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Di Federica Sossi -  "Autobiografie negate - immigrati nei lager del presente", un libro di denuncia sulla situazione all'interno dei centri di detenzione in Italia.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Utilità e strumenti

Abstract:
Copertina
Sossi Federica
Autobiografie negate
Immigrati nei lager del presente

2002 pp.176 14,00 €

Questo libro è la testimonianza di un viaggio attorno a quei luoghi che la legge Turco-Napolitano chiama Centri di permanenza temporanea e assistenza, istituiti per trattenervi gli stranieri in via di espulsione, luoghi di reclusione per persone che non hanno commesso alcun reato e in cui gli stranieri trattenuti vengono fatti scomparire prima di essere espulsi. Solitamente nascosti nelle periferie delle città italiane, istituiti nel silenzio e su cui si cerca di mantenere il silenzio. Quando sui giornali se ne parla, li si nomina sempre coprendoli con l’eufemismo dell’accoglienza. Ma quasi nessuno ricorda i nomi delle paersone perite tra le fiamme del centro di Trapani e, dopo le prime contestazioni, sui centri è ritornato il silenzio più assoluto. Il libro cerca di dire lo scandalo che questi luoghi inaccessibili rappresentano, attraverso i lapsus e gli eufemismi con cui i loro gestori li nominano, ma cerca soprattutto i racconti delle persone che vi sono costrette. Le voci degli stranieri intervistati, il loro tempo scandito dal nulla creato al di là del recinto, si mescolano a una narrazione che vuol essere la denuncia della loro impossibilità a raccontarsi.


PREFAZIONE
Bruno Cartosio

Questo libro è una narrazione in prima persona, un lungo monologo dell’autrice che viene ripreso dopo ciascuna delle sue visite ai Centri di permanenza temporanea di Milano, Agrigento e Torino nell’estate 2001. Il filo che tiene insieme il racconto degli incontri di Federica Sossi con i migranti «ospiti» dei Centri è duplice: la sensibilità ferita, l’intelligenza scandalizzata dall’esperienza del contatto con i luoghi e le persone, la sollecitazione politica a raccontare di sé e dei suoi radi, momentanei, spesso imbarazzati e sempre imbarazzanti interlocutori.
Le interviste forse non serviranno agli intervistati. Ma averle fatte è stato rompere un silenzio. Per chi le ha fatte ha voluto dire trovare elementi per un proprio discorso di interrogazione, testimonianza, denuncia in quel poco che Fatima, Yudmilla, Affin, Gianna, Assam, Costantino e gli altri – alcuni, per l’imbarazzo dell’intervistatrice, rimangono senza nome – riescono o sono disposti a dire di sé. A volte, scrive Federica, «le persone scompaiono prima di morire»: nel caso di chi si trova nei Centri, parlare con loro e di loro equivarrà non certo a farli ricomparire, ma almeno a segnalare a chi sta fuori che quell’ombra è popolata di figure, di persone vive che non vorrebbero scomparire.
Come sempre succede, chi narra parla soprattutto di sé, quale che sia l’oggetto della narrazione. In questo libro, tuttavia, la scelta consapevole è stata quella di fare emergere gli «oggetti» della narrazione come soggetti di una relazione tra persone. Si tratta di una relazione difficile e soprattutto sbilanciata, in più di un senso: dal punto di vista della condizione sociale dei soggetti coinvolti (Sossi lavora nell’università e «ha una posizione», i suoi interlocutori sono immigrati socialmente marginali), dal punto di vista del potere decisionale (lei sceglie di entrare ed esce dai Centri, loro sono nelle mani dell’autorità), dal punto di vista della competenza linguistica e, in genere, della capacità di elaborazione concettuale dell’esperienza. Ciò nonostante, in questo libro, chi racconta narra di sé soltanto nel suo raccontare di loro. Infatti, non racconterebbe, se loro non avessero accettato di istituire quella particolare, occasionale relazione con lei, in quei luoghi. Il sé che si racconta, e racconta, diventa allora il veicolo discorsivo necessario, attraverso cui quei soggetti e le loro voci diventano pubbliche.
L’autrice si fa portavoce e anche, nell’assumere quel ruolo, inevitabilmente, interprete. Sempre ci si rende interpreti, quando in un dialogo si raccolgono le voci di altri per riportarle pubblicamente, perfino quando si adotta la forma della pura e semplice registrazione e riproduzione meccanica. In questo caso, il ruolo di interprete emerge come dominante, visto che le parole delle testimoni e dei testimoni affiorano saltuarie nel racconto che l’autrice fa, con la propria voce, delle loro vicende. A sua volta questa voce singola si articola e moltiplica, introducendo mimeticamente nelle proprie modulazioni quelle dei diversi interlocutori di cui è tramite-interprete. Non sapremo mai se è stata fedele. Possiamo solo domandarci, leggendo, se e quanto delle diverse personalità e culture degli interlocutori si trasmetta davvero attraverso la sua voce, le sue parole. Su questo torneremo.

