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Transdisciplinare
Religione
Tra la Chiesa e gli ebrei, un dialogo ad intermittenza

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma, Formazione permanente
Tipologia: Documentazione

Abstract:

Tra la Chiesa e gli ebrei, un dialogo ad intermittenza

Benedetto XVI sarà accolto amichevolmente in una sinagoga di New York. Ma a Roma il rabbino capo ha deciso "una pausa di riflessione" nei rapporti con le autorità cattoliche. In un'intervista, spiega perché

di Sandro Magister



ROMA, 8 aprile 2008 – Al programma del suo prossimo viaggio negli Stati Uniti Benedetto XVI ha aggiunto altri due incontri, entrambi con ebrei: il primo il 17 aprile a Washington, il secondo il 18 aprile a New York, nella sinagoga di Park East, in concomitanza con Pasqua ebraica.

La notizia dei due incontri aggiuntivi è stata confermata il 4 aprile dal direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.

Lo stesso giorno la segreteria di stato vaticana ha diffuso un comunicato inteso a tranquillizzare quella parte della comunità ebraica che si era dichiarata offesa dalla nuova formulazione della preghiera per gli ebrei nella liturgia del Venerdì Santo secondo il rito antico, formulazione introdotta lo scorso 6 febbraio da Benedetto XVI.

Le proteste più forti erano state espresse da esponenti dell'ebraismo italiano. Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – successore di quel rabbino Elio Toaff che aveva accolto Giovanni Paolo II in sinagoga e aveva sviluppato con lui per anni un dialogo molto cordiale – è arrivato a sospendere l'agenda dei futuri incontri con le autorità della Chiesa di Roma.

Le proteste erano motivate dal fatto che, con la nuova formula, si invita a pregare per gli ebrei "affinché Dio e Signore nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini".

E poi si pronuncia questa orazione:

"Dio onnipotente ed eterno, che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi nella tua bontà che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo. Per Cristo nostro Signore. Amen".

A giudizio di alcuni ebrei è intollerabile che i cattolici preghino per la conversione di Israele alla fede in Gesù Cristo.

Altri ebrei non sono così intransigenti. Ad esempio, il celebre rabbino americano Jacob Neusner ha difeso la correttezza della formula di preghiera introdotta da Benedetto XVI e ha fatto notare che "anche Israele chiede a Dio di illuminare i gentili".

Il comunicato della segreteria di stato del 4 aprile ha inteso confermare che la nuova preghiera non segna nessun arretramento "nelle relazioni di amicizia tra gli ebrei e la Chiesa Cattolica in questi quarant’anni".

Alcuni esponenti ebrei hanno espresso soddisfazione per il chiarimento. Tra essi c'è il rabbino Jack Bemporad, che il 18 aprile accoglierà Benedetto XVI nella sinagoga di Park East di New York.

Non così, però, il rabbino Di Segni. "Il comunicato è molto bello ma non c'entra con l'oggetto del contendere", ha commentato. "Quello che avremmo voluto sentire nella dichiarazione è che la Chiesa non prega per la conversione degli ebrei".

Più sotto è riportata un'ampia intervista col rabbino Di Segni, nella quale egli spiega i motivi delle sue critiche alla Chiesa di Roma e conferma di volere "una pausa di riflessione" nel dialogo con le autorità cattoliche.

L'intervista è stata raccolta da Giovanni Cubeddu ed è uscita sull'ultimo numero della rivista internazionale "30 Giorni", diretta dal senatore Giulio Andreotti.

Ma, prima, è qui riprodotto il testo integrale del comunicato emesso il 4 aprile dalla segreteria di stato vaticana:


La segreteria di stato: "Nessun cambio nell'atteggiamento della Chiesa verso gli ebrei"

Comunicato del 4 aprile 2008


Dopo la pubblicazione del nuovo "Oremus et pro Iudaeis" per l’edizione del Missale Romanum del 1962, da alcuni settori del mondo ebraico è stato espresso dispiacere nel considerare che tale testo non risulterebbe in armonia con le dichiarazioni ed i pronunciamenti ufficiali della Santa Sede, riguardanti il popolo ebreo e la sua fede, che hanno segnato il progresso nelle relazioni di amicizia tra gli ebrei e la Chiesa cattolica in questi quarant’anni.

