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Storia
Enzo Collotti, L’Europa nazista. Il progetto di un nuovo ordine europeo (1939-1945)

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

Enzo Collotti, L’Europa nazista.

Il progetto di un nuovo ordine europeo (1939-1945), Firenze, Giunti, 2002

di Adriano Martella

La guerra scatenata nel 1939 dalla Germania nazista costituisce ancora oggi il paradigma dellaguerra “totale”, evento catastrofico per la società umana in quanto totalmente difforme ai più elementari principi della convivenza e del diritto. Il concetto di colpa che ne è derivato, per ovvieragioni applicato dai vincitori sui vinti, rappresenta uno dei più complessi nodi da sciogliere per fugare il pericolo di ogni revisione assolutoria come anche di rimozione collettiva della tragica esperienza rappresentata dalla Seconda guerra mondiale. Ancora oggi, il senso comune ne indica leragioni puntando il dito sugli eccessi derivati dalla presunta follia individuale di Hitler e dei suoi stessi collaboratori, o su quella collettiva e quindi autoassolutoria della società tedesca coeva. Questo perché il nazismo, descritto in termini di giudizio come male assoluto dalla vulgata storicaufficiale, è invece a lungo sfuggito ad una rigorosa analisi storiografica che avrebbe dovuto chiarirel’aspetto essenziale delle responsabilità collettive nello spiegamento di volontà e di potenziale distruttivo per la guerra d’invasione.

Troppo spesso, e ancora recentemente con Klaus Hildebrand1, le responsabilità personali di Hitler hanno fornito un utile paravento a tesi revisionistiche che, pur riconoscendo al centro della politica distruttiva del nazionalsocialismo e dell’utopia del Grande Reich germanico la “follia del dogma razziale”, non spiegano in maniera convincente quali furono le componenti della società tedesca che resero possibile la realizzazione del progetto hitleriano. Un progetto che prevedeva una ristrutturazione della carta d’Europa che incidesse in profondità sulla società europea, sino a produrre non solo nuovi equilibri politici ma soprattutto nuovi equilibristrutturali, con lo spostamento del centro di gravità dello sviluppo industriale intorno alla Germania ed alcuni altri Stati strettamente associati, e la destinazione di tutte le aree dell’Europa centro e sud-orientale a uno stato di sottosviluppo agricolo permanente. Presupposto di questo processo di trasformazione anche strutturale della società europea era la ridefinizione demografica e razziale del continente, attuata facendo leva sullo strumento della violenza e dell’annichilimento culturale efisico delle popolazioni dominate. Il lavoro di Enzo Collotti va nella direzione della storiografia più recente e seria sull’argomento, unanime oggi nel considerare le tendenze espansionistiche che sfociarono nella dominazione continentale durante la guerra come frutto di tendenze fortemente radicate nella cultura e nella società tedesca prima ancora dell’avvento al potere del nazismo. E’ costituito da una raccolta di saggi e atti di convegni, frutto dell’attività di ricerca di uno storico da anni impegnato nello studio delle dinamiche proprie dell’occupazione nazista, che affrontano il tema della guerra di conquista intrapresa dalla Germania nel ‘39, e il suo corollario tragico di lutti e disumanità, nell’ottica del tentativo di costruzione di un “Nuovo ordine europeo”. Prendendo le mosse dalla descrizione fattada Ludolf Herbst della guerra d’aggressione dopo l’invasione dell’Unione Sovietica come Weltanschauungskrieg2, capace di presentare assieme le caratteristiche della guerra di rapina e della guerra ideologica, e che univa il razzismo antislavo e il razzismo antiebraico, Collotti inserisce gli eventi bellici nel contesto di un disegno coerente ed articolato, in cui trovarono spazio ed occasionele realizzazioni aberranti dei tecnocrati e delle gerarchie tedesche. “L’obiettivo era quello di realizzare un colossale processo di integrazione continentale a senso unico, nel senso che si mirava alla creazione di un sistema di subordinazione totale delle esigenzedella periferia al centro dell’impero, rappresentato per l’appunto dalla Germania, dove anche il sottosviluppo della periferia era previsto e programmato in funzione dello sviluppo della supremazia del Reich, come centro e nucleo portante dell’area integrata sotto dominazione tedesca. La popolazione polacca, tanto per fare l’esempio più drastico, era destinata a diventare null’altro che una riserva di manodopera a basso costo e a livelli specializzati interamente schiavizzata alservizio del Terzo Reich.”3. Un disegno che andò certo definendosi meglio nel corso della guerra, al di là delle grandi linee già contenute nei testi programmatici degli esponenti nazisti4. Esso, tuttavia, nella scelta di concentrarela spinta espansiva della Germania sull’area orientale del continente europeo, riuscì a coagulare obiettivi di interesse nazionale, razziale e ideologico di lunga data. I giuristi internazionalisti del regime nazista, e con essi i geografi, i demografi e i pianificatori del territorio l’avevano anticipato nella teoria dei “grandi spazi”.

