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Pluridisciplinare
BUONGIORNO PIGRIZIA - Non lavorare, c'è del marcio nell'impresa

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Documentazione

Abstract: BUONGIORNO PIGRIZIA
Non lavorare, c'è del marcio nell'impresa
BENEDETTO VECCHI
Un piccolo pamphlet schizza in alto nelle vendite in patria e subito venti case editrici di altrettanti paesi ne annunciano la traduzione. Ha un titolo accattivante per questi tempi di «superlavoro». Ora il volume è arrivato in Italia e ha come titolo Buongiorno pigrizia (Bompiani, pp. 157, € 9,90). In poco più di cento pagine sono narrate le peripezie di un «quadro» donna, Corinne Maier, di una grande impresa per sottrarsi a quello stillicidio di riunioni per organizzare altre riunioni che costituisce l'essenza del suo lavoro. Non è dunque un invito al sabotaggio, né a rifiutare il lavoro. Piuttosto è un piccolo vademecum alla sopravvivenza: alle ristrutturazioni e conseguenti licenziamenti; all'idiozia della gerarchia, alla competizione tra «colleghi». L'autrice snocciola aneddoti, citazioni colte, brani incomprensibili di documenti aziendali per affermare una verità nota da tempo: l'impresa è il regno dove la necessità plasma i comportamenti di uomini e donne. Il cannibalismo tra dipendenti è infatti finalizzato al restare in sella, cioè rimanere nel club sempre più esclusivo di chi ha un salario certo alla fine del mese e uno straccio di pensione. Un libro che non aggiunge dunque nulla di nuovo. Che la gerarchia fosse fonte di sprechi, di stupidità, di alienazione lo avevano sintetizzato bene quell'impiegato senza qualità che rispondeva, nell'Ottocento, al nome di Bartleby o quel capolavoro di inchiesta tra gli impiegati condotta negli anni Venti del Novecento da Siegfried Kracauer. E tuttavia Buongiorno pigrizia ha avuto comunque un'accoglienza più che favorevole da recensori, opinion leaders, magari gli stessi che tessono le lodi quando un'impresa licenzia per rimanere nel mercato o quando decide di barattare in borsa alcuni punti delle sue azioni con bilanci falsi.

Il disincanto dell'autrice verso l'impresa in quanto istituzione cardine del capitalismo si estende inoltre verso tutte quelle forme di «riforma» del suo operato che corrispondono alle vuote formule della «responsabilità sociale» o all'«etica» dell'impresa. C'è, però, in tutto questo disincanto più di una nota stonata. Si possono certo mettere all'indice le aporie di una ideologia che osanna l'impresa, ma solo a patto che non si cerchi di «destrutturarla». Già perché l'unica via d'uscita contemplata - la sottrazione al superlavoro - è quella individuale. Altro non è ammesso, perché l'antagonismo rafforza il capitalismo, scrive l'autrice strizzando l'occhio a Guy Debord. Ma è proprio questa «rinuncia» all'antagonismo che ne ha decretato il successo di critica. Puoi scrivere tutto, ma solo se non oltrepassi la linea d'ombra della condivisione, con altri, della tua stessa condizione. Già perché dopo quella linea d'ombra c'è il conflitto contro quella cosa ignobile che è il lavoro salariato.

Un piccolo consiglio: Corinne, fai la cosa giusta, oltrepassa quella linea d'ombra e ti ritroverai in compagnia di quelle donne e di quegli uomini che organizzando gli scioperi e le mobilitazioni dei precari nel 2003 hanno fatto sembrare la Francia migliore di quello che sentenziavano gli opinion leaders.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Marzo-2005/art107.html

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