La Santa Sede assicura che la nuova formulazione dell’Oremus, con la quale sono state modificate alcune espressioni del Messale del 1962, non ha inteso, nel modo più assoluto, manifestare un cambio nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli ebrei, soprattutto a partire dalla dottrina del Concilio Vaticano II, in particolare nella dichiarazione "Nostra aetate", la quale, secondo le parole pronunciate dal papa Benedetto XVI proprio nell’udienza ai rabbini capo di Israele del 15 settembre 2005, ha segnato "una pietra miliare sulla via della riconciliazione dei cristiani verso il popolo ebraico". Il permanere dell’atteggiamento presente nella dichiarazione "Nostra aetate" è evidenziato, del resto, dal fatto che l’Oremus per gli ebrei contenuto nel Messale Romano del 1970 resta in pieno vigore, ed è la forma ordinaria della preghiera dei cattolici.

Il documento conciliare, nel contesto di altre affermazioni – sulle Sacre Scritture (Dei Verbum 14) e sulla Chiesa (Lumen gentium 16) –, espone i principi fondamentali che hanno sostenuto e sostengono anche oggi le relazioni fraterne di stima, di dialogo, di amore, di solidarietà e di collaborazione fra cattolici ed ebrei. Proprio scrutando il mistero della Chiesa, la "Nostra aetate" ricorda il vincolo del tutto particolare con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo e respinge ogni atteggiamento di disprezzo e di discriminazione verso gli ebrei, ripudiando con fermezza qualunque forma di antisemitismo.

La Santa Sede auspica che le precisazioni contenute nel presente comunicato contribuiscano a chiarire i malintesi, e ribadisce il fermo desiderio che i progressi verificatisi nella reciproca comprensione e stima tra ebrei e cristiani durante questi anni crescano ulteriormente.

__________


Il rabbino capo di Roma: "Ma noi chiediamo una pausa di riflessione"

Intervista con Riccardo Di Segni


D. – Rabbino Di Segni, quando riprenderà il dialogo interrotto da voi unilateralmente a motivo della nuova preghiera del Venerdì Santo per gli ebrei?

R. – Interruzione... Stiamo facendo una pausa di riflessione, cioè stiamo riflettendo insieme. Il che è diverso.

D. – Può chiarire le ragioni del dissenso?

R. – L’elemento più inquietante di questa vicenda non è tanto la preghiera in quanto tale, quanto la sua riproposizione misurata sul percorso storico compiuto e ancora in atto. Il percorso cioè del rapporto del mondo cristiano con gli ebrei, segnato nei secoli passati da varie forme di ostilità, e da una incomprensione di fondo. Quella per cui fin dalle origini il cristianesimo che nasce dall’ebraismo si chiede come mai gli ebrei, dal cui seno nasce Gesù, non l’abbiano accettato come Dio e Salvatore. Questa è l’incomprensione che si trascina da allora e che ha segnato sempre, in qualche modo, i nostri rapporti. E, non solo qualche volta, drammaticamente.

D. – Un cammino è stato compiuto, però.

R. – Nel momento in cui ebrei e cristiani si aprono a parlarsi, la prima richiesta degli ebrei è che non si discuta di questi problemi: non potete cioè chiederci di sciogliere questo nodo.

D. – Permane invece la richiesta di una vostra conversione.

R. – Nel momento in cui riconoscessimo Gesù Cristo non saremmo più ebrei. Questo voi lo considerate diversamente, perché, per voi, così facendo, noi ebrei coroneremmo, completeremmo, idealizzeremmo il nostro percorso ebraico. Questa è la vostra visione, ma la nostra è completamente differente. Su tali argomenti non c’è spazio per la discussione, perché inevitabilmente si finirebbe nell’inutilità sostanziale, almeno secondo noi. E si alzerebbero barriere, invece di parlare. Dobbiamo dialogare, sì, ma per cento altro motivi. Il discorso sottostante alla preghiera del Venerdì Santo non è un tema qualsiasi, ma è una sorta di ombra, di storica angoscia che noi ebrei ci portiamo dietro.

D. – Non si può certo negare che la Chiesa cattolica abbia mostrato una nuova sensibilità in questi ultimi decenni.

R. – È vero. Al punto che l’elemento simbolico dell’ostilità su questi aspetti, appunto la preghiera del Venerdì Santo, è stato progressivamente variato, smantellato, e oggi in tutte le chiese, nelle lingue locali, si chiede che gli ebrei, da un lato, mantengano fedeltà alla propria Alleanza, dall’altro abbiano la "pienezza della redenzione", cioè riconoscano Gesù. In termini ebraici, però, rimane con tale formula la possibilità di un equivoco, dato che anche per noi, sebbene con un significato diverso, esiste la preghiera "pienezza di redenzione", geullà shlemà… La questione perlomeno è rimasta nell’equivoco. Non soddisfacente, ma almeno diplomaticamente accettabile.

