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Filosofia
Economia e diritto



La democrazia come «potere in pubblico»  di Norberto Bobbio


Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:
La democrazia come «potere in pubblico»
 
di Norberto Bobbio
2/2/2005

 

Le definizioni di democrazia, come tutti sanno, sono molte. Fra tutte io preferisco quella che la presenta come il «potere in pubblico». Uso questa espressione sintetica per indicare tutti quegli espedienti istituzionali che costringono i governanti a prendere le loro decisioni alla luce del sole e permettono ai governati di «vedere» come e dove la prendono. Nella memoria storica dei popoli europei la democrazia si presenta la prima volta attraverso l’immagine dell’agorà ateniese, l’adunanza all’aria aperta dove si riuniscono i cittadini ad ascoltare gli oratori e quindi ad esprimere la loro opinione alzando la mano. Nel passaggio dalla democrazia diretta alla democrazia rappresentativa (dalla democrazia degli antichi a quella dei moderni) scompare la piazza ma non l’esigenza della «visibilità» del potere, che viene soddisfatta in altro modo, con la pubblicità delle sedute del parlamento, con la formazione di una pubblica opinione attraverso l’esercizio della libertà di stampa, con la sollecitazione rivolta ai leader politici a fare le loro dichiarazioni attraverso il mezzo della comunicazione di massa. Con la fiducia che forse oggi non possiamo più condividere, François Guizot, il primo grande storico del governo rappresentativo, aveva scritto: «La pubblicità dei dibattiti nelle Camere sottopone i poteri all’obbligo di cercare la giustizia e la ragione sotto gli occhi di tutti, allo scopo che ogni cittadino sia convinto che questa ricerca è stata fatta in buona fede». La stessa rappresentanza, com’è stato detto autorevolmente, «può svolgersi solo nella sfera della pubblicità. Non c’è nessuna rappresentanza che si svolga in segreto e a quattr’occhi»; «rappresentare significa rendere visibile […] un essere invisibile per mezzo di un essere che è presente pubblicamente».

La definizione della democrazia come potere in pubblico non esclude naturalmente che essa possa e debba essere caratterizzata anche in altri modi. Ma questa definizione coglie bene un aspetto per cui la democrazia rappresenta un’antitesi a tutte le forme autocratiche del potere. Il potere ha una tendenza irresistibile a nascondersi. Elias Canetti ha scritto in forma lapidaria: «Il segreto sta nel nucleo più interno del potere». Si capisce anche perché: chi esercita il potere è tanto più sicuro di ottenere gli effetti desiderati quanto più si rende invisibile a coloro sui quali intende dominare. Uno dei temi principali della trattatistica politica dei secoli in cui prevalgono forme di governo autocratiche è quello degli arcana imperii. La ragione principale dell’asserita necessità del potere di sottrarsi agli sguardi del pubblico sta nel disprezzo del popolo, considerato incapace di capire i supremi interessi dello stato (che sarebbero, a giudizio dei potenti, i suoi primi interessi) e facile preda dei demagoghi. Uno dei temi ricorrenti della critica alla democrazia, che percorre tutta la storia del pensiero politico, dalle famose pagine della Repubblica di Plafone sino a Nietzche, è l’incapacità del volgo di mantenere i segreti che sono necessari alla miglior conduzione della cosa pubblica.

Quando parlo di «potere in pubblico» mi riferisco, sia ben chiaro, al pubblico attivo, informato, consapevole dei suoi diritti, a quel pubblico della cui nascita e del cui sviluppo dall’età dell’illuminismo in poi ha ricostruito la storia Jürgen Habermas in un’opera molto nota e discussa, al pubblico nel significato in cui Kant parlava, in un celebre scritto sull’illuminismo, del diritto e dovere dei filosofi di fare un «uso pubblico della propria ragione». Anche il monarca assoluto, l’autocrate, il dittatore moderno, si presenta in pubblico, perché ha bisogno di mostrare i segni visibili della propria potenza. Ma il pubblico cui si presenta è una folla anonima, indistinta, chiamata ad ascoltare e ad acclamare, non a esprimere un’opinione ma a compiere un atto di fede. A questa visibilità puramente esteriore del signore della vita e della morte dei propri sudditi deve fare riscontro l’opacità delle decisioni dalle quali la loro vita e morte dipendono[…].

Gran parte della storia del pensiero politico può essere interpretata come un continuo tentativo da parte dei sudditi di strappare i veli o le visiere o le maschere dietro cui si nascondono i detentori del potere, di estendere l’area del potere visibile rispetto a quella del potere invisibile. Muovendo dalla definizione di democrazia da cui sono partito si potrebbe ridefinirla idealmente come quella forma di governo in cui anche le ultime fortezze del potere invisibile sono state espugnate e il potere, come la natura, non ha più segreti per l’uomo. Sappiamo che questa mèta ideale è irraggiungibile. Appartiene all’essenza stessa del potere di occultarsi. Ma ciò non toglie che la diversa estensione delle due sfere, rispettivamente del potere visibile e del potere invisibile, sia uno dei criteri che permetta una netta distinzione fra governo democratico e autocratico […].

Il Parlamento è il luogo dove il potere viene rappresentato nel duplice senso che esso è il luogo dove si riuniscono i rappresentanti e dove, nello stesso tempo, avviene una vera e propria rappresentazione, che in quanto rappresentazione ha bisogno del pubblico e deve quindi svolgersi in pubblico.

[Teoria generale della politica, Torino, Einaudi, 1999, pp. 339-342 e 362]



http://www.governareper.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=48&sid=1

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