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Le città a rischio rivolta - Walter Veltroni parla delle banlieue francesi e delle periferie italiane. «Molti ministri non hanno mai visto un povero in vita loro, non sanno come sono fatti, non conoscono le loro ansie, i loro dolori, non sanno cos’è la sofferenza di dover pagare l’affitto di casa. Stando chiusi a Palazzo Chigi non ci si rende conto della dimensione sociale dei problemi e tagliano le spese per i poveri senza pensarci troppo».

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Ipermedia

Abstract: Le città a rischio rivolta

A un certo punto il sindaco di Roma dice: «Molti ministri non hanno mai visto un povero in vita loro, non sanno come sono fatti, non conoscono le loro ansie, i loro dolori, non sanno cos’è la sofferenza di dover pagare l’affitto di casa. Stando chiusi a Palazzo Chigi non ci si rende conto della dimensione sociale dei problemi e si tagliano le spese per i poveri senza pensarci troppo». Con Walter Veltroni parliamo delle banlieue francesi e delle periferie italiane, del prezzo che anche il nostro paese potrebbe pagare al degrado e alla emarginazione. Parliamo del male che farà ai più deboli la Finanziaria di Tremonti, approvata dal Senato mentre il ministro degli interni Pisanu lanciava l’allarme sulle periferie «che ci faranno piangere».
«Già, Pisanu. È un ministro che stimo ma gli chiedo che senso ha prima lanciare allarmi sulle periferie italiane a rischio e poi votare in consiglio dei Ministri una Finanziaria che taglia i fondi alle amministrazioni locali; cioè proprio istituzioni che garantiscono sul territorio la coesione sociale. Sappia Pisanu che se cediamo noi sindaci cede la coesione sociale nel paese. Un pericolo che anche l’opposizione deve sforzarsi di capire di più».

Ma dove sono le analogie tra la situazione francese e quella italiana?
«Il tema centrale è quello dell’integrazione. Ovvero come una società globalizzata, in un mondo diviso tra chi ha e chi non ha, riesca ad assicurare al suo interno quell’inevitabile meticciato che ha come prima porta d’ingresso l’integrazione sociale. I ragazzi che danno fuoco alle macchine a Parigi e dintorni sono la terza generazione dell’immigrazione francese».
«Che però - aggiunge Veltroni - ancora non si sente francese. Che non ha speranza. Che si sente messa ai margini in un tempo nel quale si sostiene che chi è espressione di altre culture probabilmente è espressione di una civiltà inferiore. Attenzione a non sottovalutare l’elemento di alterità che è maturato tra milioni di immigrati per effetto della campagna distruttiva di questi anni, tesa a dimostrare che la civiltà è una sola ed è quella nostra. E allora un ragazzo magrebino che si trova in un paese diverso dal suo dove non riesce a trovare lavoro stabile e che per sovrappiù si sente trattato come un diverso può maturare una reazione di rabbia».

Il problema è quando i ragazzi magrebini in queste condizioni diventano una moltitudine.
«Ma è inevitabile che ciò accada se non si sana la contraddizione di una società globalizzata ma che ha paura delle migrazioni. Davanti alla grande questione della povertà l’Occidente si pone con due negazione: sta dicendo no all’emigrazione e sta dicendo no al sostegno ai paesi deboli. È questo doppio no che finirà per mettere in discussione la coesione sociale. Non a caso quello che accade a Parigi sta accadendo anche a Berlino e Bruxelles anche se con esiti, per ora, meno drammatici».

E a Roma?
«Nella mia città dal punto di vista della qualità della vita il problema più complesso non sono la periferie, sulle quali si è fatto un grande intervento di ricucitura e che comunque ha per ragioni storiche e urbanistiche conservano una dimensione umana: case di tre, quattro piani, relazioni interpersonali ancora abbastanza ricche. Certo, a Roma ci sono anche i grandi quartieri popolari costruiti negli anni 50, 60 e 70. I grandi casermoni attorno ai quali però abbiamo fatto nascere opere architettoniche di maggiore qualità. Nelle periferie abbiamo portato sia i campi sportivi, sia l’università. La città, insomma, si va definendo come una struttura policentrica».