Prima di chiedersi se sia giusto parlare per conto di altri è necessario fare attenzione a chi sono quegli altri di cui e per conto dei quali si sceglie di parlare, a quale è la loro condizione, a quali sono le possibilità che essi hanno per far sentire la loro voce. Sono detenuti? Sì, dice il senso comune, ma forse no, visto che non stanno in prigioni e che, anzi, magari sono stati trasferiti nel Centro dopo un soggiorno in carcere. Sono ricoverati, come si dice di chi entra in un ospedale, in un ospizio? No, perché la ragione della loro «inclusione» non è determinata da malattia o età o abbandono, e i luoghi non sono aperti alle visite. Dunque sono dei reclusi, e però in strutture anche fisicamente diverse dalle carceri; inoltre, quando vengono liberati, sono quasi sempre allontanati dal nostro territorio nazionale, dalla nostra società. Sono figure nuove e spurie – come lo sono i luoghi in cui vengono rinchiusi – che non hanno alcuna possibilità di far sentire la loro voce di persone singole.
Certo, il termine Lager, impiegato nel titolo del volume per definire i Centri di permanenza temporanea, è una parola forte. Avvertiamo subito la non corrispondenza: anche in questi anni di perdita o cancellazione della memoria, le connotazioni storiche del termine rimangono vive, continuano a fissare un limite estremo e intollerabile dell’oltraggio perpetrato dagli uomini ad altri uomini. Ma in realtà Lager vuol dire campo, e «campi» lo erano tutti, quelli di lavoro e quelli di sterminio, quelli da cui si uscì vivi e quelli da cui non si uscì neppure da morti. Forse il tenere vivi tutti gli echi che le parole portano in sé può essere fatto valere come un avvertimento: stiamo attenti a cogliere nell’internamento degli indesiderabili la manifestazione – quantitativamente piccola, qualitativamente significativa – di un atteggiamento mentale e politico in cui sono già impliciti il disprezzo, l’intolleranza, la sospensione dei diritti, il doppio binario. In altre parole, attenti ad avvertire nella provocazione della parola forte e semplificante non tanto l’insulto alla propria sensibilità, quanto il richiamo a notare la comparsa nella nostra società e nella nostra cultura di elementi nuovi e, come minimo, pericolosi.

