliati che riempirono la letteratura Usa dei primi decenni del secolo scorso. L'ideale di una misura completa, sempre più perfetta, dei risultati suddetti deve disporre di personale sempre più qualificato ed addirittura addetto allo scopo. Nacquero scuole speciali per formare persone nella tecnica dell'efficiency, i valutatori preparati con una filosofia di dedizione all'industria. Queste persone diventarono imprescindibili nelle scuole con la loro preparazione specialistica. Non sapevano nulla delle problematiche scolastiche nel loro complesso, dei contenuti, di motivazioni culturali. Ubbidivano solo a logiche di gestione aziendale ed erano molto attenti alle pressioni economiche dei finanziatori della scuola. Erano nondimeno considerati esperti di didattica. La scuola risultò così suddivisa verticalmente in due tronconi sempre meno comunicanti: quello degli esperti in scienze dell'educazione e quello degli esecutori (generalmente insegnanti) dei procedimenti messi in campo dai primi. Il carico di lavoro degli insegnanti crebbe sempre più per tutte le incombenze inventate dagli esperti in didattica. Le classi aumentavano di alunni (risparmio), una gran mole di test da preparare e da valutare, mantenimento di libretti scolari degli alunni, statistiche da fare. In questo modo l'insegnante (il tecnico dell'insegnamento) perse sempre più il suo status di trasmettitore di conoscenze. Al fine poi di ridurre i costi si pensò di ridurre anche i programmi e cioè la quantità dei contenuti culturali da trasmettere. Tutte queste cose si sommarono tra loro: le disuguaglianze tra alunni, quelle tra scuole, la forte presenza di materie opzionali, il degrado ambientale e sociale di molte scuole, sfociarono in una generalizzata sfiducia nella scuola pubblica con conseguente apprezzamento delle scuole private che in più fornivano insegnamenti di tipo accademico, compresi quel greco e latino di cui sopra. I riformatori di inizi del Novecento avevano distrutto la scuola pubblica. Ma questo fatto non fermò altri Paesi nell'imitare l'ideale di scuola-impresa che divenne piano piano un argomento forte degli organismi internazionali a gestione maggioritaria degli Stati Uniti. E ci siamo così trovati ad avere proprio i teorici Usa dell'insegnamento a spiegarci la necessità della modernizzazione dell'insegnamento secondo i canoni che avevano dato così pessimi risultati nel loro territorio metropolitano. Ma il fine sembra essere proprio il tentare loro di capire cosa fare per risollevare i disastri scolastici del loro Paese.
Possiamo ora ritornare al culto dell'efficacia che nasce in una scuola pressata dall'impresa o da ambienti politici e sindacali modernisti di sinistra e di neopositivisti che reclamano l' innovazione come valore in sé.
I pedagogisti nostrani si sono fatti veicolo per trasferire la concezione di efficacia come un qualcosa di perfettamente misurabile in tutti i suoi aspetti. Basta che i docenti collaborino per avere un insieme di categorie scolastiche completamente misurabili e, nel loro insieme, definibili come efficacia dei processi educativi. Metodi e tecniche devono però diventare standardizzabili e quindi sfrondati di ogni aggettivo che li rende caratteristici ed individuali. Non è infatti possibile parlare di misura se non rispetto ad una unità di essa o almeno rispetto ad un termine di paragone. E quindi occorre realizzare strumenti utili per operare misure e confronti, come i tests, ma, in accordo con quanto ora detto, su metodi e tecniche standard. Ciò comporta che la stessa pedagogia deve assumere un ruolo burocratico molto accentuato e, come vedremo meglio più oltre, che la pretesa autonomia decentrata dovrà portare a rigidi inquadramenti centralizzati.
I tests sono un poco l'architrave del sistema di valutazione.