La prima formulazione da parte di C. Schmitt dell’“ordinamento dei grandi spazi in diritto internazionale come divieto d’intervento”, pubblicata nel 1941, è anteriore allo scoppio del conflitto, risale all’inizio del 1939 e fa seguito immediato alla distruzione della Cecoslovacchia e se ne pone anzi come legittimazione giuridica5. Il carattere propagandistico dei mezzi cui fu affidata la divulgazione dei principi del “Nuovo ordine europeo”, non deve illuderci che si trattasse solo di una parola d’ordine: nello statuto del Terzo Reich, per dirla con Neumann, “la propaganda tedesca non è mai semplice propaganda, è sempre propaganda e azione”6. Lo sfruttamento della forza-lavoro rappresentò uno degli strumenti per la selezione politica, nazionale e razziale delle popolazioni sottomesse; allo stesso tempo, lo sfruttamento delle loro risorse economiche, destinate al mantenimento delle forze d’occupazione e al soddisfacimento delle esigenze della potenza dominante, tendeva a privare le popolazioni locali dei beni di sostentamento essenziali e delle basi stesse delle loro possibilità di produzione e sussistenza. Gli effetti della famee il conseguente incremento dei tassi di mortalità e morbilità, furono conseguenze non marginali di un sistema di sfruttamento che contribuì a connotare il carattere di sterminio della guerra e dell’occupazione. Guerra di sterminio, appunto, o guerra “totale”, nel senso che i dispositivi messi in atto dall’esercito di occupazione nazista vanno interpretati come la traduzione pratica dei progetti di ristrutturazionedemografica dell’Europa orientale destinata alla popolazione tedesca. Quest'ultima poteva realizzarsi soltanto risolvendo i problemi derivanti dalla presenza di popolazioni non tedesche.

