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Pluridisciplinare
Economia e diritto

Costituzione - La cultura politica della nostra Carta



Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:

La cultura politica della nostra Carta
«Diritto e Stato tra scienza giuridica e marxismo» di Salvatore d'Albergo per Sandro Teti editore
Storia d'Italia Un libro che ricostruisce il processo e le tappe essenziali del dibattito teorico e politico sulla Costituzione. E che aiuta a riflettere sull'esito della riforma governativa che ora la stravolge

GIUSEPPE CHIARANTE

Il riaccendersi del dibattito sulla proposta governativa di riforma della Costituzione sollecita una riflessione che ricostruisca il processo che ha reso possibile la maturazione di questo disegno di radicale stravolgimento del nostro assetto istituzionale. In rapporto a questa esigenza di una riflessione che risalga alle origini dei processi in corso, è di indubbio interesse il libro di recente pubblicato da Salvatore D'Albergo su Diritto e Stato tra scienza giuridica e marxismo (Sandro Teti editore). Un libro che è una storia che, ripercorrendo i sessant'anni della Repubblica, ricostruisce le tappe essenziali del dibattito teorico e politico sulla Costituzione italiana, sulla sua attuazione, sui progetti di revisione che sono stati affacciati. E anche se l'analisi pecca in qualche caso di un certo schematismo (per esempio nella critica del «formalismo» della posizione liberalsocialista di Norberto Bobbio o in talune formulazioni circa la teoria marxista dello Stato), nel complesso offre molti stimoli per quell'approfondimento di cui oggi c'è bisogno.

La tesi di fondo su cui D'Albergo basa il suo ragionamento è che la Costituzione italiana elaborata subito dopo la caduta del fascismo aveva il suo fondamento in una «cultura della trasformazione sociale» e pertanto ha retto, ed è stata anzi un modello verso cui tendere ai fini di una sua compiuta attuazione, sino a che questa cultura non solo è stata dominante nella sinistra ma ha pervaso anche ampi settori dello schieramento moderato, in particolare una parte della Democrazia cristiana.

La situazione ha cominciato a cambiare quando, a partire dalla fine degli anni settanta e dalla sconfitta sociale e politica con cui si chiude quel decennio, la cultura della trasformazione cede a poco a poco il passo alla cultura del governo e della governabilità: che a partire dal «decisionismo» craxiano si evolve nell'illusione di una maggiore efficacia, funzionalità, modernità che sarebbe garantita da un sistema elettorale maggioritario, per sfociare poi nella spinta plebiscitaria che ha animato il berlusconismo.

Nel ricostruire l'ampio dibattito che accompagna e dà spessore culturale e teorico a questa vicenda, D'Albergo ricorda il peso che ebbero la elaborazione della Trilateral e la sua denuncia del «sovraccarico di domanda» che sarebbe l'inevitabile conseguenza di un processo di crescita indefinita della democrazia: il che concretamente significava contenere e respingere le istanze di più ampia partecipazione democratica e di maggiore eguaglianza economica e sociale che ispiravano la nostra Costituzione. Ma l'autore richiama altresì i cedimenti politici e ideologici che, anche a sinistra e nello stesso partito comunista, contribuirono ad aprire un varco a una linea che poneva al centro non più l'attuazione della Costituzione, ma la sua revisione.

Mi riferisco, naturalmente, agli esempi più negativi di questo cedimento, come l'accettazione della subalternità a una presunta maggiore «modernità» del craxismo, non solo per il suo piglio decisionista ma per la sua sostanziale omogeneità alle sollecitazioni dell'ondata liberista che già andava crescendo in tutto l'Occidente. Ma mi riferisco anche a ipotesi come quella del «governo costituente», che furono allora affacciate anche dal Centro per la Riforma dello Stato e che fecero non poco danno sia perché contribuirono a far entrare nel senso comune l'esigenza, in realtà più che discutibile, di una revisione della Costituzione sia per il corto circuito che stabilirono fra potere esecutivo e revisione costituzionale.

Naturalmente la critica dell'autore diventa più serrata quando si giunge agli anni novanta: al riguardo D'Albergo mette bene in luce il rapporto che intercorre tra l'accettazione dell'ideologia del maggioritario (e quindi di un cambiamento politico affidato essenzialmente a un mutamento delle regole elettorali e di conseguenza alla natura degli organi di governo) e il passaggio «dalla strategia della trasformazione della società e dello Stato .... a una strategia di risanamento economico e politico implicante l'adesione al paradigma dello Stato britannico e nordamericano». Di qui la rassegnazione a una linea di moderatismo centrista che ha consentito e anzi favorito il successo della destra: la quale ora cerca di consolidare la sua posizione di comando attraverso una trasformazione costituzionale da un regime di democrazia parlamentare a un potere monocratico (il «premierato forte») fondato su un rapporto di tipo plebiscitario con gli elettori.

A che cosa serve questa riflessione sul passato? Essa pare a me indispensabile soprattutto perché rende chiaro che non si sconfigge il carattere eversivo della proposta governativa proponendo di temperarla con un'attenuazione dei poteri del premier rispetto agli altri organi dello stato: ma soltanto contrapponendo una diversa prospettiva che ristabilisca i principi della democrazia parlamentare.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Marzo-2005/art98.html



http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Marzo-2005/art98.html

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