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La tela del ragno nella globalizzazione Un intervento di Pietro Fumarola

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract: La tela del ragno nella globalizzazione

di Pietro Fumarola

 

Queste brevi note sono sollecitate da una domanda che mi è stata gentilmente ed affettuosamente posta in merito al rapporto tra globalizzazione e pizzica-pizzica e, più in generale, tra post-modernità e tradizione.

Georges Lapassade, in queste stesse pagine d’almanacco, ha tracciato uno schema più o meno completo, ma significativo, del percorso che ha portato alla istituzionalizzazione della pizzica-pizzica come elemento centrale di un neo-tradizionalismo diffuso, un vero e proprio movimento che interessa soprattutto il territorio salentino, ma che si esprime anche oltre i suoi confini.

Al profilo tracciato da G. Lapassade - a cui rimando per una lettura d’Analisi Istituzionale del processo di costruzione del neo-tradizionalismo che ci interessa - va, senza dubbio, aggiunto in primo piano il passaggio, avvenuto nella cultura italiana dell’ultimo vent’ennio, da un meridionalismo tradizionale, di cui E. De Martino fu un esponente di spicco, ad un neo-meridionalismo, di cui Franco Cassano ed il suo “pensiero meridiano” possono dirsi referenti emblematici.

Si tratta di un capovolgimento decisivo: dall’idea di un Sud destinato a rincorrere lo sviluppo, la modernizzazione, l’industrializzazione ecc., ad un Sud autocentrato, che non insegue e persegue la realizzazione di modelli economici e di stili di vita importati dal Nord, dalle aree più “avanzate” di un capitalismo globalizzato che non sembra in grado di lasciare più alcuno spazio di autonomia, di identità, di coscienza locale o dei luoghi.

 

Neo-tradizionalismo, coscienza dei luoghi e pratiche vernacolari.

 

Di questa coscienza dei luoghi ha parlato Aldo Bonomi a Lecce, in occasione dell’“VIII Convegno Internazionale di Studi Utopici” (Lecce, 3-4 Dicembre 2001). Qui ci fu un confronto pubblico tra la tesi di Aldo Bonomi e quella di Serge Latouche.

Quest’ultimo presentò una relazione dal significativo titolo: “Un utopia mistificatrice: lo sviluppo sostenibile”.

Egli sostenne in tutti i modi, anche durante il dibattito, in definitiva la necessità di abbandonare l’idea di sviluppo e, naturalmente, il suo identico, più che sinonimo: la crescita economica. Fece inoltre riferimento allo spazio delle pratiche vernacolari per agevolare una decrescita, attraverso una rottura definitiva e radicale con “l’economico”.

Aldo Bonomi presentò in quell’occasione una relazione “a braccio” sul tema “Economia dei flussi-Economia dei luoghi”, dichiarò che proponeva lo schema di una sua futura pubblicazione con Einaudi (che verrà edita nel Gennaio 2002, ma della quale purtroppo non ricordo il titolo). Convenne con Serge Latouche sulla necessità di un abbandono definitivo dell’idea mistificatrice di sviluppo sostenibile. Fu d’accordo con lui sull’identità e sull’assenza di distinzione tra crescita e sviluppo ed indicò con la nozione di coscienza dei luoghi lo spazio entro cui implementare pratiche di decrescita.

Indicava al di là di una “economia dei luoghi” un’alternativa qualitativa-locale, volendolo interpretare, insomma una possibile tendenza “glocal”, opposta all’ “economia dei flussi”, finanziari, soprattutto.

Portava come esempio emblematico il caso della “Banca 121” e della sua “globalizzazione”, per farci capire le ragioni e gli interessi verso questa coscienza dei luoghi. Il passaggio da “Banca del Salento” al  semplice numero “121”, oltre che uno slittamento semantico (forse sarebbe meglio dire una catastrofe) della nuova “Banca 121” verso il globale astratto, ha comportato uno slittamento reale e notevole di flussi finanziari dal locale agli spazi siderali dei flussi globali.

Si appellò a una coscienza dei luoghi perfettamente compatibile con l’identità meridiana  (F. Cassano) o l’identità locale (P. Apolito), oppure con le pratiche vernacolari, tradizionali, di Serge Latouche, la cui relazione si conclude come segue:

Una decrescita voluta e ben pensata non impone alcuna limitazione all’impiego dei sentimenti e alla realizazione di una vita festosa, o persino orgiastica”.

 

La tela del ragno come identità locale.

 

Sugli stessi temi, ma con uno sguardo più rivolto all’dentità locale, al neo-meridionalismo, alla comunicazione artistica, ai Sud del mondo eccetera, insieme a numerosi colleghi e differenti agenzie territoriali, abbiamo promosso durante il 2001 incontri e colloqui tra i quali voglio qui segnalarne due i cui atti saranno probabilmente pubblicati.

