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Educazione linguistica Italiano
Pluridisciplinare
Musica
Nel 1961 venne pubblicato per Il Saggiatore "La Terra del Rimorso", la monografia che raccoglie il frutto delle ricerche sul campo effettuate in Puglia da de Martino e dalla sua equipe, nel corso del 1959: una scheda.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma, Formazione permanente
Tipologia: Documentazione

Abstract:

Nel 1961 venne pubblicato per Il Saggiatore "La Terra del Rimorso", la monografia che raccoglie il frutto delle ricerche sul campo effettuate in Puglia da de Martino e dalla sua equipe, nel corso del 1959. Tale indagine etnografica si proponeva lo studio del fenomeno del tarantismo.
Il tarantismo, ovvero la sindrome di "avvelenamento" provocata dal morso di un ragno, che spinge in uno stato di languore irrecuperabile o di agitazione irrefrenabile, e la sua cura, consistente in un esorcismo coreutico-musicale basato su danze, musiche e colori precipui: esso, costituitosi con una propria modalità sui relitti culturali dei culti orgiastici e delle religioni misteriche, trovò la sua autonomia nel Medioevo, al tempo del più alto scontro tra il Cristianesimo in espansione e l'Islam. Caricatosi dei simbolismi del Medioevo, passò sotto l'attenzione della letteratura "de venenis"; nel suo itinerario incontrò l'interesse dell'Umanesimo verso la magia naturale, poi se cercò il legame con la iatromusica del barocco; infine il tarantismo venne ingoiato dalla lente d'osservazione medica e nosologica, portata avanti dalle scienze dei Lumi. Per quanto riguarda la partecipazione, e il fenomeno vissuto, il sistema morso-cura si mantenne integro fino alla fine del secolo, per poi diradarsi durante l'ottocento.
In tale ottica binaria, che tiene conto del fenomeno in sé, ma anche della sua percezione e interpretazione da parte della cultura "alta", si può arrivare fino all'estate del 1959 in Puglia, dove il tarantismo mostrò all'equipe di de Martino il suo volto ambiguo e cifrato: durante la festa dei SS. Pietro e Paolo, la cappella di S. Paolo a Galatina era punto d'incontro dei tarantati di tutta la regione. Nei tre giorni della festa, il 28, 29, 30 giugno, ogni anno si rinnovava la visita dei taratati alla cappella del santo: qui le vittime del veleno lo ringraziavano per l'avvenuta guarigione, oppure, ancora preda dei sintomi del morso, nello stato alterato di modi e comportamenti che consegue, lo supplicavano di liberarli.
Accanto alla cerimonia, allo spettacolo legato alla cappella di S. Paolo, il tarantismo consisteva anche della sua cura tradizionale, ovvero un esorcismo terapeutico domiciliare tramite il quale le vittime del veleno avevano la possibilità di recuperare la loro "sanità". Il rituale di cura era basato su comportamenti tradizionali, che qui verranno necessariamente banalizzati e sintetizzati: musicali (la tarantella liturgica suonata dai musicisti ingaggiati per il rito); coreutici (il ciclo di danza bipartito che la vittima del morso deve riuscire a compiere); cromatici (il fazzoletto colorato scelto per accompagnare la danza).
La ricerca di de Martino, basata sulla letteratura disponibile e sull'osservazione diretta, mise in luce una serie di importanti fattori relativi al tarantismo pugliese: l'immunità locale di Galatina, feudo nel quale il non si era mai verificato alcun caso di morsicatura, di avvelenamento; la irriducibilità del tarantismo alla sindrome tossica provocata dal morso di un ragno velenoso; la ripetitività stagionale e calendariale, per la quale i sintomi del morso potevano ripresentarsi anche per molti anni, e insorgevano sempre nel periodo estivo; la schiacciante prevalenza femminile tra gli avvelenati, che avevano spesso una distribuzione familiare; la elettività del primo morso, che si verificava nel periodo puberale. Questi elementi orientarono la ricerca verso un tentativo di interpretazione che si svincolasse dall'approccio nosologico o psicopatologico al fenomeno, e che mirava a costruirne - o ricostruirne - la matrice culturale, storico-religiosa, andando oltre ciò che era solo una curiosità folklorica.