I Centri sono stati, e continueranno a essere, una delle risposte istituzionali all’entrata di stranieri nel nostro paese. Se al loro interno non succede nulla che richiami l’attenzione dei media, ci dimentichiamo anche della loro esistenza. In passato, contro il campo di Via Corelli a Milano sono state fatte manifestazioni, ora è come se non ci fosse. Alcune delle trasformazioni che modificano la vita intorno a noi, e che pure avevano suscitato preoccupazioni, poco per volta scivolano in quell’indifferenza che abbassa la coscienza e l’iniziativa politica fino al silenzio. Il cambiamento che era apparso inaccettabile viene progressivamente metabolizzato, diventa sistema e precondizione per il cambiamento successivo. E non è mai per il meglio.
La legge Turco-Napolitano diventa la base su cui verrà fatta poggiare la nuova legge sull’immigrazione, proposta da Fini e Bossi. L’equazione clandestino-criminale farà un altro passo avanti. La durata dell’internamento si prolungherà e le espulsioni saranno più facili – e nelle nostre coscienze si produrrà un’altra di quelle increspature destinate, se non stiamo attenti, a essere succedute da altre ancora fino a che la superficie ritorna piatta. In effetti, ci si può abituare a tutto, quando non si è tra le vittime. Non è, in senso stretto, una questione di cattiva volontà o cattiva coscienza individuale, le rimozioni sono parte integrante delle strategie del sopravvivere. Ma nella nostra società, e in quei luoghi di cui ci dimentichiamo, è forte il rischio che la vita di quegli Altri continui a peggiorare, senza che loro abbiano alcuna possibilità di rimuovere ciò che è sgradevole, o tanto meno di allontanare da sé il peggio incombente. E non c’è dubbio che i nomi stessi dei proponenti questa legge, Fini e Bossi, siano una sicura garanzia del peggio.
La loro è una miscela di opportunismo (l’agitazione dello spettro dell’invasione per mobilitare le coscienze attorno a un «nemico» concreto e visibile e, soprattutto, debole) e di totale assenza di senso della storia. Ragioniamo per un momento sulla forza delle cose. La trasformazione del mondo in cui viviamo – non l’Italia, ma il mondo – è talmente profonda che le miserabili preoccupazioni di Fini-Bossi saranno comunque spazzate via. I migranti verranno in Italia, andranno in tutti gli altri paesi che ai loro occhi avranno qualcosa da offrire loro. Lo faranno indipendentemente dal disprezzo da cui saranno circondati o con cui saranno «accolti». E il disprezzo non genera solo risentimento in chi lo subisce, ma degrada chi lo riversa sugli altri e avvelena la società in cui circola.
Noi dovremmo saperlo. Gli italiani sono andati in giro per il mondo poveri, ignoranti, malvisti come lo sono ora i migranti che vengono da noi. Cattolici in paesi, come gli Stati Uniti o l’Australia, in cui i protestantesimi dominanti bollavano i cattolici come «papisti»: soggetti a un’autorità dottrinaria, assoluta ed extraterritoriale, l’obbedienza alla quale avrebbe minato il rispetto e l’obbedienza alle leggi locali. Non è questa la stessa paura che hanno quelli che, qui, pensano che i musulmani obbediscano a qualche mullah o ayatollah o sceicco del loro paese d’origine, invece che alle nostre leggi? Non fa niente che i musulmani siano turchi o marocchini, o nigeriani, o egiziani; oppure che siano indifferenti alla religione, cioè musulmani allo stesso modo in cui gran parte degli italiani sono cattolici; oppure ancora, naturalmente, che siano arabi ma cristiani o portino il turbante ma siano sikh. Possibile che siamo proprio noi a rovesciare addosso ad altri il peso degli stereotipi? Non dovremmo dimenticarci – ma forse anche questa è una rimozione necessaria – di quando i nostri emigrati venivano etichettati tutti, oltre che come papisti, come analfabeti, mafiosi, fascisti.