Essi furono a seguito di altri due incontri, uno a Cagliari su

L’eredità della memoria” (Carovana - a cura di -, Cagliari  2001, dattiloscritto); l’altro a Roma sul tema “Tarantismo e neo-tarantismo” (Anna Nacci – a cura di - 2001).

Le due iniziative organizzate a Lecce furono queste:

a)      “Identità locali e pensiero meridiano a 40 anni dalla Terra

del rimorso” (Lecce, Febbraio 2001);

b)      “I Sud e le loro arti” (Arnesano, Settembre 2001), di cui

sono disponibili, pubblicati dal Comune di Arnesano, i materiali prodotti in preparazione dell’incontro.

Tutte queste occasioni e numerose altre iniziative sul e del territorio, pur essendo sguardi differenti, hanno trovato un punto di formidabile convergenza nell’indicare nella dimensione locale, attraverso la produzone identitaria, la coscienza dei luoghi e le pratiche vernacolari, la possibilità di sottrarsi alla macchina della globalizzazione e al pensiero unico che la sostiene.

Parallelamente al neo-tradizionalismo salentino si è dato in Italia un dibattito di quest’ordine sulle culture locali, dunque anche su un neo-meridionalismo, teso alla rottura e riforma del così detto pensiero unico; alla valorizzazione di un Sud che si pensa da sé, di un essere mediterranei che valorizzi le propie forme di vita e di pensiero, fuori dagli schemi dei processi di globalizzazione che, dopo lo sventurato 11 settembre 2001, c’è da aspettarseli più hard, più militarizzati, in breve più imperiali.

 

Nella tela dell’istituzionalizzazione.

 

La prospettiva sembra infatti quella che sui luoghi arrivino prima gli eserciti imperiali unificati, poi l’economia a guida delle grandi lobby internazionali, da quella degli armamaneti all’energia, alla farmaceutica, fino all’immagine di se stessi, confezionata ad hoc dai media.

La globalizzazione d'altronde porta con sé lo svuotamento, il deperimento e l’obsolescenza delle funzioni degli antichi stati nazionali, agevolando un processo di tribalizzazione generale, che si presenta sotto forma di resistenza e che interessa in profondità la produzione identitaria: cultura, religione, economia, lingua …, tutto viene piegato alla produzione identitaria.

Dalla Guerra del Golfo a quelle balcaniche, dal Kossovo a quella più recente afghana, questi rappresentano gli esempi più vistosi, di un processo di globalizzazione militarizzata, di identità nazionali negate o, come in Kossovo, strumentalizzate, a cui si sovrappone pesantemente e forzatamente l’identità evanescente globalizzata. La “resistenza” ultimativa che sembra manifestarsi è quella di un “neo-tribalismo”. Mentre scrivo, penso e vivo ciò che accade in Palestina-Israele come l’espressione più violenta e brutale di tutti questi esempi messi assieme.

Anche da noi il neo-etnico padano può rappresentare un esempio indicativo della violenza possibile nell’unità processuale globalizzazione-trabalizzazione (P. Fumarola, 1997).

Bisogna dunque considerare la complessità entro cui lievitano le identità e le coscienze locali, quelle dei luoghi e delle tradizioni rinverdite e rivendicate come “radici”, archetipi, terra, sangue e razza. L’ambiguità di questo processo va tenuta presente per operare le necessarie distinzioni tra l’identitarismo tribalizzante del sangue e della razza e quello che rifiuta invece l’essenzialismo, la naturalizzazione dell’etnico e si presenta, invece, come coscienza-consapevolezza dei luoghi, delle loro differenze, della loro storia e distinzione, oltre la collocazione uniformata in un globale, cui sembrerebbero destinati, alla quale si vorrebbe costringerli deprivandoli, quanto meno e per dirla con Bourdieu di habitus locale (P. Bourdieu, 1992).

Si tratta di un ordine di discorso con relativi elementi di rilevanza da collocare anche in quello spazio ibrido, di confine, intermedio che è stato definito glocal (globale/locale), tuttavia l’essenziale qui è analizzare le dinamiche interne locali, autonomamente istituenti attraverso lunghi processi cui – dice G. Lapassade – tutti partecipano e tutti contribuiscono a dar corso e senso: dall’industria culturale, all’ultimo arrivato, in qualsiasi campo, dall’ artistico al politico, all’economico, all’accademico-universitario.

Fino alla metà degli anni ’90 infatti si è dato un movimento spontaneo, istituente, più o meno autonomo e del neo-tradizionalismo della pizzica. Per comprenderlo compiutamente, bisogna tuttvia aver presente anche il dibattito italiano su questi temi, poichè percorre numerose strade e sentieri differenti da quelli francesi.

 

La tela del ragno ovvero la salentinità come autentico artefatto.

 

Il primo impulso verso una salentinità, viene dato e non bisogna dimenticarlo, dagli ambienti letterari ed intellettuali locali a partire dagli anni ’50. La sub-regione salentina messa in luce da Ennio Bonea, gli studi letterari e filosofici della generazione che ha preceduto l’esperienza della pizzica e del neo-tarantismo. Per esempio quella della rivista salentina Il Campo (S. Mazzella, 1980).