L’espansionismo nazista non era una mera occupazione territoriale, esso significava il radicamento della razza germanica nei territori destinati alla conquista e implicava di conseguenza lo sradicamento da quei territori delle popolazioni originarie. In ciò il razzismo antislavo, insieme a quello antiebraico, giocarono un ruolo fondamentale, tanto da spingere l’autore ad affermare, sempre sulla scia di Herbst, che la “soluzione finale” ha rappresentato un momento costitutivo del “Nuovo ordine europeo”, piuttosto che un fatto eccezionale o una sua deriva impazzita7. In uno dei saggi più interessanti del libro8, lo storico chiarisce come le pratiche di sterminio di massa della popolazione civile polacca all’inizio del conflitto, rappresentino un paradigma di comportamento destinato a trasformarsi in una serie di direttive vincolanti per l’esercito nei mesi dell’aggressione all’Unione Sovietica, e come allo stesso tempo abbiano svolto un ruolo essenziale nell’attuazione di quelle pratiche, non soltanto i corpi speciali alle dipendenze di Himmler, ma anche i reparti della Wehrmacht, asserviti “a una brutale operazione di epurazione politica e razziale”.9Il tristemente famoso Kommissarbefehl, con il quale il comando supremo della Wehrmacht trasmise l’ordine di fucilare i commissari politici dell’Armata Rossa fatti prigionieri, non era uno strumento fine a sestesso, né un semplice mezzo di intimidazione nei confronti del nemico, bensì uno dei mezzi o uno dei pretesti per accelerare l’opera di decimazione delle popolazioni dell’Unione Sovietica. Tanto èvero che reca la data del 6 giugno 1941, un paio di settimane prima dell’aggressione. La Germania conduceva la guerra come “lotta di annientamento” perché, come ebbe a spiegare lo stesso Hitler, “Se noi non adottassimo una simile concezione […] riusciremmo sì a battere il nemico, ma nel girodi trent’anni ci ritroveremmo nuovamente a fronteggiare il nemico comunista. E noi non facciamo la guerra per mantenere il nemico”10. Non solo si trattava di realizzare la spartizione territoriale dell’Unione Sovietica, ma di produrre al suo interno una rigorosa selezione personale politica e razziale; questo equivaleva ad eliminare un’intera classe dirigente, non solo per decapitare unregime politico, ma per privare un popolo dei fattori costitutivi e rappresentativi della sua identità: il proposito era appunto quello “di impedire che si formi una nuova intellighenzia”11. Per amministrare il territorio agli ordini dei tedeschi sarebbe bastato un livello minimo “primitivo” diquadro dirigente. La popolazione della Polonia occupata fornì ancora una volta il paradigma: essa era destinata a un futuro caratterizzato dalla distruzione dell’identità nazionale e culturale delle singole comunità nazionali. Ciò doveva valere per le componenti più consistenti e omogenee come ipolacchi e gli ebrei, ma anche per le componenti minori, fino alle cosiddette Volkssplitter, leschegge di popoli. La dissoluzione delle comunità, con la conseguente rottura di quella rete di relazioni e di valori che ne potessero consentire la preservazione e la difesa, era associata alla “scrematura razziale” che doveva consentire l’assimilazione di tutti quegli elementi ritenuti idonei sotto il profilo razziale alla “germanizzazione”. Decine di migliaia furono i bambini di origine polacca sottratti alle rispettive famiglie per questo scopo. Per tutti gli altri, il nazismo aveva previstoun futuro di sottomissione e di ignoranza, facendo leva sulla totale destrutturazione del sistema scolastico: alla popolazione non tedesca era consentita l’istruzione solo ed esclusivamente limitataalle quattro classi della scuola elementare, con lo specifico scopo di apprendere il “Calcolo semplice al massimo sino a 500, scrivere il proprio nome, […] obbedire ai tedeschi ed essere leali, diligenti e sottomessi. Leggere – sottolineava Himmler – non lo ritengo necessario. In oriente,all’infuori di questa scuola, non deve esistere alcun altro tipo di scuola”12. Non sfugge all’Autore il fatto che questa brutale interferenza nel destino di alcuni dei popoli occupati non rappresentasse caratteri puramente arbitrari, ma corrispondesse a precisi interessi disfruttamento del patrimonio economico e industriale, che non solo erano le premesse indispensabiliper la realizzazione del nuovo ordine, ma erano anche collegati a una forma di gerarchia razzialecoerentemente perseguita dagli occupanti.

Nell’ovest dell’Europa occupata, la destrutturazione del sistema scolastico a tali livelli sarebbe stata impensabile, anche per il bisogno di appoggiarsi astrutture statuali e amministrative intermedie e poter contare su un apparato industriale moderno ai fini dell’economia di guerra. Dal lato della propaganda, soprattutto per quanto riguarda i Paesi baltici e scandinavi, l’affinità razziale era il criterio discriminante per mitigare gli effetti dell’occupazione sulle popolazioni civili. Nell’Europa centro orientale, il criterio di favorire quei Paesi il cui profilo etnico poteva essere giocato in chiave antislava, fu spesso determinante nellacostruzione delle alleanze internazionali. Laddove aveva interesse a penetrare sotto il profilo della gestione economica e del radicamento razziale, la Germania favorì la frammentazione delle nazionalità indigene mirando alla creazione di Volkssplitter, le schegge di popoli per cui la razza germanica doveva rappresentare l’unico elemento di coesione. E in questo processo fu coinvolto, dopo il “tradimento” dell’8 settembre 1943, anche il territorio italiano, amputato delle due “zone di operazioni” corrispondenti all’incirca al Sudtirolo ealla Venezia Giulia con la provincia di Lubiana e l’Istria. Qui la politica delle nazionalità attuata dal nazismo, in vista di una totale integrazione dei territori al sistema difensivo e strategico del Reich, pose l’accento sugli errori del fascismo nei confronti dell’elemento “allogeno” e favorì le divisioni del tessuto sociale utili ai propri interessi. Le critiche peraltro traevano fondamento dalla violenza della “snazionalizzazione” attuata nel Ventennio e dalle rappresaglie nella lotta antipartigiana. Gli occupanti, pur mantenendo rapporti con l’amministrazione locale italiana, favorirono il risorgere delle bande nazionaliste, in particolare di quelle slovene, per sfruttarlo in chiave antibolscevica eantiebraica. Ciò portò i nazisti a favorire aperture culturali verso gli Sloveni e i Croati, attraversol’istruzione e la stampa in lingua slava.

