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Pedagogia
Psicologia
Gregory Bateson, pensiero vivente

Lingua: Italiana
Destinatari: Insegnanti, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale per autoaggiornamento

Abstract:

Gregory Bateson, pensiero vivente

A cento anni dalla nascita, l’attualità delle critiche di Bateson al riduzionismo angusto che non vede differenze fra il mondo della vita e il «mondo non vivente delle palle da biliardo e delle galassie»

MARCELLO CINI

In occasione di un convegno tenuto sei anni fa mi domandavo: «Perché Bateson, nonostante sia considerato da alcuni una grande figura della cultura contemporanea, è ancora un outsider ? Perché la sua opera trova un riconoscimento così scarso sia come scienziato che come filosofo? Perché, in fondo, è più amato come guru che ammirato per l’originalità e la profondità del suo pensiero?» Se oggi, nel celebrare il centenario della sua nascita, ripartissimo dalle stesse domande, arriveremmo a dare più o meno le stesse risposte. E’ indubbiamente vero infatti che gli interrogativi dai quali parte Bateson nella sua ricerca sono di una tale generalità da poter essere superficialmente liquidate come generiche e persino presuntuose e velleitarie. Sia gli scienziati che i filosofi dunque, se non vogliono mettere a rischio la loro credibilità all’interno delle rispettive comunità, si guardano bene dal porsele, per non uscire dai binari tracciati dagli statuti metodologici ed epistemologici che ne definiscono i confini. E’ forse per questo che chi non ha domestichezza con la scienza è affascinato dalla possibilità di trovare, nella critica di Bateson al riduzionismo angusto che non vede differenza fra il mondo della vita e il «mondo non vivente delle palle da biliardo e delle galassie», una conferma delle proprie tentazioni a far «rientrare il soprannaturale dalla finestra». Va comunque ribadito che il grande merito di Bateson - un merito tuttavia che persino chi lo ammira e ne condivide il pensiero talvolta sottovaluta - è di avere tracciato la via per comprendere il mondo della materia vivente senza cadere nei «due incubi insensati» del «rozzo materialismo» e del «soprannaturalismo romantico», evitando costantemente di fare concessioni ai seguaci dell’una o dell’altra di queste due insensatezze. Detto questo, allora, cerchiamo di capire in che modo possiamo prendere lo spunto da questa occasione per contribuire a dare finalmente a questa straordinaria figura di «filosofo naturale» la collocazione che gli spetta all’interno di una cultura scientifica adeguata alle trasformazioni che il mondo sta subendo agli inizi del XXI secolo. Provo a fare alcune considerazioni, alla luce dei più recenti progressi delle varie discipline con le quali il suo pensiero ha avuto direttamente o indirettamente a che fare, partendo dalla constatazione che siamo di fronte a un singolare paradosso. Da un lato infatti, più passa il tempo e più le idee di Bateson sembrano coerenti con il nuovo «spirito del tempo» che la crescita delle conoscenze nelle due sfere sempre più strettamente legate dello studio della vita e della mente sta forgiando. Dall’altro, tuttavia, questo processo procede ignorando le anticipazioni pionieristiche suggerite dall’architettura formale della batesoniana «trama che connette» e trae piuttosto alimento dalla generalizzazione di contributi particolari provenienti dalla pratica di settori disciplinari diversi.

Il paradosso forse si risolve riconoscendo che sempre di più le idee di Bateson si rivelano essere il fondamento indispensabile per le scienze della vita e della mente del «nucleo metafisico» (nel senso di Lakatos) di ogni teoria adeguata alla ricchezza e alla complessità di quella sfera della realtà che egli chiama la Creatura. Faccio qualche esempio. Il primo riguarda il noto rifiuto del dualismo cartesiano. Tutti coloro che in hanno avuto qualche contatto con l’opera di Bateson sanno che questo rifiuto ne è uno dei punti fondamentali. Fin dagli anni ‘70 egli scriveva che i tre strumenti più importanti del pensiero contemporaneo creati da Cartesio (la separazione tra mente e materia, le coordinate cartesiane, il cogito: «penso, dunque sono») «hanno semplicemente mandato in frantumi il concetto dell’universo in cui viviamo.» Era un’affermazione assai impopolare per l’epoca. Ma oggi è condivisa dalla maggior parte degli scienziati e dei filosofi che si occupano dei processi mentali. Ne cito uno per tutti, il neurofisiologo Antonio Damasio, che intitola L’errore di Cartesio il suo libro su Ragione, emozione e cervello umano. «L’enunciato “Cogito ergo sum”, - spiega - preso alla lettera, esprime esattamente il contrario di ciò che io credo vero riguardo alle origini della mente e riguardo alla relazione fra mente e corpo; esso suggerisce che il pensiero e la consapevolezza di pensare, siano i veri substrati dell’essere. Al contrario, noi siamo, e quindi pensiamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell’essere.»