Per una minoranza degli immigrati in Italia ci sono i Centri di permanenza temporanea, ma anche attorno alla maggioranza di loro vengono innalzati muri – invisibili a gran parte di noi – che durano molto più a lungo delle permanenze nei Centri. Sono già tanto reali, questi muri, quanto lo sono quelli che nelle città statunitensi e in altre città d’Europa delimitano e separano da decenni gli spazi occupati dagli «etnici». (Metto l’aggettivo sostantivato tra virgolette, per segnalare quel fatto curioso secondo cui l’etnia è sempre quella degli altri; ad Harvard, se non sbaglio, un docente di letteratura, a una domanda di uno studente, rispose: «No, qui non ci si occupa di letterature etniche, ma di letteratura inglese»).
Naturalmente, siamo tutti «etnici» allo stesso modo, agli occhi gli uni degli altri. Però alcuni sono ricchi e altri no, alcuni potenti e altri no; alcuni sono «a casa loro» e altri sono «ospiti». E quando gli anglosassoni (uso il termine di loro scelta) e gli altri europei sono andati a casa di quelli che ora sono nostri «ospiti» ci sono andati da padroni: non da ospiti, ma da colonizzatori, razziatori, sfruttatori, imponendo le loro lingue, istituzioni, regole sociali. Anche gli italiani ci sono andati in questo modo, anche se meno estesamente e per meno tempo di altri: dimentichiamo anche questo, di noi stessi, tanto quanto dimentichiamo il nostro altro passato di migranti poveri e disprezzati.
La marea migratoria che si è alzata nel mondo negli ultimi vent’anni è ancora, di nuovo, provocata soprattutto dagli euro-americani. È il prodotto delle trasformazioni profonde, di cui l’impoverimento di vaste aree della popolazione mondiale è un risvolto necessario, indotte dalla terza rivoluzione industriale in atto. Il suo epicentro non è più soltanto negli Stati Uniti, come fu nel caso della seconda. Rispetto a quella, che tra il 1880 e la prima guerra mondiale mobilizzò trenta o quaranta milioni di persone, facendole confluire da buona parte del mondo verso gli Stati Uniti, questa terza rivoluzione industriale ne sta mobilizzando ancora di più, in tutto il mondo, spostandole verso i centri delle regioni protagoniste della nuova grande trasformazione. Il mondo è diviso in regioni e nazioni, e ognuna di esse ha al proprio interno centri e periferie. Le periferie alimentano i grandi flussi verso i centri metropolitani e produttivi delle regioni più ricche. L’intero globo è attraversato da movimenti dalle periferie povere – il cui impoverimento relativo è aumentato negli ultimi vent’anni – verso i centri, siano questi i bacini di drenaggio delle periferie soprattutto nazionali, oppure i luoghi di attrazione da tutte le periferie mondiali.
I latinos del Sudamerica andranno soprattutto verso gli Stati Uniti, più vicini, ma anche verso i paesi europei; gli africani del nord mediterraneo andranno soprattutto verso gli europei del sud, mediterranei anch’essi; gli ex colonizzati andranno verso i paesi ex colonizzatori, di cui, almeno, conoscono la lingua e i vizi. Ma milioni di altre persone si spostano e si sposteranno lungo rotte diverse e in risposta a motivazioni più complesse, affrontando viaggi anche molto lunghi e condizioni di precarietà prolungata. Sarebbe ridicola l’idea di poter fermare alle nostre frontiere questi flussi epocali di persone, se non fosse tragica per la miseria culturale, morale e politica che rivela e per le sue implicazioni sociali immediate: xenofobia, paure e allarmismi, atti concreti di intolleranza e violenza contro i «diversi da noi».