Roberto Renzetti - 02-02-2006
...continua dalla seconda parte


A LAVORARE SI IMPARA

Nel 1981 la casa editrice SEI dava alle stampe un aureo libretto, A lavorare s'impara: scuola secondaria superiore e professionalità, del Gruppo di ricerca coordinato dalla Fondazione Agnelli. Nella quarta di copertina leggiamo che lo studio è rivolto in particolare alla scuola secondaria superiore e prende le mosse dalle concrete esigenze colte nel mondo del lavoro per determinare i fabbisogni formativi e formulare una prassi educativa che, tenendo conto delle esigenze legate allo sviluppo globale della personalità del giovane, gli permetta l'acquisizione di conoscenze e di capacità direttamente spendibili nella situazione di lavoro.
Ci si può immediatamente rendere conto di quanto sia più comprensibile, onesto e chiaro questo proposito che, tra l'altro, utilizza parole comunemente in uso, di quello sostenuto dal duo Vertecchi - Maragliano. La problematica è vecchia ma qualcuno produce pubblicazioni ed accede a cattedre perché rimastica quanto è stato ben masticato nel passato. Tra l'altro, tra gli autori, vi è quella Luisa Ribolzi, punta di diamante, insieme a Bertagna, della scuola della Brichetto Moratti e del Progetto Buonsenso che vede solidali i pedagogisti di Berlinguer con quelli di Brichetto Moratti (si vuol sostenere che esiste una pedagogia scientifica, al di sopra delle scelte politiche generali di un Paese, in grado di essere applicata al sicuro successo della scuola senza che nessuno osi chiedere o chiedersi a cosa è finalizzata una tale scuola).
Quello fatto è solo un esempio che mostra il continuo interesse dell'impresa a gestire la scuola. Se una differenza vi è, riguarda il fatto che, alcuni anni fa, si tentava di modificare la scuola pubblica al fine di metterla in grado di preparare direttamente per le professioni. Oggi le cose sono più rozze: si mette in discussione la scuola pubblica, la sua utilità ed i suoi costi. Si teorizza una scuola pubblica semplificata per tutti a fronte di scuole specialistiche e private per coloro che servono direttamente al mondo della produzione. I liberisti assimilano in modo semplicistico la scuola a qualunque altra impresa, con il suo dovere diventare competitiva, visto che il mercato lo è. L'istruzione è né più né meno una mercanzia e la scuola deve competere con altre scuole per fornire mercanzie competitive. Vi è quindi il problema del rendimento dei lavoratori e del costo della mercanzia. Da queste premesse discende che si chieda una scuola in mano a dei manager (i Dirigenti) che siano in grado di farla produrre al meglio delle mercanzie (i lavoratori) utili ai mercati, possibilmente locali. Si deve creare un circuito in cui le famiglie sappiano poi scegliere le migliori imprese di fabbricazione di capacità per i loro figli (migliori scuole). Questi ultimi entreranno nel mercato del lavoro più facilmente. Ciò significa che la formazione è una merce buona sul mercato per dare migliore sistemazione lavorativa e quindi è una merce che deve essere pagata. Si devono poter spendere anche molti soldi per assicurare ai propri figli una formazione che diventi sempre più esclusiva. In questo modo si innesca il darwinismo scolastico: resteranno sul mercato solo quelle scuole più efficienti ed efficaci e le altre saranno costrette a chiudere (con poco intuibili problemi di scuole disperse sul territorio nazionale costrette a confrontarsi non si sa bene con chi). Il sistema deve essere affiancato da scuole private alle quali rivolgersi per avere servizi particolari che la scuola pubblica può offrire sempre meno. E se le scuole private non hanno né prestigio né tradizione (come in Italia) ? Occorre iniziare a finanziarle perché, per i servizi che potranno così offrire, divengano appetibili. Il finanziamento non deve andare necessariamente alla scuola, può benissimo diventare un finanziamento alle famiglie. E non si pensi che quanto avvenuto in Italia sia stata invenzione di Berlinguer. E' di stretta derivazione reaganiana. Fu nel 1983 che negli USA si introdusse il sistema dei vouchers, dei crediti alle famiglie se si indirizzavano verso scuole private. E tale sistema fu teorizzato da Milton Friedman, l'economista