Orazio Amboni - anno scolastico 2003-2004
Orazio Amboni - 19-06-2004
Il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Bergamo, nella seduta del 25 Maggio 2004, ha adottato una nuova configurazione delle fasce di contribuzione basate sull’ISEEU.
In precedenza si erano svolti alcuni incontri tra il Direttore Amministrativo e Cgil Cisl Uil che hanno presentato alcune proposte in parte accolte.
Per una più completa valutazione della deliberazione adottata, vanno tenute presenti alcune considerazioni:

a) Le tasse pagate dagli studenti coprono il 20% della spesa;

b) Il finanziamento nazionale è, come per tutte le università, assai sottodimensionato;

c) Nei mesi precedenti si è svolto un intenso dibattito sulla stampa nazionale (e internazionale, a partire dalle decisioni di T. Blair per le università inglesi) sul problema del finanziamento delle università e sulla ridistribuzione sociale di costi che avvantaggerebbero prevalentemente le classi medio-alte (principali beneficiarie della spesa universitaria sostenuta però da tutta la collettività - sul tema delle carriere di vita ineguali per i giovani di ceti sociali diversi, torniamo a segnalare i recenti studi di A. Schizzerotto); in tale dibattito si sono particolarmente distinte le correnti liberiste secondo cui le università dovrebbero innalzare notevolmente le tasse di iscrizione e, per questa via, raggiungere l’autonomia finanziaria ed essere in grado di aumentare i servizi offerti, valorizzare la competizione ecc. ecc. .... La garanzia del diritto allo studio (e alla mobilità sociale) per i figli di famiglie dei ceti popolari risulterebbe, secondo queste impostazioni, un problema marginale. Differentemente in Inghilterra, dove la proposta del governo laburista prevede sì l’aumento delle tasse scolastiche ma anche un maggior impegno del fisco (addirittura un aumento della pressione fiscale generale) per finanziare politiche di welfare e favorire l’accesso all’università per i ceti popolari; siamo assai distanti dagli orientamenti del governo di centro destra italiano il cui impegno è la riduzione della pressione fiscale con conseguente riduzione delle politiche di welfare e di ridistribuzione.

d) Rispetto alle fasce ISEE dell’anno scorso, le attuali sono state rivalutate in misura differenziata: + 3,57% la prima (11.600 euro, sotto i quali scatta l’esenzione) e + 5,22% la più elevata.
L’Amministrazione universitaria proponeva, inizialmente, di conservare una divisione in 6 fasce; su richiesta sindacale ha accettato di introdurre una ulteriore fascia in alto, dividendo in due fasce i redditi Isee superiori a 33.000 euro. In questo modo è possibile dividere i ceti medi da i ricchi veri e propri; come è noto, i ceti medi sono tra le categorie più colpite economicamente dalla gestione economica del governo Berlusconi-Tremonti e non sarebbe stato giusto far confluire nella stessa fascia di reddito una famiglia di impiegati (seppur medio-alti) e quella che può contare su redditi e patrimoni molto più elevati.

e) Con le nuove tabelle si otterrebbe uno scivolamento verso il basso: gli studenti della prima fascia (esenti) passerebbero dal 21,16% degli attuali al 22,65%; quelli delle ultime due fasce vecchie, dal 22,66% al 20,27% delle ultime tre attuali (tre perché la fascia nuova è stata istituita al livello F).

f) Può essere interessante notare che dei 1.679 studenti compresi nella fascia più elevata di reddito, solo 82 (meno del 5%) hanno presentato la certificazione ISEE. Si conferma quindi che l’ISEE è uno strumento, seppur perfettibile, di contrasto all’evasione fiscale.

g) Su richiesta sindacale, l’Amministrazione ha accettato di inserire una clausola di esonero parziale (solo il 10%, però; avevamo chiesto almeno il 50%) per fratelli o sorelle entrambi iscritti all’università.

h) Analogamente è stata accolta la nostra richiesta di prevedere una nuova e più ampia formulazione della clausola di esonero dal 30% del contributo per gli studenti lavoratori. Tenendo conto della precarizzazione dei rapporti di lavoro che colpisce soprattutto i giovani, abbiamo chiesto di abbassare a 10 mesi (contro i 12 precedenti) la durata del rapporto di lavoro e abbiamo chiesto, e ottenuto, di prescindere dalla tipologia del contratto (non solo tempo determinato, ma anche altre tipologie di lavoro dipendente).

Da notare, infine, che gli scarsi finanziamenti pubblici spingono l’Università a massimizzare il numero degli iscritti, anche in settori (ed è il caso di Bergamo) con improbabili sbocchi professionali. Si correrà così il rischio di avere, nella nostra provincia, un elevato numero di laureati (o meglio, di laureate) nel campo della comunicazione e della formazione, indubbiamente di difficile collocamento nel mercato del lavoro. Un problema che dovrà essere affrontato da più punti di vista ed in particolare attraverso più mirate politiche di orientamento.


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Orazio Amboni - 26-05-2004
Stupisce che nel grande risalto con cui è stata diffusa la notizia dell’elevazione a 18 anni del “diritto dovere” di istruzione, non si sia ricordato come tale dovere esistesse già.
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