Cos’è che non va allora?
«La periferia è migliorata ma la gente sta peggio. È la prima volta dal dopoguerra che in Italia succede. Per cinquant’anni il ceto medio che si trovava a metà della colonna sociale alzava la testa, guardava la vetta e aveva la sensazione che quello era il suo destino prestabilito: migliorare la propria condizione. Adesso lo stesso ceto medio, che è grande parte di questo paese, si sente precipitare risucchiato da una forza quasi irresistibile verso il basso. Chi sta in mezzo alla gente, e un sindaco ci deve stare, avverte quanto sia cresciuta quest’ansia, questa sofferenza. Il problema della casa ha assunto dimensioni gigantesche. Primo, gli investimenti che erano su Internet si sono spostati sul mattone facendo lievitare i prezzi; secondo, le cartolarizzazioni; terzo, il fatto che noi risaniamo la città e dove ciò accade i valori crescono. In assenza di politiche sociali l’effetto, a lungo andare, può essere esplosivo».

Certo i tagli alla Tremonti non vi aiutano.
«Se cede la capacità dei sindaci di poter erogare servizi, di poter fare politiche sociali, di poter assistere persone disabili, di poter dare i buoni per la casa, persino di organizzare quella vita culturale che è un bisogno primario della città, se viene a mancare tutto questo allora sì che c’è un rischio, non di tipo francese, ma di tipo italiano. Da noi non saranno i magrebini di terza generazione, da noi sarà l’esplosione di una miccia sociale, non so quale, che divamperà se ci saranno le condizioni perché ciò accada».

A divampare saranno i giovani? Se si osservano le curve degli stadi, se si ascoltano certi cori si ha l’impressione di una rabbia crescente.
«Vedi, noi siamo figli di una generazione che studiava, s’impegnava dopodiché a venti, ventuno, ventidue anni trovava un lavoro e sapeva che quel lavoro, una volta varcata la porta dell’assunzione, era per sempre. Poi le cose potevano andare bene o male, ma avevi davanti a te un tragitto al termine del quale c’era la sicurezza di una pensione. Ma un ragazzo di quelli che vanno allo stadio potrà mai dirlo “avrò un lavoro sicuro e un giorno andrò in pensione”? Pensaci bene: l’elogio del lavoro flessibile è fatto quasi sempre da quelli che hanno il lavoro fisso. Certo, ci vuole flessibilità, chi lo nega, ma questa ormai è la società dell’insicurezza sociale. Vado a scuola, studio, prendo la laurea breve e quella lunga. Dopodiché non trovo un posto fisso, ma se mi va bene trovo un lavoro flessibile. E quando comincio a pensare di mettere su una casa e una famiglia, faccio fatica a trovare i soldi poiché il lavoro flessibile è anche un lavoro a mille, milleduecento euro... Come ci paghi l’affitto di una casa? Come metti su una famiglia? E poi, quando mai andrai in pensione? E chi ti dà la garanzia che a un lavoro flessibile, una volta terminato, se ne sostituisca un altro? E non ci siano invece quei 7-8 mesi di buco nei quali si consuma quel po’ che si era riusciti a metter da parte? La verità è che quella dei ragazzi italiani è una vita molto complicata, segnata da una insicurezza permanente. Hanno dentro di loro un’idea di vita alla giornata che però non produce l’energia collettiva di cui una società ha bisogno. Vivono nel precariato assistenziale: cammini su un esile filo attento a ogni passo che fai per non spezzarlo».

Come si è arrivati a questo?
«La società insicura è la grande responsabilità storica della destra. Oggi gli italiani sono più fragili, più poveri, conoscono il rischio casa, hanno meno capacità d’acquisto. Esattamente il contrario dei cartelloni berlusconiani che promettevano più ricchezza e più felicità a tutti. Prendiamo la spesa sociale. Berlusconi e Tremonti hanno detto: non la tagliamo. Una bugia. C’è un fondo sociale di mille milioni di euro che nel 2005 ovviamente regioni e comuni hanno già o speso o comunque impegnato visto che siamo alla fine dell’anno. Il governo ci ha dato i primi 500 milioni impegnandosi per iscritto a versarci gli altri 500 milioni. Abbiamo fatto due riunioni a Palazzo Chigi, e per due volte Berlusconi ha detto non vi preoccupate ci penso io. Prima gli hanno raccontato che noi non avevamo diritto. Gli abbiamo mostrato verbali e lui si è dovuto scusare. Quindici giorni fa ha promesso che ci avrebbe convocato immediatamente al ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti. Mai più sentito. Risultato? Mancano i 500 milioni di euro di spesa sociale già erogata per il 2005. E non ci saranno mille milioni di euro nel 2006. Ecco perché dico che stanno terremotando la coesione sociale. Ma c’è un altro grande danno che stanno procurando al Paese: la legge elettorale proporzionale».