D. – Il testo latino proposto per emendare il Messale Romano preconciliare è inaccettabile?

R. – Ciò che ci ha turbato è che deviando da una strada percorsa assieme, che manifestava una presa di coscienza della sensibilità ebraica e la necessità di togliere dall’agenda delle nostre discussioni ciò che è di intralcio, si sia tornati a temi discutibili. E di fronte a questo ci chiediamo: ma allora, quale è il senso del nostro confronto? Non stiamo abbassando la saracinesca del dialogo? Noi ebrei che ci stiamo a fare? È possibile che ogni volta che un cristiano e un ebreo si incontrano, con tutte le cose che dovrebbero fare insieme, si ponga questo – cioè la nostra conversione – come primo argomento? È possibile che l’unica volta all’anno in cui la Chiesa prega per gli ebrei debba porsi questo problema? Che ci stiamo a fare noi ebrei in questo confronto? Penso che sia una domanda legittima. L’incidente odierno, che spero possa essere presto risolto, potrebbe essere benefico, se è servito a far riflettere tutti.

D. – E a questo punto si potrà ripartire.

R. – Noi che abbiamo in comune la visione biblica, rispetto al resto del mondo che non ce l’ha, dobbiamo – cito qui il grande rabbino Joseph Soloveitchik – essere pronti a dialogare su temi come "la pace e la guerra, i valori morali dell’uomo, la minaccia del secolarismo" – io non direi minaccia, ma piuttosto confronto con la visione laica –, "la tecnologia e i valori umani, idiritti civili, eccetera". Ne abbiamo a sufficienza, mi pare. Se pensiamo soltanto al dibattito politico in Italia, una visione religiosa fondata su valori biblici avrebbe tanto da dire.

D. – Dunque, se il confronto ebraico-cristiano si esprime sul piano pratico è facile, molto meno se lo si pone sul piano dalla fede o della speranza escatologica.

R. – Guardi, se il nostro parlare avvenisse, davvero, sul terreno della speranza escatologica, cioè della fine dei tempi, ci potremmo ancora stare. Voi sperate ciò che desiderate e noi ebrei pure. Il problema nasce quando qualcuno vuol portare quaggiù questa fine dei tempi, hic et nunc, qui ed ora. Magari fosse in gioco soltanto una speranza escatologica!

D. – Tali anticipazioni dei tempi si accompagnano al rischio della strumentalizzazione del fatto religioso?

R. – Questo è il rischio insito nelle dinamiche delle nostre fedi. Che sono messianiche. Cristianesimo ed ebraismo sono due fedi messianiche, e il cristianesimo, per il nome stesso che porta, lo è di più.

D. – Nel dialogo ebraico-cristiano odierno è corretta la percezione che ognuno ha dell’identità dell’interlocutore? O vince piuttosto un'immagine distorta?

R. – La distorsione è bilaterale. Nell’ebraismo c’è una certa mancanza di consapevolezza che il cristianesimo ha compiuto un suo percorso di rinnovamento. Vedo comunque da parte dei cristiani grande interesse per l’ebraismo moderno. Un esempio per tutti: il rito della cena ebraica pasquale. Ho visto che in varie parrocchie romane circolano i formulari della nostra Pesach, che viene assunta e celebrata nella vostra liturgia pasquale. E ho udito anche che su questa pratica circolano da parte cattolica avvertenze allarmate... Più in generale, molti gruppi cristiani, cattolici ed evangelici, si caratterizzano proprio per l’assunzione di temi fondamentalmente ebraici, ma tutto si realizza riportando il segno all’immagine cristiana. Il risultato è uno strano prodotto, dal punto di vista liturgico, del confronto ebraico-cristiano.

D. – E lei come giudica tali pratiche?

R. – È una domanda che mi viene rivolta spesso. Se noi ebrei dovessimo arrivare a protestare per tali “appropriazioni”, allora dovremmo cominciare dalla messa, che era ed è la cena ebraica pasquale, cambiata nel suo stile e significato. Piuttosto, nella ricerca della propria identità è quasi naturale per un cristiano sentire il fascino dell’ebraismo. Ricevo numerose lettere da parte di cristiani e di sacerdoti: c’è chi si dichiara estasiato dall’ebraismo, e chi continua a non capire per quale motivo l’ebraismo non debba fondersi col cristianesimo, visto che sono la stessa cosa... È un fascino del tutto particolare.