ultraliberista ispiratore della politica, anche scolastica, di Pinochet (26). Se si riflette un istante ci si rende conto che si va verso questa situazione, più che per propositi precisi di pochi guastatori, per l'indifferenza che tutti mostrano ad un evento che sembra non riguardare nessuno (è uno dei mali della scuola: si ha sempre a che fare con un pubblico differente; quando gli utenti del servizio hanno capito qualcosa, se ne vanno perché quel servizio è per loro finito; si ricomincia allora con nuovi utenti; questo continuo cambiamento non sedimenta mai un fronte di ampio coinvolgimento di cittadini). Proprio l'esperienza cilena e la penetrazione sempre più massiccia in tutti gli Stati Uniti (dopo l'impulso di Bush padre, è di Bush figlio la legge - 2001 - che estende a tutto il Paese il sistema dei vouchers) mostra che questa organizzazione scolastica porta ad una netta segregazione sociale: i meno abbienti in scuole pubbliche sempre più dequalificate ed alle quali verranno assegnati sempre meno finanziamenti, ed i più abbienti in accoglienti e ben attrezzate scuole private. E' d'interesse notare che, ancora nel 1995, Milton Friedman teorizzava un circuito virtuoso dei vouchers (27). I più agiati che beneficeranno dei vouchers diventeranno più bravi e renderanno il Paese più ricco di modo che anche gli svantaggiati (quelli della scuola pubblica) ne saranno beneficiati. Tutto deve essere pian piano affidato alle scelte.
Roberto Renzetti - 24-01-2006
...continua dalla prima parte

LIBERISMO ED EDUCAZIONE

Chiunque conosce la scuola, appena un poco, sa che è andata sfumando negli ultimi 20 anni la critica sociologica e politica alla sua funzione per essere sostituita da quella liberista. Si è passati dalla critica della scuola per la selezione sociale che operava, per essere di classe ed aliena dai bisogni degli emarginati, ad una critica della scuola per la sua inefficacia per far fronte all'innovazione, alla disoccupazione, alle esigenze dell'impresa.
Il mercato che ormai è l'unico orizzonte possibile ha messo nel dimenticatoio la vecchia idea illuminista della scuola motore di emancipazione sociale. E la critica a quest'ultima concezione della scuola ha buon gioco e sembra abbia avuto argomenti forniti proprio dalla classe politica che si è succeduta negli ultimi 35 anni. Da una parte la gestione disastrosa della massificazione della scuola con la perdita progressiva del suo valore formativo e di affermazione sociale, dall'altra con alcuni avvenimenti epocali come: la scomparsa di molte professioni note che pure avevano una scuola per le quali preparava; il progressivo aumento della precarietà del lavoro a fronte di un apparente benessere avanzante; il venir meno del ruolo di socializzazione che la scuola garantiva a livello infantile ed adolescienziale, ruolo sempre più sostituito dai mezzi di comunicazione di massa; la continua messa in dubbio di molti valori dati per acquisiti e che oggi appaiono obsoleti; ...
L'insieme di questi eventi, e di vari altri che si danno in momenti diversi ed in luoghi e circostanze diverse, rende facile il dire che è necessaria una Riforma. Questa parola è una espressione che, dal punto di vista epistemologico, è onnicomprensiva di significati. E' in sé una parola accattivante e di per sé, se non si specifica successivamente, è una parola vuota. Si parla di Riforma senza altro aggiungere ogni volta che si vuole eliminare dalla circolazione la possibilità, faticosa, di ragionare, di capire e quindi, solo dopo, intervenire. Le Riforme a priori sono populiste e servono solo a creare consenso tra chi capisce poco dell'oggetto da riformare. Parlare di Riforma certamente si può. Si possono pensare anche Riforme radicali, sconvolgenti lo stato presente delle cose. Ma, parlando di riforma della scuola, agli addetti ai lavori vengono subito in mente alcune domande ineludibili: che tipo di scuola si vuole costruire in luogo di quella esistente ? per che tipo di società è pensata ? a cosa deve preparare ? come deve farlo ? con quali risorse (in più o in meno) ? A queste domande occorre rispondere subito altrimenti l'operazione annunciata di Riforma è una scatola vuota buona, appunto, per operazioni di bassa politica.
