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Autore Topic: Diamoci la mano, non le impronte - S.Egidio  (Letto 2269 volte)
aemme
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« il: 05 Luglio 2008 - 08:41:41 »

Diamoci la mano, non le impronte
S.Egidio e l'Arci contro la schedatura dei rom


«Diamoci la mano, non le impronte». È questo lo slogan scelto dalla Comunità di Sant'Egidio per una manifestazione che sarà promossa in risposta all'eventuale avvio del rilevamento delle impronte digitali dei bambini nei campi nomadi di Roma, gia iniziato nel napoletano. Infatti la settimana scorsa in un campo rom nei pressi di Napoli è partita in via sperimentale la schedatura etnica voluta da Maroni e dall’ commissario straordinario per l’emergenza rom della città partenopea.

Etnia e religione. Ci sono anche questi due campi nelle schede utilizzate per il censimento degli zingari residenti appunto nel campo nomadi in provincia di Napoli. Il fatto è «fortemente discriminatorio», ha affermato il presidente della comunità Marco Impagliazzo nella conferenza stampa di giovedì mattina, sottolineando: «Noi sappiamo che la guerra in ex Jugoslavia è scoppiata solo dopo le identificazioni etniche, cioè dopo che si era stabilito chi erano i serbi, chi erano i bosniaci e chi erano gli altri. E cito questo - ha proseguito - per non richiamare l'identificazione degli ebrei».

Impagliazzo ha poi mostrato la copia di una «carta antropometrica di identità»: un documento utilizzato dal regime di Vichy nella Francia occupata per identificare i nomadi molto simile alla scheda utilizzata dal «commissario delegato per l'emergenza insediamenti comunità nomadi nella regione Campania». Nel documento del regime di Vichy, ha sottolineato Impagliazzo, «venivano prese tutte le dieci impronte digitali, la fotografia e figurava la dicitura “nomade”, ma non c'era la religione. Su quello italiano, che anticipa la futura schedatura che avverrà a livello nazionale, invece, c'è scritto “ortodosso” e “rom di Serbia”».

La Comunità di S. Egidio è stata, insieme all’Arci ed altre associazioni, tra le prime organizzazioni a denunciare la gravità della proposta del ministro degli interni. «Io mi astengo da ulteriori commenti», ha concluso Impagliazzo. «Chiedo solo alle persone che ragionano in questo mondo se noi nel 2008 possiamo identificare una persona sulla base dell'etnia e della religione in Europa». «Dal momento che il 50% degli zingari è italiano - ha aggiunto il portavoce della comunità, Mario Marazziti - il 20% è europeo mentre solo il 30% viene dalla ex Jugoslavia e dall'esterno dell'Ue, vuol dire che ci sono italiani ed europei identificati per etnia e religione. Penso che i magistrati - ha aggiunto - hanno tutto il dovere di intervenire a questo punto. Perciò è molto saggio - ha concluso - l'atteggiamento del prefetto di Roma in questa fase».

Ed è proprio il prefetto di Roma Carlo Mosca a non accettare l’ipotesi di schedatura tramite impronte digitali dei nomadi della capitale. Mercoledì Mosca, che tra l’altro è anche commissario straordinario per l’emergenza rom, ha convocato il suo staff per organizzare il lavoro. Nei punti operativi però mancava la voce “ raccolta impronte digitali per censimento”. Per il momento quindi a Roma la schedatura non partirà.

Le proposte. Nella conferenza stampa la Comunità di S.Egidio ha inoltre lanciato delle idee per risolvere la crisi. Una «piattaforma del buonsenso» rivolta al Governo italiano sulla questione del censimento della popolazione nomade ed in particolare delle impronte digitali ai piccoli rom «perché ancora non è troppo tardi per cambiare», ha detto questa mattina il portavoce della Comunità Mario Marazziti. «Una piattaforma – ha continuato Marazziti - per uscire dal problema della presa delle impronte digitali ai bambini rom e per affrontare seriamente la questione zingari», soprattutto legata ad una «tutela dei minori che non sia discriminatoria». «Non siamo contrari all'identificazione - ha spiegato Marazziti - ma come avviene per i bambini italiani è il genitore che ne deve dichiarare l'identità. In casi in cui non si riesca a procedere per questa via si può ricorrere alle fotografie». Nei casi di estrema difficoltà ad accertare l'identità di alcuni minori, secondo la Comunità di Sant'Egidio la soluzione è quella di ricorrere alla segnalazione al Tribunale dei minori. Secondo il portavoce della Comunità «il problema dei minori rom esiste e noi l'abbiamo sollevato tante volte - ha spiegato - ma si tratta di migliorare le loro condizioni di vita, di battersi per la loro scolarizzazione magari anche pensando a delle borse di studio come incentivi ad andare a scuola». Per quanto riguarda invece il censimento degli adulti in possesso di documenti (italiani, comunitari e una parte ex jugoslavi) «sarà sufficiente chiedere di esibire i propri documenti di identità personale» si legge nel documento distribuito dalla Comunità.