Un bel ritorno al passato.
«C’è qualcosa di molto peggio. Ricordi la famosa frase di Gramsci, quando parlava di quelli che andando via avvelenano i pozzi. Così ha fatto il centrodestra. Convinto di perdere le elezioni ha escogitato una legge elettorale per decretare l’ingovernabilità di questo paese. Non ci rendiamo ancora conto dei guasti che provocherà. Ciascuno penserà a coltivare il suo giardinetto trascurando gli interessi della coalizione. Con la differenza che non ci possiamo più permettere i comportamenti degli anni 60 e 70. Perché allora c’era il debito pubblico. Ma adesso abbiamo Maastricht. Cosicché l’instabilità diventa rottura degli equilibri, nei parametri, nella stabilità anche finanziaria».

Un bel problema per chi sarà chiamato a governare dopo. Povera Unione e povero Prodi, verrebbe voglia di dire.
«Malgrado tutto bisogna mandare un messaggio positivo di crescita e sviluppo. I problemi sono enormi ma l’Italia resta un paese che ha grandissime risorse. Parlo della situazione che conosco meglio. Roma cresce il doppio del resto del paese in termini di prodotto interno lordo. Roma ha il livello di disoccupazione più basso della sua storia. Roma ha gli indici di turismo più alti della sua storia. Sono tre dati in controtendenza perché abbiamo scelto di investire sulla trasformazione della città nella direzione giusta. Prendiamo il turismo. Si è mai visto un paese che disinveste sulla sua risorsa principale? L’Italia oggi dovrebbe puntare sulla sola ricchezza che né i cinesi né gli indiani le possono portar via, l’unicità di una condizione ambientale, archeologica, storica. E invece fa il contrario. Perciò il centrosinistra deve dire forte e chiaro: se in vent’anni l’Italia è precipitata al quinto posto nella classifica del turismo mondiale noi la faremo tornare al primo posto. E quindi: formazione, infrastrutture, iniziative culturali, investimenti. Questo porterà ricchezza. Altrimenti, se noi non tiriamo su la crescita e il prodotto interno lordo, dovremo tagliare sempre di più e alla fine non troveremo da tagliare che le ossa».

Non credi che questa politica delle cose da fare sia ancora poco frequentata dal centrosinistra? Che si parli troppo di contenitori: il partito riformista, quello democratico?
«Il riformismo non è un accademia. Il riformismo è del popolo, nasce cioè dall’ambizione di cambiare realmente le condizioni di vita soprattutto dei più deboli. Il riformismo è questo: la sintesi di varie culture politiche però dentro il dolore, le ansie, i problemi e le speranze della gente comune. Se non è questo, il riformismo non convincerà nessuno».

Il problema è che Prodi, uomo di profonda cultura riformista, dovrà trattare con nove, dieci, partiti. Come si fa?
«Questo è l’avvelenamento dei pozzi. Già con un sistema maggioritario, governare come si è visto con nove partiti non è facile. Nel tempo della prima repubblica, il massimo che c’è stato era il famoso pentapartito. E ci ricordiamo tutti le continue crisi di governo. Ora, non c’è neanche la parola per definire un partito a nove. Per questo è assolutamente essenziale per il destino dell’Italia, non per il successo del centrosinistra, che cresca come fattore di stabilità e coesione, l’incontro delle culture riformiste. Se Romano Prodi sarà costretto a navigare ogni giorno per mettere d’accordo nove partiti, il centrosinistra non riuscirà ad essere all’altezza della sfida: portare nella vita politica italiana il rinnovamento».