Mentre, come già accennato e come vedremo, tutti i documenti di tutte le organizzazioni ed istituzioni mondiali, bilaterali, europee, ... parlano della necessità di una scuola liberista (che definirò tra poco), in Italia si sorvola e si mettono in campo espressioni fanciullesche buone per campagne pubblicitarie ma non per soddisfare le esigenze degli operatori del settore e dei fruitori del servizio. Non si può sostenere che la Riforma della scuola iniziata da Berlinguer e Bassanini nasce dall'esigenza di rendere più flessibile il sapere e più aderente la scuola alle esigenze degli alunni. Neppure che la scuola aveva bisogno di maggiore libertà perché tutti gli studenti avessero modo di esprimersi al meglio. E non vale neanche il richiamo alla Costituzione che vuole una scuola autonoma (altra parola bella ma epistemologicamente priva di significato senza ulteriori specificazioni). Non vale nulla di cose consimili che suonano come la storia a fumetti.
Occorre rispondere a delle domande precise per avvicinare i cittadini alla comprensione di cosa si vuole riformare e come. Iniziamo dalla fondamentale: si vuole una scuola pubblica o privata ? Se si afferma di volere la prima occorre mettere in campo politiche che lo dimostrino. Se, ad esempio, si afferma di volere la scuola pubblica non è possibile toglierle risorse per finanziare la scuola privata. Qualcuno ci prenderebbe in giro. E sembra che le cose siano andate in questo modo. Si è cioè avviato un processo che è in progressiva crescita nel senso di potenziare la scuola privata, con scelte ora certamente contrarie alla Costituzione, potenziamento a cui corrisponde una netta sottrazione di risorse e di personale alla scuola pubblica. Citano sempre cifre utilizzando una matematica da baraccone (nella cosa è esperta la ministra Brichetto Moratti) per mostrare che ciò non sarebbe vero. Naturalmente anche qui il populismo dei valori assoluti la fa da padrone. Faccio un esempio. Se si dice, con un esempio con numeri a caso, che la spesa nel pubblico è aumentata di 100 milioni di euro e che nel privato di solo 1 milione si dice il vero. Sarebbe di maggior interesse sapere che quei 100 sono solo l'1% di aumento che non copre neppure l'inflazione, mentre quel solo milione è il 100% in più e che vola rispetto all'inflazione. Comunque la tecnica dell'informazione su queste cose è scandalosa perché procede con la tecnica ora vista e con quella dello spezzatino. La quale consiste in questo: ogni fatto considerato separatamente senza presentare mai una situazione globale. Questa è una tecnica ben nota all'informazione TV. E così Berlusconi passa per colui che è indagato per avere, ad esempio, evaso tasse. Non si dice, in una volta, che è (meglio: era) indagato per aver: evaso le tasse, corrotto la guardia di finanza, esportato illegalmente capitali, falso in bilancio, traffico di droga, corruzione di giudici, falsa testimonianza, ed un lunghissimo eccetera. Allo stesso modo di Andreotti che, udite udite, è innocente in quanto è stato mafioso solo dal 1946 fino al 1980. Non vado fuori tema, faccio solo presente che le tecniche informative, alla KGB, sono ben note ed utilizzate nel nostro Paese e lo sono anche nelle informazioni riguardanti la scuola. Un esempio dell'ultima ora: oltre la metà degli edifici scolastici italiani è fatiscente ed a rischio. Questo problema non è distinto dai finanziamenti alla scuola. E non è un pezzetto di carne separato dal vassoio che serve in tavola. Fa parte del vassoio che è miserevole e porta la firma di Berlusconi e Brichetto Moratti (insieme a tante responsabilità pregresse, non ultima la corruzione negli appalti pubblici).
