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Pluridisciplinare
Intercultura
Educazione linguistica Italiano
Lingua e cultura della Sardegna. I giorni lontani del pane e dei fiori di cardo - Francesco Masala

Lingua: Inglese
Destinatari: Alunni scuola elementare, Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

I giorni lontani del pane e dei fiori di cardo

Durante la mia infanzia, nel mio villaggio, tutti parlavamo in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava altra lingua. Ed io, nella lingua materna, cominciai a conoscere tutte le cose del mondo. Ma a sei anni, entrai in prima elementare e il maestro proibì, a me e ai miei coetanei, di usare l'unica lingua che conoscevamo: ci obbligò a parlare solo in lingua italiana, "la lingua della Patria", ci disse, serioserio, il nostro maestro. Noi non conoscevamo la lingua italiana e, perciò, stavamo sempre zitti di fronte al maestro ma, tra di noi, continuammo a parlare la lingua materna. Il maestro, quando ci sentiva perlare in sardo, ci dava sei colpi di bacchetta sulle mani, tre colpi per ogni mano. E, allora, cominciammo a stare zitti anche fra noi. Fu così che, da vivaci e intelligenti che eravamo, diventammo, tutti, tonti e tristi. per questo, proprio per questo, ora che sono vecchio, l'idea mia è questa: di picchiare con la baccehetta sulle mani tutti gli italiani che non sanno parlare in lingua sarda. La scuola elementare era in una casetta, vecchia e malandata, confinante con una piccola tanca tutta piena di ferule e di asfodeli. Il nostro maestro un uomo basso, magro, serio, sempre vestito di nero perché era il Segretatario del Fascio: noi, per soprannome, lo chiamavamo "Minchiatriste". Una mattina d'aprile, il maestro venne a scuola portando con sé un sacco pieno di alberelli di ginepro. Ci mise in fila e ci portò nella tanca delle ferule. Al posto di ogni ferula sradicata piantammo un alberello di ginepro. Dopo, su di un muricciolo della tanca, il maestro scrisse, a grandi lettere: "PARCO DELLA RIMEMBRANZA". (Per noi questa parola "rimembranza" divenne un mistero eleusino). Ad ognuno di noi, il maestro diede in consegna un alberello e ad ognuno di noi ordinò di sorvegliare l'alberello, giorno e notte, in qualità di "BALILLA-GUARDIA D'ONORE". Anche a me, il maestro diede in consegna uN alberello da sorvegliare, sul mio onore. Ma un giorno, una capra, penetrata nel PARCO DELLA RIMEMBRANZA, si avvicinò al mio alberello e cominciò a scorticarlo. Io, forse perché ero tonto o perché avevo paura delle capre, non ebbi il coraggio di cacciare via quella capra maledetta ed essa, figlia di un becco, si divorò tutto l'alberello. Il giorno dopo, "Minchiatriste", entra a scuola, serio-serio, s'avvicina al mio banco, mi mette le mani sopra le spalle e mi strappa dal banco, urlando: "Traditore della Patria!!! Sei licenziato da Balilla-Guardia d'Onore!!!", io mi sentii disonorato ma cominciarono a nascermi in testa mille dubbi sopra la PATRIA ITALIOTA.