Ma tutto questo solo nell’ottica di favorire la disomogeneitàetnica e spezzare le resistenze che potevano derivare dalla popolazione civile in seguito all’annessione di fatto del territorio del Litorale Adriatico13alla Grande Germania. Non a casol’amministrazione tedesca era costituita in assoluta prevalenza da elementi del nazismo austriaco, tra i quali spiccava la triste figura di Odilio Globočnik, triestino di nascita e già protagonista in Polonia dei massacri perpetrati dall’Aktion Reinhardt. Collotti registra tra l’altro la vicenda dei 18-20.000 cosacchi, non solo uomini in armi ma anche le rispettive famiglie, raccolti dai tedeschi nel Kuban come reparti collaborazionisti14. “A essi le autorità tedesche […] pensavano di affidare un compito particolarmente delicato e utile al tempo stesso: la loro sorte sarebbe stata quella di essereimpiegati «in un territorio completamente infestato da bande partigiane» in cui essi avrebbero potuto dar prova di essere «un gruppo etnico fidato, che può essere considerato dalla parte nostra come la più forte muraglia contro il bolscevismo». Questa terra d’impiego avrebbe potuto diventarela loro nuova patria; e si capisce la ragione: imparando a difendere il territorio vi avrebbero radicato la loro ragion d’essere.”15Nel luglio del 1944, a seguito di un accordo tra l’Ostministerium e Globočnik alla ricerca di forze fidate per la lotta antipartigiana, ebbe inizio il loro trasferimento nell’area dell’AK e precisamente in Friuli, nella zona delle Alpi e Prealpi carniche. “Questo contingente di cittadini sovietici, che veniva quantificato in 4.000 caucasici e 18.000 profughi cosacchi, si sarebbe insediato nella zona dopo averla ripulita dai partigiani”16. Ciò avvenne a seguito dell’armistizio, dopo che il fascismo italiano aveva mutuato dal nazismo lepratiche di repressione brutale nella lotta alle bande partigiane nei Balcani e in Grecia.

Quanto detto finora non può che confermare le capacità di analisi di questo testo nei confronti diun’ampia gamma di aspetti legati alla realizzazione del “Nuovo Ordine” e dell’importanza che riveste in questo discorso il fenomeno del collaborazionismo. Senza pretendere di essere esaustivo, Collotti riesce a descriverne la complessità crescente durante la guerra, con un’attenzioneparticolare rivolta a quell’intreccio di propaganda ed interessi di potere che fu il “Nuovo Ordine” agli occhi dell’opinione pubblica e degli apparati statali nell’Europa occupata. Un aspetto particolarmente interessante del libro è costituito dallo sforzo di inserire il fascismoitaliano all’interno di questo contesto storico, con un serio contributo alla ricerca europea sulla Seconda guerra mondiale. Di particolare importanza è la luce che getta sul cambiamento avvenuto nel ruolo dell’Italia “traditrice” dopo l’armistizio, sul destino dei militari italiani “internati” (gli IMI che troviamo coperti delle loro divise lacere di soldati sconfitti nei cunicoli del Lager di Dora17) esul carattere, strumentale e conflittuale ad un tempo, dei rapporti che la Germania intrattenne con la Repubblica Sociale Italiana. La gerarchia delle razze elaborata dal nazismo aveva un posto per tutti, e la posizione relativa di un popolo dipendeva strettamente dall’uso che la Germania intendeva farne ai fini del proprio dominio continentale; inoltre le teorizzazioni sulla razza avevano tragiche conseguenze per le reali condizioni di vita e i destini dei popoli associati al “Nuovo Ordine”. Occorre sottolineare questo aspetto al fine di scoraggiare ogni tentativo di rivalutazione neofascista di quel piano di dominazione e sfruttamento, che agì sotto le spoglie di un progetto di integrazione sovranazionale a livello europeo.