Insomma sembra che la scuola privata avanzi a scapito della pubblica. L'educazione è sempre più considerata come bene privato che ha un valore principalmente economico. Il cambiamento fondamentale di impostazione è che non è più compito della società garantire a tutti un minimo di formazione e cultura, è ora compito dell'individuo capitalizzare in educazione con i loro mezzi usando scuole, che sempre più forniscono servizi individuali e quindi che sempre più dovranno caratterizzarsi come private, per poi dare il loro contributo alla società, all'impresa, a tutto ciò che abbia carattere produttivo. In questo modo la scuola acquista caratteristiche in completa sintonia con il liberismo dominante. Da un lato la scuola è considerata come utilitarista nel senso che quel sapere che fornisce è strumento di benessere individuale, come se la scuola esistesse solo per fornire materiale umano alle imprese. Per altri versi la scuola diventa liberista in quanto impresa che offre servizi e si deve mettere in concorrenza con altre imprese (scuole) che offrono servizi simili. La scuola è quindi anche essa stessa un mercato. In definitiva, se l'educazione fornisce benessere economico individuale, le relazioni educative non possono essere pensate altrimenti che in modo mercantile. In estrema sintesi stiamo assistendo a questo cambio concettuale profondo, spacciato per quelle sciocchezze di cui più su: maggiore libertà di espressione, autonomia del centro scolastico per sperimentare insegnamenti fantastici, maggiore aderenza alle aspettative degli alunni, scuola che non deve annoiare, che non deve sapere di scuola, in cui si operi con i videogiochi (Maragliano, consulente pedagogista di Berlinguer).
Ma è proprio l'arretratezza culturale della nostra classe politica e sindacale (non voglio pensare alla malafede) che ci fa sembrare il cammino della Riforma come se scaturisse da esigenze nazionali e contingenti. Il processo riguarda tutto il mondo avanzato, e particolarmente l'Europa. E' scopo del Paese guida dell'Occidente, gli USA, creare dei minimi comuni denominatori al ribasso con l'Europa. Occorre azzerare ogni rimasuglio di Stato sociale e quindi di scuola pubblica, per dare campo libero al mercato. E queste cose non sono, appunto, delle novità; sono, ad esempio, annunciate come piano da estendere a tutto l'Occidente in pubblicazioni dell'Unesco che espressamente parlano di decentralizzazione delle scuole, della standardizzazione dei metodi e dei contenuti, della gestione aziendalistica delle scuole, della professionalizzazione dei docenti, della competitività (competitivity-centred).
E' certo comunque che la scuola è soggetta ad una grande contraddizione: da una parte essa dovrebbe esaudire le aspirazioni egualitarie dei cittadini, dall'altra non lo può fare proprio perché la società è divisa in classi. La tendenza liberista di riduzione dell'imposizione fiscale va immediatamente in contrasto con la necessità di aumentare tale imposizione se si vuole fare fronte all'educazione sempre più specialistica di grandi masse. Quanto detto pone un problema squisitamente politico: occorrono scelte coraggiose e comunicate agli elettori perché non è possibile portare avanti simultaneamente una scuola all'altezza delle sfide culturali e scientifiche dei nostri tempi, con le politiche egoiste del neoliberismo. Si deve quindi dire che quanto hanno iniziato Berlinguer e Bassanini è la costruzione di una scuola che risponde alle esigenze neoliberiste in quanto non aumenta ma ne diminuisce le disponibilità rispetto alle sue accresciute e crescenti necessità (peraltro con forti arretrati da dover colmare).
Poiché so con chi ho a che fare, in gran maggioranza con personaggi che tendono a liquidare chi argomenta contro in modo sbrigativo utilizzando il dispregiativo: sei un conservatore!, vorrei affermare che la dicotomia tra progressisti e conservatori non si applica ad una questione così importante come la scuola. La questione del voler conservare non è di per sé negativa, tanto è vero che, di fronte agli scempi costituzionali di questa destra arraffona e cialtrona, tutti siamo conservatori. Eppure qualche riforma sarebbe interessante (e non mi riferisco a quelle pasticciate che fece il centrosinistra a fine legislatura). Con la scuola vale esattamente lo stesso. Vi sarebbero state varie cose da cambiare ma nel senso di preparare meglio gli studenti e di dare maggior vigore e credibilità alla scuola di massa. Ho molte volte sostenuto che il numero dei diplomati è falso problema che non si risolve facilitando gli studi. Basterebbe una seria politica di corsi opzionali per avere, a fianco a quella scuola seria e professionalizzante di cui prima, un tal numero di diplomati da far impallidire Brichetto Moratti.
