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L'occupazione rischia di rivelarsi più costosa delle peggiori previsioni. In termini di fondi e anche di vite umane. Il prossimo governo iracheno filo Usa sarà deciso su basi etnico-religiose spingendo un paese fondamentalmente laico verso nuovi disastrosi conflitti etnico-religiosi. Il Consiglio di governo ha infatti deciso di riprodurre lo stesso meccanismo nella designazione dei ministri: tredici ministeri dovrebbero andare agli sciiti, cinque ai sunniti, cinque ai kurdi, uno ai turkmeni e uno agli assiri cristiani. Si sta così delineando un passaggio dalla dittatura ai vecchi meccanismi coloniali adottati dalla Francia in Libano, per sancire la sua divisione su basi etnico-confessionali, all'origine di tanti tragici spargimenti di sangue. STEFANO CHIARINI - 28 agosto 2003

Lingua: Inglese
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Ipermedia

Abstract: Iraq, cercasi soldi e soldati

L'occupazione rischia di rivelarsi più costosa delle peggiori previsioni. In termini di fondi e anche di vite umane. Ieri sono stati uccisi dalla resistenza altri tre marines. Il prossimo governo iracheno filo Usa sarà deciso su basi etnico-religiose

STEFANO CHIARINI

Tre soldati Usa sono morti ieri in Iraq, due nel corso di attacchi della resistenza e uno in circostanze ancora non chiare, mentre il «marja bianco» Paul Bremer ha ammonito che l'occupazione e la ricostruzione di quanto è stato distrutto in due guerre e in undici anni di embargo costeranno ai contribuenti Usa e alla comunità internazionale decine e decine di miliardi di dollari. Il primo soldato Usa è stato ucciso e tre sono stati feriti quando, verso le sette del mattino, una mina è esplosa al passaggio del loro automezzo nei pressi della città di Falluja, uno dei centri della resistenza. Circa un `ora dopo un altro convoglio è stato attaccato alla periferia di Baghdad e nel corso della sparatoria un soldato dei servizi militari è stato ucciso. Strettissimo il riserbo sulle circostanze della morte del terzo marine. Salgono così a 143 i soldati Usa uccisi in Iraq dalla fine della guerra. Contrariamente a quanto sostengono i comandi Usa il caos nel paese e nella capitale non solo non diminuiscono ma al contrario sembrano aggravarsi sempre più dal momento che le forze di occupazione riescono a malapena a difendere se stesse e le strutture dell'amministrazione americana. La famosa piazza «ali baba» a Baghdad, praticamente dietro l'hotel Sheraton, uno dei centri della presenza Usa e occidentale nella capitale, è stata teatro di una furibonda rapina ad un cambiavalute al termine della quale sono rimasti sul terreno due banditi, due poliziotti e un passante.

L'aggravarsi della situazione dal punto di vista militare si accompagna ad un analogo peggioramento di quella economica economica. Il proconsole Usa in Iraq, Paul Bremer, in una intervista al «Washington Post» ha sostenuto che «è impossibile esagerare le necessità economiche» del paese. Secondo l'esponente dell'antiterrorismo dei tempi di Ronald Reagan, nominato sul campo capo dell'amministrazione provvisoria Usa, per riparare la rete elettrica ci vorranno almeno 2 miliardi di dollari entro la prossima estate e 13 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per ristrutturarla completamente. La ricostruzione della rete degli acquedotti e delle fogne dovrebbe costare poi altri sedici miliardi di dollari nell'arco dei prossimi quattro anni.

Naturalmente tutti questi costi andranno a cadere sulle spalle dei contribuenti americani e su quelle dei cittadini di quei 45 governi che si sarebbero proposti di aiutare l'avventura irachena di Washington. I profitti invece, derivanti dalle «privatizzazioni» dei settori più redditizi a cominciare da quello del petrolio o delle telecomunicazioni, andranno invece alle multinazionali americane e britanniche. Paul Bremer, se da una parte chiede alla comunità internazionale di pagare parte dei costi dell'invasione e dell'occupazione dall'altra ha escluso nuovamente qualsiasi ruolo dell'Onu nella ricostruzione. Alle spese dell'amministrazione Usa in Iraq vanno poi aggiunte quelle, pari a 4 miliardi di dollari al mese, delle operazioni militari vere e proprie. In altri termini, nelle parole del repubblicano Jim Kolbe dell'Arizona, presidente dell'«House Appropriations Subcommittee» che decide sugli aiuti all'estero: l'amministrazione «ha praticamente finito i fondi». Di qui la richiesta all'Onu, che per il momento non sembra sia stata accolta con molto favore da Francia, Russia e Germania, di dare un casco blu alle truppe di occupazione anglo-americane, e aprire così la via all'invio in Iraq di contingenti militari di altri paesi e soprattutto all'arrivo di altri fondi. L'ultima proposta in circolazione sarebbe quella di lasciare le cose come stanno, dando un mandato Onu alle truppe di occupazione ma lasciandole sotto il controllo di un generale americano. Soldi e soldati sarebbero così forniti in misura considerevole dalla comunità internazionale e i guadagni petroliferi invece resterebbero nelle mani degli Stati uniti. Una vera quadratura del cerchio che i sostenitori dell'impero Usa stanno già propagandando con la scusa che «Washington non può perdere in Iraq». Una prospettiva che invece, con la sconfitta del partito della guerra - dai neoconservatori Usa legati a Sharon e Netanyahu all'ultradestra cristiana - sarebbe l'unica in grado di aprire uno spiraglio di pace in Mesopotamia e in Palestina e ridare all'Europa un ruolo sulla scena internazionale. Lo sanno bene gli Usa che nel tentativo di bloccare la resistenza irachena continuano a soffiare sulle rivalità etnico-religiose usate poi come scusa -tecnica non nuova, basta pensare al Sudafrica- per giustificare il proseguimento dell'occupazione: è di ieri la notizia che lo screditato Consiglio di governo iracheno - screditato anche agli occhi dei religiosi dell'università cairota di Al Azhar che hanno ammonito tutti gli arabi a non avere rapporti con i suoi esponenti- ha deciso di dividere i posti nel prossimo gabinetto sulla base dell'appartenenza confessionale. Lo stesso criterio usato dai «democratici» amministratori americani per designare i membri del Consiglio provvisorio. La «libanizzazione» dell'Iraq su linee confessionali farà così un altro passo avanti spingendo un paese fondamentalmente laico verso nuovi disastrosi conflitti etnico-religiosi. Il Consiglio di governo ha infatti deciso di riprodurre lo stesso meccanismo nella designazione dei ministri: tredici ministeri dovrebbero andare agli sciiti, cinque ai sunniti, cinque ai kurdi, uno ai turkmeni e uno agli assiri cristiani. Si sta così delineando un passaggio dalla dittatura ai vecchi meccanismi coloniali adottati dalla Francia in Libano, per sancire la sua divisione su basi etnico-confessionali, all'origine di tanti tragici spargimenti di sangue.

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