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Intercultura
Sierra Leone: col segno del diavolo

Lingua: Francese
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Utilità e strumenti

Abstract:

Sierra Leone: col segno del diavolo

Tratto da D-Donna, inserto settimanale di La Repubblica, 7 maggio 2002.
Di Renata Pisu

Sono marchi a fuoco, tatuaggi profondi, lettere incise sulla pelle di bambini terrorizzati con coltelli, rasoi, schegge acuminate di vetro: sono il segno della vergogna, cicatrici che si volevano indelebili ma che ora si cerca di cancellare da questi toraci, da queste braccia, da queste fronti di ragazzi e ragazze che sono stati costretti a diventare "bambini-soldato", arruolati a forza dai ribelli del Revolutionary United Front che per dieci anni ha seminato il terrore in Sierra Leone. E ora che la guerra è finita, i bambini-soldato si vergognano di tornare a casa, se ancora una casa ce l'hanno, se ancora sono vivi i loro genitori, se ancora esiste il loro villaggio. Hanno inciso sulla pelle il marchio del RUF. Tre lettere che li bollano come assassini. O complici degli assassini.

Fa caldo in Sierra Leone, fa caldo all'ospedale statale di Lungi che sorge su di un'isoletta di fronte a Freetown, la capitale di questo poverissimo Paese dell'Africa che, in teoria, dovrebbe essere ricco perché possiede favolosi giacimenti di diamanti. In un film Marilyn Monroe cantava "i diamanti sono i migliori amici delle ragazze". Di certo non di quella che mi sta davanti e che, nonostante il caldo, indossa una pesante maglia di lana con il collo alto. Si chiama Kamara, dice che non si scopre perché si vergogna troppo: i guerriglieri sono entrati nel suo villaggio, vicino a Kenema, per impadronirsi dei più ricchi campi diamantiferi della Sierra Leone, e hanno perpetrato un massacro. Hanno costretto ad allinearsi in fila uomini, donne e bambini, con le braccia protese e, a colpi di machete, gli hanno spaccato mani e piedi che poi hanno messo dentro dei sacchi che si sono portati via. Lei, Kamara, che allora, nel 1997, aveva nove anni, è scampata alla mutilazione assieme ad altri ragazzini. Ma è dovuta entrare nel RUF: non ha mai combattuto, faceva la vivandiera, la facchina, ogni giorno subiva violenza. Ha tentato la fuga e allora un gruppo di guerriglieri le ha inciso sullo sterno, con un coltellaccio, le tre lettere, RUF. "Così non puoi scappare perché se torni al tuo villaggio ti uccideranno!", le hanno detto ridendo. Poi hanno abusato di lei, semi svenuta e grondante sangue.

Kamara è sopravvissuta a questa guerra dei diamanti sporchi che in dieci anni è costata cinquantamila morti e un numero sterminato di mutilati. Ora è all'ospedale di Lungi in attesa di essere sottoposta a un intervento per cancellare quel marchio che la infama. «Le rimarrà una lunga cicatrice dritta, non si può evitarlo», mi dice Enzo D'Onofrio, chirurgo plastico italiano che da un anno partecipa al progetto di International Medical Corps, un'Organizzazione non governativa statunitense che, in collaborazione con l'italiana Coopi, tenta di facilitare il reinserimento nella società degli ex bambini-soldato, impresa non facile ma ancora più difficile se i ragazzini sono "firmati": nel corpo e, anche, nell'animo.