Ed allora iniziamo a ragionare e chiediamoci se siamo di fronte a tante belle parole che nascondono una crescente e voluta descolarizzazione ammantata di giustificazioni pedagogiche (7). Quanto dico ha un qualche sostegno nel lifelong learning, nell'imparare nel corso di tutta la vita, che viene sempre portata a sostegno di buone intenzioni. Il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 (7bis) ha confermato il ruolo chiave del lifelong learning nel modello sociale europeo, ruolo che, secondo la Commissione (EU, 2001), si sta affermando attraverso strategie, piani, processi distinti, ma complementari, come, ad esempio, la strategia europea per l'impiego, l'agenda sociale europea, il piano d'intervento per la mobilità e lo sviluppo delle abilità e l'e-learning. E Berlinguer rivendica Lisbona 2000 quando afferma: "È stato quel Consiglio europeo del 2000, proprio a Lisbona, ad imprimere la svolta che ha accresciuto nell'Unione, a livello dei Capi di Stato e di Governo, la consapevolezza strategica sul ruolo dell'istruzione-formazione nella società della conoscenza. Da allora, è a questa Europa che dobbiamo l'indicazione di obiettivi comuni, ben oltre il provincialismo delle soluzioni autarchiche o nostalgiche che si continuano a praticare nei singoli stati. E gli obiettivi sono intanto tre: migliorare la qualità, agevolare l'accesso a tutti, aprirsi al mondo" (da l'Unità del 20.09.2004).
Allo stesso modo, anche i documenti relativi alle politiche nazionali fanno riferimento alla necessità di promuovere la cultura dell'apprendimento continuo per far fronte alle pressioni economiche e sociali dell'economia e della società della conoscenza. Vale la pena sottolineare sia la forte influenza delle organizzazioni intergovernative sul dibattito nazionale, sia l'introduzione del concetto di lifelong learning nei processi di globalizzazione culturale ed economica. Caspita, e come si fa ad affrontare i costi di questa impresa, se non ci sono neppure le risorse per una scuola pubblica decente ? Gli industriali lo sanno e ce lo fanno spiegare dall'OCSE (8) : "l'apprendimento a vita non può fondarsi sulla presenza permanente di insegnanti ma deve essere assicurato da 'prestatori di servizi educativi' (...). La tecnologia crea un mercato mondiale nel settore della formazione". Chiaro, no? Non si tratta di avere una scuola come riferimento stabile, ma una sorta di servizio d'urgenza fornito a pagamento attraverso TV ed Internet. E' inutile sprecare soldi per una scuola pubblica per educare milioni di persone quando a noi ne servono poche, ben preparate ed a costi infinitamente minori (9). E quest'ultima cosa va sotto il nome di nuove tecnologie didattiche, delle quali sono esperti venditori i suddetti pedagogisti (10).
Alla descolarizzazione strisciante si accompagnano: la progressiva perdita di importanza dell'istituzione scuola che sempre più acquisterà carattere flessibile; la progressiva perdita del valore di promozione sociale ed emancipazione politica della scuola (una bandiera della sinistra da sempre fin quando l'ha fatta cadere), valore sostituito dall'efficacia produttiva e dalla capacità di inserimento nel mondo del lavoro (tutti i valori diventano economici); la progressiva disintegrazione della scuola medesima attraverso la sua scelta individuale secondo una concezione consumistica attraverso la promozione della scelta delle famiglie (tanto cara ai cattolici), intese come corpo sociale.
Per ora ci troviamo in una fase ibrida di transizione. Da una parte l'esplosione della concorrenza, delle iniziative individuali, spesso estemporanee, seguendo la logica dell'impresa; dall'altro vi è ancora un centralizzatissimo Ministero che tutto decide e dirige.

ENTRIAMO IN QUALCHE DETTAGLIO...
Roberto Renzetti - 17-01-2006
INTRODUZIONE

Passano gli anni, ne passano tanti ed intorno si parla d'altro. Ed io trovo insopportabile queste alzate di spalle o questo ipocrita indignarsi su una scuola che continua a cadere sempre più in basso.