L’Europa costruita sulle macerie della guerra che il nazismo scatenò pone comepremessa costitutiva il rapporto paritario tra i popoli che la compongono e per questo rappresenta l’antitesi del “Nuovo Ordine” nazista. Ma ciò non basta: il concetto di reciprocità, che va posto alla base dell’integrazione economica nel modello dell’Unione Europea, trae conferme proprio dalla constatazione che il nazismo, mirando all’asservimento dell’economia dei paesi occupati ai propri interessi esclusivi, provocò in questo modo il collasso totale della società civile. Come sistema di sfruttamento continentale della forza lavoro e delle risorse, il “Nuovo Ordine” è coerentemente rappresentato dal suo prodotto più aberrante: il sistema dei campi di concentramento e di sterminio. Uno sterminio attuato anche attraverso il lavoro coatto, in luoghi dove – come ebbe a dire il ministro Speer in visita al Lager di Dora – “regnavano condizioni scandalose, che per giunta frenavano la produzione”18. Dove cercare le responsabilità di eventi tanto agghiaccianti? Forse, innanzitutto, ripensando al ruolo che ebbe il meccanismo decisionale del potere nazista nel proliferare della violenza indiscriminata di cui furono autori tanti “carnefici”, tedeschi e non, complici del nazismo.

Esaminando un documento che Heydrich, come capo del Servizio di sicurezza del Reich, aveva inviato sin dal 21settembre del 1939 alle Einsatzgruppen dello SD19, che operavano al seguito delle truppe di occupazione in Polonia, l’Autore sembra trovare una parziale risposta. Il documento, contenente una serie di istruzioni per il trattamento complessivo della Judenfrage nel territorio occupato, distingue tra soluzioni temporanee e lo scopo finale (Endziel). Enzo Collotti osserva inoltre come“esso si limitava a indicare direttive e obiettivi di massima, riservando ai comandanti dei singoli gruppi d’intervento la definizione delle modalità pratiche per la loro attuazione. Ciò significa chequesti ultimi venivano investiti di un potere decisionale che ne esaltava l’autonomia e al tempo stesso ne sollecitava l’inventiva, secondo una regola di comportamento nel rapporto centro-periferia che sembra connotare l’articolazione dei poteri nel Terzo Reich da un punto di vista assolutamentegenerale” 20.

1 K. Hildebrand, Das vergangene Reich. Deutsche Aussenpolitik von Bismarck bis Hitler 1871-1945, Stuttgart 1995. Citato da Enzo Collotti a p. 9 del volume.

2Cfr. p. 10.

3P. 34.

4Un riferimento obbligato va al Mein Kampf e al cosiddetto “secondo libro” di Hitler del 1928.

5Cfr. p. 13 n.

6Ibidem.

7P. 11.

8Pp. 15-39

9P. 20.

10Cfr. p. 27.

11Ibidem.

12Cfr. p. 46.

13In tedesco Adriatisches Küstenland o AK.

14“Era un frammento di quella popolazione dell’Unione Sovietica a cui i tedeschi, in cambio della lorocollaborazione alla lotta contro lo stato sovietico, promisero, con il proclama di Rosemberg del 10 novembre 1943,protezione e la ricerca di un nuovo territorio qualora le evenienze belliche non avessero consentito il ritorno nella terranatia”. Cfr. p. 208.

15Ibidem.

16Ibidem.

17Cfr. p. 338.

18 - Cfr. p. 330. La visita si svolse il 10 dicembre 1943. Ne seguirono miglioramenti alle condizioni di alloggio deidetenuti, la cui mortalità sarebbe diminuita in maniera sostanziale, secondo le dichiarazioni successive del ministro.

19 - Schutzdienst.

20 - Cfr. p. 156.



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