Tra le questioni legate al censimento dei nomadi sollevate dalle Comunità di Sant'Egidio anche quella relativa ad una parte di ex jugoslavi privi di documenti di identità. «Siamo veramente preoccupati per queste persone - ha detto Impagliazzo - perché dal punto di vista giuridico non sono nessuno, sono inesistenti». «Non hanno un passaporto - ha aggiunto Marazziti - perché le nuove entità statuali nate dopo la dissoluzione della Jugoslavia non li riconoscono come propri cittadini e anche per questo non hanno un permesso di soggiorno». Per questa «minoranza» di persone la Comunità di Sant'Egidio propone «il rilascio di permessi di soggiorno umanitari - ha concluso Marazziti - o una speciale Commissione per l'accertamento dello status di apolide».

Il Pd. Anche il partito democratico tenta di contrastare il decreto sulle impronte ai rom. «Sorprende e amareggia l'ostinazione sorda e cieca del centrodestra sulla questione delle impronte digitali per i bambini rom. Che i richiami giunti dall'Unione europea, dalla Chiesa cattolica e da una largo schieramento di opinione pubblica non abbiano trovato la minima considerazione da parte del governo e della sua maggioranza è un fatto che sconcerta». Lo dice il presidente del gruppo del Pd alla Camera, Antonello Soro, che presentato sul tema un'interpellanza urgente al presidente del Consiglio.

Nell'interpellanza si chiede «di modificare quanto prima il decreto che proclama lo stato di emergenza, e le ordinanze conseguentemente adottate, abbandonando le politiche repressive e discriminatorie fin qui seguite, e avviando invece un'approfondita riflessione sulle politiche di integrazione, affrontando in particolare l'aspetto della scolarizzazione e dell' integrazione sociale dei bambini appartenenti a comunità nomadi». Il capogruppo Pd conclude: «Ci troviamo in presenza di una totale mancanza di ascolto che conferma i timori verso un provvedimento assolutamente inadeguato a centrare l'obiettivo della sicurezza per i cittadini. Questa decisione è figlia della cultura del capro espiatorio, è una decisione comoda, ma non rappresenta un serio intervento di tutela dei cittadini. Nessuno si illuda di rimuovere l'accattonaggio dalle strade, e con esso le sue cause, prendendo le impronte digitali ai bambini rom. Così facendo si afferma che si tutelano i piccoli, ma le impronte digitali non sono mai state uno strumento di emancipazione per nessuno».

L’Arci. Una raccolta volontaria di impronte digitali. È la protesta annunciata dall'Arci contro la schedatura dei rom. Il 7 luglio, in Piazza Esquilino a Roma, l`Arci, col sostegno dell`Associazione nazionale ex deportati (Aned), organizzerà «una schedatura pubblica e volontaria, raccogliendo le impronte digitali delle cittadine e cittadini italiani che condividono la nostra protesta».

Impronte che saranno inviate ministro dell'Interno Roberto Maroni con il messaggio «Siamo tutte e tutti rom». A farsi «schedare», annuncia l'Arci, ci saranno anche Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Dacia Maraini e Ascanio Celestini. «Associazioni laiche e cattoliche, italiane e internazionali - sottolinea l'associazione - ma anche intellettuali, artisti, giornalisti, politici hanno denunciato il razzismo di questa misura giudicata un grave vulnus della democrazia e della Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo». Si tratta, sottolinea, di «un atto discriminatorio e persecutorio».

«È necessario dare visibilità - affermano - anche con azioni simboliche, alla nostra indignazione». A tutte le forze politiche di opposizione, conclude l'Arci, alle forze democratiche, alle associazioni, ai media, ai singoli «chiediamo di aiutarci a fermare questo scempio della vita civile e democratica del nostro Paese, in cui il razzismo è ormai pratica di governo».

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76832
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