«Non so se il danno psicologico sia rimediabile», dice D'Onofrio, «so però che questi ragazzi vogliono rimuovere assolutamente quelle lettere, simbolo di un passato che vogliono dimenticare». Mi racconta che il progetto per rimuovere le cicatrici con la chirurgia plastica è nato quando alcuni volontari delle due organizzazioni umanitarie già impegnate nel recupero alla vita normale dei bambini-soldato (si calcola che, negli anni, il Fronte Unito Rivoluzionario ne abbia arruolati più di diecimila), hanno notato che quelli "marchiati" presentavano, sulla pelle scura, delle chiazze biancastre che facevano come da sfondo e da contorno alle lettere cicatrizzate. Sono venuti così a scoprire che i ragazzi avevano già tentato in tutti i modi di rimuovere quei segni, strofinandosi con impasti di erbe e ghiaia, arrivando addirittura a immergersi nella soda caustica. E allora il dottor D'Onofrio, che in Bangladesh aveva già operato alcune delle ragazze deturpate con l'acido solforico (una sorte tragica portata all'attenzione internazionale proprio da questo giornale), è volato in Sierra Leone. «Col bisturi non posso cancellare il loro passato» mi dice mentre mi accompagna a visitare l'ospedale, «molti qui sono convinti che questi bambini soldato abbiano commesso violenze, ucciso, saccheggiato. Come si fa a sapere se l'hanno fatto di propria volontà o se sono stati costretti? A questi ragazzini i guerriglieri del RUF somministravano droghe. Sono visibili sui corpi i segni delle droghe, come cicatrici ornamentali che spesso fanno corona alle lettere incombenti. Dovremmo giudicarli come criminali? Io, col bisturi, mi limito a dargli una possibilità di tornare a essere persone apparentemente normali, non da segnare a dito».

Ci aggiriamo per i padiglioni dell'ospedale: mura scrostate e sudicie, brande incrostate dalla ruggine e, mi fa notare D'Onofrio, pazienti tutti incredibilmente resistenti alle infezioni. I mutilati, uomini, donne e bambini, salutano agitando i moncherini, saltellano appoggiandosi alle stampelle: sono in attesa che gli vengano assegnati arti artificiali. Perché la furia dei ribelli del RUF si è scatenata in questa mietitura di piedi e mani? Non si riesce a trovare ragione, nemmeno D'Onofrio sa spiegarne il senso. Si possono soltanto avanzare delle ipotesi, tutte probabili, tutte agghiaccianti: senza mani la gente non può andare a scovare diamanti nella ghiaia fangosa dei letti dei fiumi. E senza piedi nemmeno. Non si possono neppure coltivare i campi, guidare le greggi al pascolo, lanciare la rete da pesca. E perché i ribelli mettevano in grossi sacchi mani e piedi amputati - compresi minuscoli piedi e mani di neonati - e se li portavano via? Che li usassero per qualche loro misterioso rito? Impossibile dirlo. Si sussurrano, comunque, storie di crudeli e segrete iniziazioni, di cannibalismo rituale, di uso di droghe per assumere forza, per diventare invincibili nel gruppo o a capo del gruppo.

Arriviamo all'ampio padiglione, situato alle spalle del corpo centrale dell'ospedale, dove è stato allestito il reparto di chirurgia plastica. D'Onofrio mi indica una ragazzina che lo accoglie con uno splendido sorriso di tredicenne. Mi racconta succintamente la sua storia. Ƞdifficile immaginarla alle prese con armi e combattimenti, al seguito di un guerrigliero che la usa come schiava e come amante, la sodomizza, la sfigura, le incide il marchio del RUF sul petto. Ora cerca soltanto attenzione e affetto, spera di rimuovere il passato. Ma, assieme al chirurgo, dovrà intervenire lo psicoterapeuta perché le cicatrici invisibili sono le più profonde. La ragazza, a ogni modo, sorride di un sorriso che appare innocente. Ƞpossibile che con tutto quello che ha sofferto e visto abbia conservato l'innocenza nel cuore? Come lei sorridono tanti altri bambini ex soldati, dai dieci anni in su. Stanno disegnando su grandi fogli con matite colorate e pennarelli: disegni astratti, ghirigori, forse dei fiori, mai che vi compaia un essere umano. Sono tutti innocenti? Kofi Annan, segretario generale dell'ONU, aveva sostenuto che il Tribunale per i crimini di guerra della Sierra Leone avrebbe dovuto giudicare anche quei bambini-soldato che avessero commesso delle atrocità. Ƞstato duramente criticato dagli organismi per la protezione dell'infanzia e ha dovuto fare marcia indietro. Sostiene Olara Orunno, rappresentante dell'ONU per i bambini nei conflitti bellici (oggi ce ne sono trecentomila che combattono in una quarantina di Paesi) che i piccoli «possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate armi belliche». Innocenti? Certo: non condanni il kalashnikov, ma chi lo fabbrica e lo vende. E chi, nel mercato globale, fa sì che un kalashnikov costi, ad esempio in Uganda, quanto un pollo.



http://alessiaguidi.provocation.net/diritti/sierraleone.htm

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