Sfida e rinnovamento sono belle parole. Ma non bastano da sole a spiegare se e come può migliorare la nostra vita.
«Rinnovamento significa dare spazio alle nuove generazioni di trentenni che stanno venendo dall’università, dalle professioni, dal volontariato. I ragazzi di cui parlavamo prima sono insicuri ma intelligentissimi. Però non leggono i giornali. Ne sono stupito, ma è così. L’altro giorno ne ho incontrati un centinaio e ho chiesto: alzi la mano, chi di voi legge un quotidiano? Nessuno. Però sanno tutto. Assimilano un po’ dalla radio, un po’ dalla televisione, un po’ da internet, e sono carichi di domande. Una cultura frammentata come la loro vita. Il mio ottimismo su questi ragazzi è pari alla preoccupazione per la loro condizione. Ma il loro non è un sentire egoistico ma solidale, generoso anche se carico di dubbi».

Cosa è per te, sindaco di una grande metropoli, la legalità?
«Legalità è ovviamente rispetto delle leggi. Ma ogni città è diversa dalle altre. Persino ogni quartiere di Roma è diverso da un altro. Noi siamo un insieme di città, siamo grandi otto volte Milano, e questo dà l’idea di che cos’è la dimensione di Roma. Abbiamo spostato quattromila persone in questi ultimi quattro anni. Abbiamo sgomberato la stazione Tiburtina e la Snia Viscosa. Abbiamo chiuso il campo nomadi di via della Muratella, quello di vicolo Savini. Abbiamo tolto quei vagoni dove dormivano centinaia di persone sulla Salaria. Quattromila persone. Lo abbiamo fatto come don Luigi Di Liegro ci ha insegnato a fare. Cioè coinvolgendo, discutendo, sapendo che in genere hai davanti degli esseri umani più poveri, che certo non si divertono a vivere in mezzo a una strada».

Sì, ma c’è chi pretende che una città debba essere un concentrato di perfezione, di pulizia, in cui tutto è a posto, dove nessuno ti rompe le scatole. Non credi che oggi bisogna invece fare i conti con chi abbiamo intorno? Non credi che ci sia intorno a noi troppa intolleranza e disprezzo per gli altri che non sono come noi?
«È vero. Però al tempo stesso noi dobbiamo fare una grande campagna civile sul decoro. Io mando a cancellare le scritte sui muri e allontano le bancarelle da piazza Navona, perché sul decoro ho un’ossessione di tipo civile. A chi non capisce quanto ciò sia importante dico: come mai se ti rigano la macchina sono guai per chi lo ha fatto e se invece trovi una scritta sul muro della tua città non te ne frega niente? Se tutti provassero a mettere le due cose sullo stesso piano di civiltà, non sarebbe meglio?».

Tu hai tutto il mio appoggio, da tifoso della Roma, quando sei andato a portare i fiori per la nascita di Cristian, il figlio di Hilary e Francesco Totti. Però qualcuno ti critica dicendo che dietro la tua attenzione su tutto ciò che si muove attorno alle due squadre romane c’è solo la ricerca del consenso. E così?
«Sono andato da Francesco e Hilary perché sono miei amici e gli voglio bene. Francesco è una persona molto particolare. Ci sono capitati tanti casi di bambini che stavano male, ma veramente male, e per i quali una visita di Francesco era una cosa importante. Tutte le volte che gli ho chiesto di farlo, Francesco lo ha fatto; e sempre in incognito, senza giornalisti o telecamere. Per me queste nella vita sono le cose che contano più di ogni altra. Perché mi sono occupato di Roma e Lazio? Perché ho paura della ricaduta sociale di una crisi di queste due squadre in una città che al calcio dà un’enorme importanza».

Infine, il tuo futuro politico. C’è chi pensa che saresti stato un eccellente candidato premier dell’Unione ma tu hai preferito correre ancora come sindaco di Roma.
«Questi cinque anni sono stati la più bella esperienza umana e politica che abbia mai fatto, sono grato alla vita per avermi dato una simile opportunità. E quindi il mio obiettivo, ora, è solo quello di continuare a fare il sindaco della mia città. Non ho altre ambizioni. Se avessi voluto esercitarle, lo avrei fatto nei mesi che abbiamo alle spalle. Ho solo il desiderio di vedere Prodi presidente del Consiglio. E farò tutto quello che potrò per aiutarlo».



http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=TUTTEINT&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=45701

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