Per far luce su presupposti e motivazioni della ricerca, è utile riferirsi alla introduzione a "La Terra del Rimorso", nella quale l'autore chiarisce il fine dell' indagine, inquadrandola nel programma delle attuali scienze dell'uomo: al centro vi è il concetto di viaggio etnografico, che de Martino, seguendo in questo caso l'espressione e l'idea di Claude Lévi-Strauss, individua come possibilità, intento ed occasione per attuare una presa di coscienza dei limiti culturali e umanistici del "sistema nel quale si è nati e cresciuti". Una presa di coscienza che porta alla sua messa in discussione, promossa dall'incontro etnografico con realtà diverse, nate da scelte culturali non coincidenti con quelle occidentali, impartecipi della sua storia. Il tempo maturo per la genesi di un nuovo umanesimo sembrava essere giunto: la seconda rivoluzione industriale e i mutamenti tecnologici e sociali che ne conseguirono, la fine dell'epoca coloniale, la crisi della società occidentale, la reazione dei popoli dominati e i nuovi rapporti che le diverse civiltà dovevano decidere a seguito del loro avvicinamento, tessevano una trama favorevole al realizzarsi di quell'umanesimo etnografico le cui condizioni erano state aperte, per quanto inconsapevolmente, proprio dalla dominazione coloniale. Motivazioni endogene ed esogene alla civiltà occidentale la rendevano oramai svincolata, nell'approccio verso l'alterità, dai lacci imposti dalla logica della potenza e del signoreggiamento politico e culturale. Il viaggio etnografico dunque, come dinamico luogo di confronto tra l'Occidente e le altre creazioni culturali, ove giungere all'analisi e alla comprensione dell'oggetto studiato, passando per una messa in discussione una analisi ed una comprensione di sé: de Martino estende tale impostazione metodologica, e le finalità che le sono proprie, anche all'ambito di ricerche che non riguardano le civiltà "primitive", ma fenomeni culturali che rientrano nella cosiddetta "etnografia metropolitana": essi sono rintracciabili all'interno della stessa civiltà occidentale, ma presentano elementi, tracce e caratteristiche che denotano la loro appartenenza ad una alterità culturale, tali da necessitare l'uso di tecniche etnografiche.
Nel caso del tarantismo de Martino indaga un fenomeno religioso che non appartiene all'ambito cristiano, ma che si ricollega ad un universo religioso alieno, di cui esso è relitto strano e incomprensibile solo all'apparenza. Applicandovi le tecniche etnografiche pervenne ad una lettura storico-culturale del dato folklorico finalizzata al suo recupero, come fattore utile alla analisi storica del sistema culturale nel quale esso godeva di vitalità e funzionalità. Lo studio dei modi, dei tempi e dei fini pertinenti a questo istituto culturale religioso, si propone non come chiacchiericcio su una "curiosità regionale", ma come contributo alla ricostruzione storica e sociale di un mondo perduto, con il quale è però necessario confrontarsi per una maggiore consapevolezza dell'oggi. Ecco dunque che gli usi e costumi più o meno recentemente dismessi dalle civiltà moderne, le manifestazioni culturali arcaiche che si trascinano dentro l'attualità circondate dalla loro stranezza, dalla loro natura pittoresca, non solo possono essere risignificate all'interno di un discorso storico di nuovo tipo, ma forniscono altresì lo stimolo per allargare la consapevolezza storica, sensibile al rapporto egemonia-subalternità in campo socio-culturale. I relitti folklorici richiamano lo sguardo sulla dinamica fra l'alto e il basso, tra il vincente e il perdente nel processo di espansione di una data civiltà religiosa: i limiti e le battute di arresto, le plasmazioni e le integrazioni, gli adattamenti e i compromessi, tutte le tensioni che caratterizzano la circolazione dei valori e dei comportamenti religiosi.
La struttura del saggio rispecchia il metodo e gli strumenti adottati per l'analisi del tarantismo. Nelle due prime sezioni, sulla base dei dati offerti dalla osservazione sul campo, viene "aperto" il fulcro del fenomeno culturale: se ne chiarisce l'autonomia simbolica, l'attualità e le istanze socio-culturali che ne hanno segnato nascita e corso; allo stesso modo si analizzano le tecniche coreutiche, musicali, cromatiche del rito esorcistico che libera dalla "taranta". L'analisi prosegue nella terza sezione, ove l'istituto culturale del tarantismo viene messo su uno sfondo culturale più ampio, attraverso paralleli etnologici e folklorici, attraverso la collazione di un commentario storico mediante il quale seguire l'osservazione e l'opinione che la cultura alta ne ha fornito nei secoli. L'opera si chiude con una quarta sezione, costituita da appendici d'approfondimento specifico, elaborate dagli altri membri dell'equipe mutidisciplinare che fu occupata nella penisola salentina: lo psichiatra Giovanni Jervis, la psicologa Letizia Jervis-Comba, l'etnomusicologo Diego Carpitella, l'antropologa culturale Amalia Signorelli e l'assistente sociale Vittoria de Palma.

Marzia Mascelli



http://www.studioantropologico.it/public/new/demartino.asp?id=rimorso

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