Ognuno pensa per sé e delle catastrofi di domani nessuno si occupa. E' buona regola del mondo consumista, di quello regolato dal capitale selvaggio, del paradiso neoliberale (o liberista), creare problemi senza preoccuparsi di risolverli. L'importante è che tutto vada in profitto e se non va così che muoia pure. Il resto sono inutili chiacchiere che fanno perdere tempo e, altra regola fondamentale del capitale è che il tempo è denaro e, come si può intuire, anche questa perdita è quantomeno disdicevole.
Vivo quotidianamente un individualismo che mi spaventa. La maleducazione e l'irriverenza la fanno da padroni. Chiunque può insultare chiunque altro. Chiunque può scavalcarti spingendoti e presupponendo della sua forza. Si irridono i capelli bianchi, si esaltano bellezza, denaro e successo. La gran maggioranza degli italiani è messa all'angolo senza possibile difesa. Si aggiunge allo Stato sempre più nemico, il tuo nemico di casa, il nemico di strada, ...
Ma da dove proviene tutto questo se solo pochi anni fa non era così ? Cosa è accaduto, diciamo, negli ultimi 15 anni ? Non sembri una forzatura far risalire tutto agli appetiti di quel capitale che tutto vuole passando sulla testa di tutti.
Vorrei provare ad argomentare richiamando alcuni episodi che segnano oggi la nostra vita. Non ce ne siamo accorti allora perché noi non programmiamo al di là della nostra vita, delle rate di casa, del lavoro dei nostri figli, dell'efficienza del nostro ospedale ... Per questo deleghiamo, pagandoli superprofumatamente, dei personaggi che sono quelli della politica, del sindacato. Sono loro che hanno il compito di farci capire, di difenderci, di avvertirci delle cose che si progettano a livello internazionale.
Cosa accade se questi personaggi non solo non fanno ciò per cui sono pagati ma addirittura lavorano con coloro che ti vogliono danneggiare ? E non parlo dei rapporti individuo-individuo ma di quelli istituzione-società, di quelli che dovrebbero collegare in un rapporto virtuoso i cittadini ed i loro partiti e sindacati di riferimento. Questi legami si sono interrotti ed oggi ci troviamo nell'insana situazione di mantenere un ceto politico e sindacale che lavora contro di te. Vi è un'alternativa a quanto qui dico: che i livelli di preparazione di tale ceto è così infima da non capire cosa accade. Non serve spiegare come l'una e l'altra cosa sono assolutamente disdicevoli.
Io credo di poter parlare con cognizione dei problemi della scuola, vorrei spiegare la discesa in gironi sempre più bassi di quella struttura fondamentale per una società civile che è appunto la scuola. Come è accaduto ? Chi ha gestito il tutto ? Chi ha costruito intorno all'affossamento di tale istituzione un consenso innaturale ? Chi credendo di essere in buonafede coltiva solo situazioni di privilegio personale ? Chi si comporta in modo schizofrenico sostenendo da una parte e negando dall'altra ?
La scuola appunto. Con tutto ciò che vi gira intorno in termini di potere e di affari. La scuola non è solo alunni, famiglie ed insegnanti. Tutti costoro, nella quasi generalità, non sanno cosa accade davvero. La scuola è soprattutto la sua gestione ministeriale, politica, sindacale, universitaria. Tutti questi ultimi hanno lavorato per far diventare la scuola un affare, per toglierle ogni valenza educativa, per farla diventare un grande affare da cui ricavare vantaggi personali o in termini di carriera o di prestigio o di denaro. E comunque renderla inoffensiva,
Ma come si fa a far questo nella scuola ? Accenno solo ad una possibilità, in modo che sia chiaro che non abbaio alla Luna.