In tutte le società «ospitanti» gli ospiti hanno poca voce. È sempre stato così, ma nelle società di immigrazione recente, com’è quella italiana, ne hanno ancora meno che altrove, perché la loro presenza non ha ancora radici profonde. In generale, se si eccettuano i colonizzatori, l’essere minoranza in casa d’altri è di per sé una debolezza. Inoltre, quelle migranti sono in genere componenti economicamente povere e socialmente marginali, spesso culturalmente poco attrezzate per potersi dare una propria voce pubblica e organizzarne la diffusione. Raramente riescono a farsi sentire al di fuori delle proprie microcomunità, che funzionano come luoghi di coesione sociale e di autodifesa culturale e linguistica. A volte, per queste persone, le religioni o le identità nazionali assumono valori che non avevano nelle società d’origine.
La questione dell’identità personale e collettiva è complessa e delicata. Non è semplice gestire il proprio passato (cioè il nodo di appartenenze identitarie di classe e di casta, di genere, d’età, di lingua, cultura e religione con cui una persona si presenta nella nuova società), il presente (magari con il peso e la parzialità dello stereotipo identitario che ti viene attribuito) e il futuro, con le incertezze e i problemi della sopravvivenza materiale, della composizione tra le culture, i modi, le prospettive che si intrecciano e interagiscono in ogni individuo e che attraversano i gruppi.
All’interno delle comunità dei migranti le voci si incontrano e scontrano, con agli estremi opposti quelli che tendenzialmente «retrocedono», costruendo nel presente un’identità personale difensiva il più possibile definita dal proprio passato (o dal presente politico, culturale, religioso della società di provenienza), e quegli altri che vorrebbero «dimenticare» le radici per adottare il presente del luogo in cui si trovano e, in prospettiva, per radicare in esso il proprio futuro. Nessuna delle scelte è agevole; non lo sono né le estreme, né le intermedie. Spesso non sono o non possono essere neppure definitive. Nella vita dei migranti nulla è facile e, spesso, nulla si presenta come definitivo.
Era stato così per i nostri emigranti. Le tante Little Italy sparse per il mondo nel secolo scorso furono luoghi di sopravvivenza e, insieme, di crescita, così come lo sono ora le comunità degli immigrati nelle nostre città. Nessuno dovrebbe dimenticarlo, in particolare quelli che hanno voluto dare il voto agli «italiani all’estero», che sono gli stessi che hanno prodotto la legge sull’immigrazione con Bossi. Come si fa a valorizzare la «italianità» degli italiani all’estero da due, tre, quattro generazioni e a denigrare le appartenenze nazionali degli immigrati che sono entrati nel nostro paese negli ultimi vent’anni? Certo, lo si può fare, se si è disposti a pensare che l’«italianità» abbia un valore intrinseco superiore. Ma come si concilia l’italianità di Fini e Tremaglia con la «lombardità» che, per Bossi, ha un valore intrinseco superiore alla, diciamo, «pugliesità» o alla «napoletanità»?
Le contraddizioni si sommano alle contraddizioni. Non sono pochi – Fini e Bossi sono tra loro – quelli che, sapendo bene quanto siano necessarie le braccia degli immigrati che vanno a lavorare in fabbrica e delle immigrate che curano i nostri vecchi, vorrebbero tanto che gli immigrati si materializzassero all’inizio della giornata e della nottata lavorativa e sparissero magicamente alla fine del turno. Sono quelli che magari trattano bene il filippino o la rumena che gli fa le pulizie in casa, oppure la salvadoregna o la peruviana che gli cura la mamma malata o fa le nottate all’ospedale, e poi pensano che gli «extracomunitari» – tutti gli altri, che lavorano per tutti gli altri – siano criminali in potenza, da rimandare al loro paese. Sono anche quelli che prendono delle/degli «illegali» a fare questi lavori e poi denunciano la piaga dell’immigrazione clandestina. Sono quelli che nelle riunioni delle Unioni industriali quantificano la domanda di immigrati nell’ordine delle migliaia e poi, nei consigli comunali, mettono «tetti» di poche decine o centinaia alle loro residenze nel proprio comune.
Questa gente non sa nulla o quasi dei migranti che vengono in Italia: per loro sono braccia e fastidi. Neppure noi sappiamo molto, anche se più che qualche anno fa: per fortuna, quei muri invisibili di cui dicevamo sono perforati e attraverso le aperture la circolazione è in aumento. Le organizzazioni solidaristiche e di assistenza hanno rapporti ramificati. Molti immigrati lavorano a fianco a fianco con lavoratori italiani e alcuni di loro si sono iscritti al sindacato e hanno cominciato a fungere da mediatori culturali e organizzativi. I loro figli sono nelle scuole – nelle scuole pubbliche: che sia anche per questo che si vuole favorire le private? – e sono un tramite naturale tra i genitori e la società circostante. Anche un certo numero di adulti va a scuola, per imparare l’italiano e, a volte, anche la lingua e la cultura del paese d’origine. Le persone che lavorano nei Centri stranieri dei comuni – non tutti i comuni li hanno e non tutti funzionano allo stesso modo – sono quasi sempre impegnate seriamente a conoscere e servire.