D. – Un episodio?

R. – Un giorno una suora con alcune sue discepole e amiche è venuta da me chiedendomi di assistere al rito in sinagoga. Ho detto certamente di sì, così un sabato mattina si sono presentate al tempio. Il servizio del sabato mattina inizia alle 8 e 30. La sinagoga si popola piano piano, la gente arriva un po’ per volta. Quella volta poi c’erano tanti bambini delle scuole, per cui tutto è stato molto chiassoso e molto allegro. Il servizio è terminato alle 11 e subito dopo il gruppo mi è venuto a salutare dicendo: "Questa mattina ci è sembrato di stare alle falde del monte Sinai". Tutto ciò un tempo non sarebbe stato possibile.

D. – Proclamare la sospensione del dialogo con la Chiesa cattolica implica il coraggio e la disponibilità di sottoporsi alle critiche, o no?

R. – Non abbiamo fatto un gesto estremo. Abbiamo chiesto una pausa di riflessione. Per chiederci che senso abbia questo dialogo.

D. – Come lei ha indicato, il primo campo del confronto ebraico-cristiano è “la pace e la guerra”. In proposito, lei non crede che più che per motivi teologiche gli ebrei vengono giudicati in base alla politica di Israele nei confronti dei palestinesi?

R. – Per le scelte politiche di Israele noi ebrei italiani ci sentiamo giudicati perennemente. E l’ufficio rabbinico di Roma è un osservatorio eccezionale. Arrivano non solo lettere di rimprovero. Alcuni ci consigliano pure di pensare a quello che stiamo facendo "con i Protocolli dei savi di Sion, perché sono veri" e alle nostre colpe per il massacro dei palestinesi. Tutto si lega insieme, un’unica linea logica perversa.

D. – In quale modo proporrebbe di riassorbire l’incomprensione con la Santa Sede circa la preghiera "pro Iudaeis"?

R. – Una possibilità di componimento, su cui si sta lavorando, è quella di affermare che tutto rimanga nell’ambito della speranza escatologica e che occorre riportare l’espressione della preghiera a qualcosa di più vicino al senso che può avere nel famoso passo della Lettera ai Romani in cui san Paolo si esprime sulla salvezza di Israele. Dove la "pienezza della redenzione" è rimandata alla fine dei tempi, cioè viene affidata al piano misterioso dei disegni imperscrutabili di Dio. E davvero di nessun altro. Per noi il dialogo non è finalizzato alla conversione dell’interlocutore.

D. – Ritorniamo così al punto cruciale...

R. – ... che è un tema fondamentale della "Dominus Iesus". Vede, se si intende “missione” come “testimonianza” alla verità alla quale si aderisce in coscienza – adesione alla quale nessuno dei due interlocutori si può, per onestà e per coerenza con la propria rispettiva fede, sottrarre – al limite si potrebbe anche accettare l’espressione che il dialogo è “missione”. Ma bisognerebbe spiegarne bene il senso. E comunque rimarrebbe il grosso rischio che la gente non capisca e fraintenda. Se la prima missione, nel rispetto delle nostre identità, è una testimonianza personale che ci permetta di parlare tra noi liberamente, per quello che siamo, cercando innanzitutto di avvicinarci di più a Dio, cioè convertire prima noi stessi, forse potrebbe anche essere accettabile. Ma la conversione va intesa nel senso ebraico letterale di teshuvà, che significa “risposta e ritorno”, non “passaggio altrove”. Se si leggessero le fonti attribuendo questo significato alla conversione-teshuvà sarebbe tutto molto diverso.

D. – Secondo lei la Chiesa, a livello popolare, la pensa in modo differente?

R. – A giudicare dalle lettere inviatemi in proposito c’è la convinzione che "noi cristiani dobbiamo presentarvi Cristo e farlo riconoscere anche a voi ebrei". Non so dire se un’altra idea di “missione” o di “testimonianza” sia comprensibile a livello popolare. Come dicevo, andrebbe molto meglio spiegata.

D. – Pur tenendo in considerazione tali lettere, ciò non basta ad affermare che oggi la Chiesa si concentri sulla conversione degli ebrei. Le difficoltà sono altre.

R. – Infatti, anche questo è un discorso che vorrei affrontare. Probabilmente non era necessario introdurre questa modifica alla preghiera del Venerdì Santo poiché la realtà dei fatti ci fa vedere che la Chiesa di oggi, quella che la gente conosce, non ti viene più a bussare alla porta. Una tale modifica risveglia solo realtà marginali.

D. – E che si preghi o no "pro Iudaeis", il perdere di vista Gesù è più un rischio per la Chiesa che per l’ebraismo.

R. – Sì, e noi vorremo restare fuori dalle questioni proprie della Chiesa cattolica di oggi. Se però l’occasione di questa nostra discussione serve a far capire che, mentre si avverte il bisogno di ritrovare le proprie radici, si riconosce di vivere in un momento di confusione, allora questa crisi è positiva.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/196823?ref=hpchie

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