Immaginate un oscuro insegnante di Scuola Media (la più dequalificata da sempre in Italia). Una routine faticosissima di lavoro mal retribuito e non riconosciuto dalla comunità dei fruitori. C'è l'opportunità di accedere ad un posto di potere. Basta dimenticare la tua origine e non batterti per migliorarla. Sei cooptato in un sindacato, in una organizzazione collaterale. Tuo compito è: essere uno che ha lavorato nella scuola (basta pochissimo); dire ai colleghi che hanno ragione e che presto si risolverà tutto; spiegar loro che le cose non vanno perché non sono preparati; spingere verso le autorità ministeriali per avere riconoscimenti personali per questo ruolo reazionario ... Con questo sistema, negli ultimi anni, si sono creati i vertici sindacali ed i vertici di ogni struttura collaterale. Fanno convegni, aggiornano insegnanti, spiegano cosa è la scuola e come occorrerebbe modificarla, ... ma hanno lasciato il loro posto oscuro e mal retribuito. Ora trattano alla pari con grandi professori che invitano ai loro convegni e che diventano garanti scientifici (il narcisismo anche delle persone importanti non ha limiti); guadagnano molto di più; hanno un riconoscimento sociale, soprattutto quanto annuiscono a genitori che parlano del disastro della scuola. Ma cosa debbono fare per meritare i 30 denari ? Debbono convincere, come accennato, i colleghi che devono prepararsi meglio; devono soprattutto tenere lontana dall'informazione e dalla partecipazione democratica ogni voce dissonante. Ed i mezzi non mancano loro: hanno stampa e potere. Se non vai loro a genio non possono processarti perché ancora non hanno tale potere ma ti cancellano dalla faccia della Terra. Nella migliore delle ipotesi non esisti, nella peggiore sei uno strano personaggio che se abbaia così vuol dire che qualcosa di strano ha fatto o che comunque merita l'isolamento in cui si trova.
E perché uno come me è stato costretto a mettere su un sito ? Perché era l'unico modo per dire delle cose che ripetutamente erano oscurate anche da organizzazioni nelle quali militavo. Ed io ho avuto questa forza (il tutto è faticoso) ma moltissimi altri, molte altre intelligenze sono sparite, sono state oscurate per far risplendere il nulla, il conformismo, l'asinina bestialità di quasi tutti i dirigenti sindacali e truppe collaterali.
Voi sapete, ad esempio, che sembrerebbe vi sia una opposizione della CGIL Scuola a quanto previsto dalla direttiva europea Bolkestein. Sapete forse che la CGIL Scuola lavora perché questa direttiva venga bocciata ? Non è una contraddizione, è l'immagine di Dott. Jekill e di Mr. Hide della CGIL Scuola: a livello internazionale sembra lottare contro Bolkestein ma, contemporaneanente, quando afferma di voler portare a compimento gli obiettivi di Lisbona 2000, fa finta di non sapere che la cosa consiste nel sostenere Bolkestein (l'alternativa possibile è la totale dislessia di una dirigenza che dovrebbe smettere immediatamente di occuparsi di scuola).
Le cose che seguono le scrivo non tanto per sindacati e collaterali, che sanno tutto molto bene, ma principalmente per in segnanti, famiglie e studenti che meritano di conoscere in che mani sono.
Sullo sfondo vi è un episodio fondamentale nella storia degli ultimi 20 anni: la caduta del muro di Berlino che ha segnato la fine del mondo diviso in due blocchi e la fine del supposto comunismo.
Selezione interventi
Ultimi interventi
Anno scolastico 2000 - 2001
Anno scolastico 2001 - 2002
Anno scolastico 2002 - 2003
Anno scolastico 2003 - 2004
Anno scolastico 2004 - 2005
Anno scolastico 2005 - 2006
Anno scolastico 2006 - 2007
Anno scolastico 2007 - 2008
Anno scolastico 2008 - 2009
Anno scolastico 2009 - 2010
Anno scolastico 2010 - 2011
Anno scolastico 2011 - 2012
Anno scolastico 2012 - 2013
Anno scolastico 2013 - 2014
Anno scolastico 2014 - 2015
Anno scolastico 2015 - 2016
Anno scolastico 2016 - 2017
Anno scolastico 2017 - 2018
Anno scolastico 2018 - 2019
Anno scolastico 2019 - 2020
Anno scolastico 2020 - 2021
Anno scolastico 2021 - 2022