Nonostante le aperture, quei muri invisibili rimangono in piedi. Non basta la buona volontà individuale a squarciarli o abbatterli, come testimonia questo stesso volume. La evidente difficoltà di comunicazione che si manifesta nei colloqui di cui ci racconta Federica Sossi è paradigmatica. Non si tratta solo di diverse competenze linguistiche tra i suoi interlocutori, derivanti principalmente dalle diverse durate delle permanenze in Italia, ma anche di differenti disponibilità al dialogo, a parlare di sé, a vedere nell’interlocutore occasionale – non importa quanto ben disposto – una figura amichevole o utile. La decisione di Federica di ricorrere al monologo deriva dalla frustrazione verificata in questi sporadici tentativi di scambio.
Il suo racconto non è quasi mai lineare e ancora meno fattuale. L’esplorazione non è quella degli ambienti in cui avvengono gli incontri; è sempre, invece, un percorso a ostacoli sulla strada della chiarificazione a se stessa delle proprie emozioni, delle proprie percezioni della realtà altrui, dell’adeguatezza del proprio linguaggio a esprimere i moti della propria sensibilità e delle sensibilità diverse dei propri interlocutori. Nelle sue parole non c’è mai «colore». Si trovano difficoltà, risentimenti, frustrazione, inquietudine e disagio; anche un imbarazzo a volte quasi comico e tuttavia rivelatore, come quando Federica sceglie di dire «di colore» invece che «nere» riferendosi alle persone che sono o non sono in camera con Eso – si chiamerà così?, il nome è incerto – immigrato nero dalla Costa d’Avorio, in Italia dal 1979: Eso risponde che sì nella sua stanza c’è un cinese. E riportando infine la infinitesima realtà del Centro di via Corelli a quella più grande che ci circonda, l’intervistatrice che ha fatto la domanda non può fare altro che prendere atto «che qui, come i nomi, anche i colori sono molti, e che è del tutto assurdo chiedere a un nero, perché si è imbarazzati a nominare nero, se ci siano altri colori».
Imbarazzo e frustrazione anche nell’intervista con l’ucraina Gianna, ad Agrigento, quando Federica si accorge che il registratore è «fermo, fermo, il registratore era fermo, lo dico a Gianna, è delusa, io anche, non so chi di noi due sia più delusa, lei comunque lo è molto, perché, dice lei, si era impegnata così tanto». Peccato, perché l’intervista era andata bene, Gianna parlava bene l’italiano e aveva parlato volentieri. In realtà, Federica scoprirà più tardi che quasi tutto il colloquio è stato comunque registrato, ma in quel momento è forte il senso di frustrazione e di insofferenza per i propri problemi «con la tecnica». Tra l’altro è lì, con Gianna, o meglio nel momento in cui racconta del colloquio con lei che avviene uno scatto quasi liberatorio: di fronte alla propria «istintiva» necessità di analizzare e definire le cose con gli strumenti della teoria («quella storia da nulla è una storia da tanto, una storia…») scatta la ribellione della libertà puramente narrativa («Non so come definirla, inutile definirla, lasciamo perdere le definizioni, è semplicemente la storia di Gianna, raccontata qui, nel Centro di assistenza temporanea di Agrigento, dove Gianna è rimasta, e forse adesso non è più…»).
Al centro Brunelleschi di Torino, il giovane rumeno Costantino «racconta palle». La cosa non ha importanza, osserva giustamente Federica, è naturale che dicano e non dicano, «è evidente che in quello che ci dicono ci sia anche del falso»: Fatima aveva taciuto i suoi precedenti penali, Affin forse non era marocchino come ha detto di essere e così via. Se è vero che era una prerogativa degli inglesi liberi dire la verità, è anche vero che è sempre stata una necessità per i deboli nascondersi dietro la dissimulazione, la menzogna, la reticenza, il silenzio. È significativo che questa elementare lezione di storia andiamo a raccoglierla nei luoghi in cui si rappresenta, nell’attesa della deportazione, il massimo di impotenza di chi aveva pure compiuto un atto di scelta, di volontà e di coraggio abbandonando il proprio paese e la vita precedente per affrontare un futuro comunque incerto.
Una lezione analoga arriva in forme diverse anche da un altro interlocutore, ancora a Torino. Nell’intervista a un immigrato dal Gambia che rimane senza nome perché Federica e la sua compagna hanno dimenticato di chiederglielo (ed è inutile sottolineare quanto dicano queste «dimenticanze»), dopo dodici minuti di colloquio arriva la notazione: «sappiamo due cose, è un ex detenuto e non sa niente, non è un grande sapere il nostro, ho fatto infinite domande per arrivare al contenuto di questo sapere, ma ammetto, non è che io sappia molto, sono scoraggiata…sono disperata…».
Le difficoltà reali della comunicazione a poco a poco hanno preso infine il sopravvento ed entrano nella narrazione, diventandone tema esplicito e consapevole. La diversità dei soggetti sociali, le individualità più o meno scontrose, le appartenenze a mondi diversi e lontani tra loro e da quello di chi li intervista si manifestano con un’evidenza che probabilmente, al di là dell’apertura mentale e della disponibilità emotiva con cui Federica Sossi era entrata nei Centri, l’idea stessa del concentramento aveva portato a sottovalutare. Invece, anche in quei luoghi di costrizione, anzi, molto probabilmente lì ancor più che «fuori», la conoscenza e la fiducia reciproca rimangono gli elementi fondanti della possibilità stessa della comunicazione. Un’intervista non è quasi mai sufficiente per istituire un rapporto di fiducia tra gli interlocutori. Ma questo era il punto di partenza, non è la conclusione. Si guardino le cose in quest’altro modo: queste interviste alzano comunque un velo e raccontano di realtà sconosciute ai più e in fondo non importa lo scoraggiamento di chi cerca di capire ed è costretto a scontrarsi con la reticenza o la menzogna. Anche queste sono da capire, in realtà, perché sono parte costitutiva del quadro, non accidenti. Per lo meno, in questi campi, alle domande si risponde se si ha voglia.


http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=281

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I giudizi degli utenti

sardegna
Lo trovo piuttosto impressionante. Lavoro grande fatto..)
é
Lavoro eccellente! ..ringraziamenti per le informazioni..realmente lo apprezzo: D

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