---> A testa bassa, ritornai a casa, dove c'era, aspettando me, come al solito, mio nonno, buonanima, Quirico Serra, il padre di mia madre. Mio nonno era un uomo molto vecchio e molto saggio ed io, solo a lui, raccontavo tutte le cose che mi capitavano a scuola. E lui, col sorriso sulle labbra, mi dice: «Non temere, il tuo maestro è uomo di città e, dunque, le cose del villaggio non le comprende, poveretto, Lui parla in italiano ma mangia in sardo. Ascolta a me: nella lingua del nostro villaggio ci sono tutte le lingue del mondo, perché la storia del villaggio è la storia di tutto il mondo. (Capito, buona gente? Mac Luhan non era ancora nato ma nonno Quirico Serra sapeva già, per conto suo, che il mondo è un villaggio. Sapeva che la lingua è il mondo. Sapeva che la storia della lingua è la storia del mondo, perché il passato è il cuore del futuro). Mio nonno è morto che aveva novantaquattro anni e, così, ne ha avuto di tempo per narrarmi storie, racconti e favole. Nell'antichità, durante l'età dei Nuraghi, i Sardi parlkavano la "lingua di Adamo", cioé le parole erano i segni delle cose: e non, come oggi, che le parole vengono prima delle cose, inventate dai poeti, dai filosofi e dagli scienziati. Mio nonno aveva scoperto, nella lingua sarda di oggi, più di mille parole nuragiche, arrivate fino a noi, assieme ai nuraghi, alle pietre fitte, alle case delle fate, ai bronzetti, ai flauti di canna, ai cori profani e religiosi, al ballo tondo, alle maschere nere, ai lanciatori di soca, alle maschere bestiali e agli orbi di carnevale. I nomi nuragici -diceva nonno - i riconoscono, ancora oggi, perché hanno la stessa vocale ripetuta varie volte nella stessa parola: Orgosolo - Mogoro - Ittiri - Isili -Arzana - Ardara -Atzara - Pattada - Seneghe - Talana - Semestene -Zippiri -Tappara - e altre parole così. Vai e cerca cosa vogliono dire questi nomi! Ogni nome era un "segno" di un luogo, di un animale, di una pianta, di un fiore. Era la LINGUA DI ADAMO, parlata da tutti i nuragici, in tutte le zone della Sardegna, quando i Sardi si coprendevano, tutti uno con l'altro. In seguito, terminata la libera età dei Nuraghi, cominciò a venire dal mare altra gente, popoli nemici che parlavano altre lingue, uno dopoi l'altro, in saecula saeculorum: Fenici - Cartaginesi - Romani - Vandali - Bizantini - Arabi - Pisani - Genovesi -Aragonesi -Catalani -Spagnoli - Piemontesi e, dulcis in fundo - Italiani. E, così, la lingua nuragica, a poco a poco, divenne un intruglio, un minestrone di lingue e accadde come nella Torre di Babele: i Sardi non si comprendono più uno con l'altro. ---> Per primi arrivarono i Fenici, dalle lontane terre dell'Asia Minore, valenti marinai, a tagliere legno per le loro navi: erano come uccelli di passo, venivano, tagliavano gli alberi, li caricavano sulle loro navi e se ne ritornavano alle loro terre. In seguito arrivarono dall'Africa i Cartaginesi. Erano della stessa razza dei Fenici ma, come le pernici stanziali che fanno i loro nidi in terra nostra, essi fondarono molte città sulla riva del mare: Karel - Nora - Chia - Bitia - Solki - Tarros -Cornus - Otocha - Bosa -Olbia Lybissonis. Ma il cattivo padrone è come l'annata cattivaò: si piglia tutto lui. E, così, fecero i cartaginesi, anche l'acqua si portarono via. Fu allora che i SardiPelliti - come ha scritto Giovanni Lilliu -cominciarono la "costante resistenziale", nei monti del Gennargentu. La storia di Amsicora e di Josto è una grande bugia - diceva mio nonno - perché quei due oristanesi, padre e figlio, erano due "cani da piatto", morti inutilmente combattendo, per conto dei Cartaginesi, contro i Romani. La "patria nuragica" non c'entra assolutamente nulla. Dopo le guerre puniche, noi Sardi, sotto la dominazione romana, imparammo che il servo deve parlare la lingua del padrone. Le legioni romane, in Sardegna - afferma Tacito, lo storico latino - "desertum fecerunt et pacificationem appellaverunt", come a dire che i soldati romani facevano il deserto e lo chiamavano pace, la "pax romana", appunto. I pochi sardi che restarono vivi, abbandonarono la loro lingua e perlarono la lingua di Cicerone, l'avvocato ladrone, che definì i sardi "mastrucati latrones": il bue dice cornuto all'asino. Anche, sotto i Romani, però, in Sardegna, ci furono i mediatori, i cani da piatto, per esempio Tigellio, attore e cantautore cagliaritano, il quale - narra Orazio -era difficile farlo cantare ma molto più difficile era farlo smettere di cantare. Il dominio di Roma, in Sardegna, durò cinque secoli e, perciò, proprio perciò, la lingua sarda è molto simile alla lingua latina ("simia latinorum" la scimmia del latino, la diffamò Dante nel De Vulgari Eloquentia): d'altronde, la stessa cosa è la lingua italiana, sorellastra della lingua sarda, ambe due figlie della medesima madre ma di diversi padri.

Francesco Masala
(1. continua)

«La lingua è il mondo».

Con questo saggio, Francesco Masala offre ai nostri lettori pagine inedite di una storia minima, nel rispetto di una tradizione di scrittura che gli è cara: l'uso del bilinguismo. Spiega nella premessa lo scrittore: «Sa limba est su mundu è un saggio in forma di racconto sulla lingua sarda. Est unu condaghe subra sa limba. E' una "cronaca", una "storia minima" della Sardegna che ha come riferimento soltanto la lingua sarda, solamente sa limba. I brevi capitoli corrispondono ai periodi linguistici di una storia bimillenaria, dall'età dei nuraghi ai nostri giorni. Il testo, pensato e scritto in sardo, contiene, a fronte, la variante in italiano: insomma la lingua dei Vinti e la lingua dei Vincitori. L'Unione pubblica questo saggio in cinque puntate, dando spazio a uno scrittore a torto trascurato dai mass media, per aver fatto una scelta di campo contro i benpensanti della letteratura ufficiale. Gli stessi che forse storcono il naso per l'uso frequente del sardo sulle colonne di questo giornale. Abbiamo scelto una strada di civiltà oltre che di liberazione per una lingua "tagliata" in anni e anni di dipendenza non solo economica ma anche e soprattutto culturale. Lo scrittore è da anni impegnato nella battaglia per il bilinguismo e nel 1978 fu presidente del «Comitadu pro sa limba», che presentò la prima proposta di legge di iniziativa popolare per il «bilinguismo perfetto». Recentemente l'Alfa Editrice ha pubblicato tutte le sue opere (poesie, narativa, teatro, saggistica) tradotte in molte lingue: spagnolo, francese, croato, russo, polacco, ungherese, brasialiano e catalano. Una prova dell'universalità delle sue opere, anche se permeate da una profonda sarditudine.



http://www.lingrom.fu-berlin.de/sardu/Sardinian-Text-Database/7-P.html

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