La mia impressione è stata che fino alla prima metà degli anni ’90, amministrazioni, assessori e istituzioni fecero riferimento solo ad alcune delle prospettive indicate in quella fase: Bodini, il barocco, il rapporto con i Borboni e la Spagna ecc.; si tennero alla larga dal movimento neo-tradizionalista della pizzica e della transe del tarantismo: sembrava che fosse di maggior prestigio per il Salento essere rappresentato con altre manifestazioni-spettacolo (concerti dell’orchestra provinciale, opere liriche…) allo scopo di tenerlo agganciato ad un circuito nazionale e nell’ottica di una sua identificazione extraterritoriale.

C’era anche il barocco e prima che diventasse un Premio, quando era ancora, nel migliore dei casi, un’architettura fantasmagorica, fu lo sfondo della immota scena della lirica.

Solo in un secondo momento, attorno alla metà dei primi anni ‘90 si capì che quella della pizzica era una scena più mobile, fluida sul territorio, che con/fondeva l’architettura sociale, vivificava i luoghi - le corti, le cave, le masserie fortificate, le cantine sociali, le putee, i muretti a secco … -.

Questi oggetti minori rimossi, dimenticati in qualche pubblicazione specialistica insieme al tarantismo ed alla pizzica vennero a galla e furono trattati come risorsa.

L’autentico artefatto” - come brillantemente Paolo Apolito chiamò l’identità locale salentina all’incontro di Arnesano –, si cominciò ad avvalere di schiere di assessori e di esperti che indossarono la pizzica come fiore all’occhiello  e come strumento d’immagine, business e consenso.

E’ da allora, in questo passaggio delicato verso il mercato, l’istituzionalizzazione, tra folklore e turismo che il movimento ha perso alcuni caratteri, quelli della festa, per esempio, contrapposta allo spettacolo, al professionismo ecc. . Una ridislocazione inevitabile, quasi necessaria, che ha dato a tutti molte soddisfazioni, ma è iniziata con ciò anche una dura guerra per la presa della scena, per dominarla, conquistarla, assieme alle poche risorse economiche messe in gioco.

D'altronde la logica stretta del mercato impone il vecchio detto marcia o crepa.

 

Conclusioni più che provvisorie.

 

Non vorrei sembrare il portatore di un discorso moralista e vagamente pedagogico. Sono davvero convinto che varrebbe la pena privilegiare questi tratti festivi, occasionali ed immediati che caratterizzarono il movimento neo-tradizionalista, il lavoro di tutti ed in particolare dei gruppi musicali al loro avvio, conservare in definitiva i caratteri dello statu nascenti (F. Alberoni, 1968) del movimento.

Sperimentare, contaminare, produrre l’autentico artefatto della nostra identità locale, senza mistificazioni, illusioni e rimpianti per una presunta autentica tradizione, oltre cui ed oltre tutto già da tempo ci siamo avviati, già da tempo si dà il lavoro del ragno.

 

Arnesano, 20 Dicembre 2001

 

Bibliografia

 

AA.VV.,“I Sud e le loro arti” , Arnesano (LE), Settembre 2001;

F. Alberoni, Statu nascenti, il Mulino, Bologna, 1968;

P. Apolito, Tarantismo, identità locale, post-modernità, in Quarant’anni dopo E. De Martino – Il tarantismo – Besa, t. I, 1998;

P. Bourdieu, Risposte, Bollati Boringhieri, 1992;

“Carovana” - a cura di -, “ L’eredità della memoria” Cagliari-Quartu S.E., Dic. 2000-14 Genn. 2001, dattiloscritto, http://www.carovana.org;E-mail:carovana@tiscalinet.it);

F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996;

                   Modernizzare stanca, il Mulino, Bologna 2001;

P. Fumarola, L’Albania che implode, in Futuribili, 2-3, Franco                              Angeli, Milano, 1996;

P. Fumarola – G. Martelloni  (a cura di), Il Kossovo tra guerra e soluzioni politiche del conflitto. I Care!, Sensibili alle foglie, Dogliani (CN), 2000;

S. Latouche, Un’utopia mistificatrice: lo sviluppo sostenibile, relazione dattiloscritta, “VIII Convegno internazionale di stdi utopici”, Lecce, 3-5 Dicembre 2001;

S. Mazzella, Il decennio della rivista salentina: “Il campo” (1955 – 1964), in Quaderno n° 1, Istituto di Lingua e Letteratura Italiana, Università di Lecce, Adriatica editrice salentina, Lecce, 1980;

A. Nacci - a cura di -, “Tarantismo e neo-tarantismo”, Besa, Nardò (LE), 2001;

 



http://www.canzonieregrecanicosalentino.net/articoli.htm

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