Il secondo esempio riguarda il dibattito sulla teoria dell’evoluzione biologica. Nel capitolo che Bateson considera il più difficile e il più importante di Mente e Natura, espone uno schema teorico di questo processo assai più complesso del tradizionale schema darwiniano a due componenti (la prima costituita dalla generazione non finalizzata di diversità a livello genetico fra gli individui di una popolazione e la seconda dalla selezione di quelli dotati di caratteristiche fenotipiche più adatte alla sopravvivenza nell’ambiente dato, che vengono trasmesse alla loro progenie). Egli infatti suddivide ancora ognuna delle due componenti del processo in due momenti, una aleatoria e l’altra deterministica. Nella componente genetica, egli aggiunge alla generazione casuale di mutazioni una fase di selezione interna (epigenetica) di quelle compatibili con la struttura complessiva dell’organismo. Analogamente individua la necessità di aggiungere nella componente della selezione fenotipica un elemento di aleatorietà rappresentato dagli effetti imprevedibili della reazione dell’individuo sull’ambiente. Anche qui è accaduto che le intuizioni di Bateson hanno ricevuto sorprendenti conferme. Mi riferisco in particolare all’ultimo libro di Stephen J. Gould La struttura della teoria dell’evoluzione nel quale la teoria darwiniana viene riformulata in modo da consentirgli di aggiornarla e di rendenderla più flessibile per incorporarvi numerosi elementi provenienti da concezioni differenti, senza tradirne l’impostazione originaria.

In sostanza, l’essenza e la forza della rivoluzione darwinianana derivano da tre principi logici fondamentali. Essi sono, nell’ordine: l’unicità del soggetto dell’evoluzione (l’organismo), l’unicità della causa (la selezione naturale), e l’unicità del processo (la microevoluzione). E’ questo impianto che gli consente di ampliare il primo includendo come possibili soggetti anche unità evolutive a livello superiore (specie, cladi) e inferiore (cellule, genoma). Il secondo a sua volta si arricchisce di effetti, talvolta molto vistosi, dovuti a vincoli storici, strutturali, processuali che si aggiungono alla selezione naturale. Nel terzo infine alla microevoluzione - che rimane fonte di cambiamento continuo e graduale nel breve periodo - si accompagnano fenomeni macroevolutivi con andamento temporale fatto di alternanze di periodi di stasi interrotti da rapidi mutamenti (equilibri punteggiati) dovuti a cause molteplici e spesso imprevedibili (catastrofi). E’ chiaro a questo punto che gli sviluppi della teoria, alimentati da un’enorme messe di nuovi dati osservativi degli ultimi decenni, sono andati ancora una volta proprio nella direzione, anticipata da Bateson, della necessità di un arricchimento del processo dell’evoluzione biologica attraverso l’alternarsi e il moltiplicarsi di momenti deterministici e aleatori, digitali e analogici, a tutti i livelli di organizzazione della materia vivente. I due esempi si potrebbero moltiplicare. Mi limito ad accennare al crescente arco di discipline dell’uomo e delle società che tendono a integrare (se non a sostituire) un approccio puramente strutturale modellato sull’esempio delle scienze esatte della natura (la fisica in primo luogo) con un approccio evolutivo. Penso in particolare alla linguistica come esempio pertinente. L’accenno all’epistemologia batesoniana come «nucleo metafisico» per la costruzione di una teoria adeguata può essere in questi casi particolarmente utile.

Sarebbe infine una grave omissione non accennare al carattere fondamentale che hanno, ai fini dell’elaborazione di una cultura dei limiti e delle responsabilità - sempre più urgente e indispensabile per riuscire ad affrontare i drammatici problemi che incombono sull’umanità - i temi che hanno impegnato le riflessioni di Bateson negli ultimi anni della sua vita. Parlo, ovviamente delle sue osservazioni sul collegamento profondo che esiste fra la sfera dellla bellezza e del sacro (entrambe forme di com-prensione emotiva non mediata dalla razionalità) e la sfera dell’inconscio. Va sottolineato tuttavia, per evitare equivoci, che per Bateson bellezza e sacro sono, come l’inconscio, categorie immanenti alla «mente» e non provengono da entità trascendenti. E’ questo collegamento la base per affrontare, da un lato, le questioni del degrado dell’ecosistema terrestre e dall’altro quelle dell’intreccio sempre più inestricabile fra conoscenza scientifica e vincoli etici che sempre più caratterizza lo sviluppo non solo delle scienze sociali, ma anche di quelle della vita e della mente. Anche in questo caso le anticipazioni di Bateson vanno confrontate con le più recenti analisi, per esempio, di Jonas e Habermas. Si aprono dunque molte strade nuove da percorrere. Abbiamo buone ragioni per festeggiare questo centenario.



http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_4957.html

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