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Educazione linguistica Italiano come lingua seconda
Intercultura
*Un ragazzo tunisino ironizza sul suo ritorno a casa da "espulso". E sono davvero tutte tristi le storie degli stranieri rimpatriati a forza: ma davvero qualcuno crede che sia facile tornare in patria da sconfitti?

Lingua: Italiana
Destinatari: Insegnanti
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Che glorioso ritorno in patria
e che emozione ho dato ai miei!

 

Di Imed Mejeri e Nicola Sansonna, febbraio 2000

 

 

Un ragazzo tunisino ironizza sul suo ritorno a casa da "espulso". E sono davvero tutte tristi le storie degli stranieri rimpatriati a forza: ma davvero qualcuno crede che sia facile tornare in patria da sconfitti?

Molti stranieri in carcere studiano, imparano bene la nostra lingua, frequentano con profitto corsi di formazione professionale. Alla fine, dopo aver compiuto un positivo percorso di reinserimento sociale, una sola parola: Espulsione. Con in più la beffa del grande alibi dietro cui si nascondono tanti buoni italiani: rimandiamo al loro paese tutti gli irregolari, perché è meglio per loro, piuttosto che vivere da noi sulla strada, tornare a casa loro con in più un bagaglio di conoscenze nuove, da utilizzare per trovarsi un lavoro e una vita decente, lontano dalle tentazioni occidentali.

In risposta a chi obietta che ha poco senso allora parlare per gli stranieri in carcere di rieducazione e recupero sociale, se alla fine della detenzione vengono in ogni caso espulsi, la risposta è dunque sempre la stessa: "Anche se non servirà per il reinserimento, o l’inserimento sociale in Italia, quello che imparano sul piano formativo gli sarà senz’altro utile per ricominciare a vivere, più arricchiti culturalmente, nei loro paesi d’origine".

Ma noi ci domandiamo: è proprio così?

Per approfondire la questione abbiamo raccolto alcune testimonianze di ragazzi della redazione, ma anche di altri che incontriamo nelle sezioni, sollecitandoli a raccontare le loro vicende italiane, e poi abbiamo deciso di scrivere quest’articolo a più mani, per fare in modo che contenga punti di vista differenti.

Cominciamo con Imed, che ha già vissuto una volta l’esperienza dell’espulsione:

"Venni la prima volta in Italia nel 1984, per turismo, con un mio famigliare. Quando fu l’ora di tornare indietro, decisi invece di rimanere, e in quell’attimo iniziarono i miei guai.

Fui fermato per un normale controllo a Roma, quando erano appena trascorsi i tre mesi di soggiorno regolare. Ero un ragazzino di 14 anni, non avevo ancora commesso nessun reato. Cercavo un lavoro che mi consentisse di guadagnare qualcosa per poter continuare gli studi in Tunisia, ma fui espulso immediatamente.

Il mattino seguente al mio fermo fui imbarcato su un aereo di linea tunisina e sbarcato a Cartagine".

 

E come ti hanno accolto al tuo paese?

"Da parte dell’autorità locale fui accolto come se fossi un criminale, mi interrogarono all’Ufficio crimine dell’aeroporto tunisino, dopo di che mi inviarono all’Ufficio centrale immigrazione, dove avrei dovuto portare con me 260 dinari, pari a 440 mila lire italiane, per la spesa del rimpatrio.

Mi sequestrarono il passaporto e mi lasciarono andare. Purtroppo non finì tutto lì: nei giorni successivi vennero più volte a casa mia, rovinandomi l’esistenza. Il motivo era che, secondo loro, se uno viene espulso da un paese estero è certamente un criminale, uno spacciatore, un ladro.

Ma tutto questo è niente in confronto a quello che mi è successo l’indomani, erano circa le 8,30 del mattino quando sentimmo bussare alla porta di casa con una tale violenza da fare venire i brividi. Eravamo tutti spaventati, in casa c’erano anche mia madre e i miei fratelli, e non riuscivamo a capire quello che stava succedendo.

Mio fratello Fathi, più grande di me, si fece coraggio ed andò a vedere chi si annunciava in quella maniera bestiale. Appena aprì la porta gli saltarono addosso tre poliziotti in borghese immobilizzandolo: lo avevano scambiato per me, erano della squadra antidroga tunisina.

Tenete presente che a casa mia non è mai venuto neanche un vigile urbano, figuratevi lo shock dei miei famigliari: che glorioso ritorno in patria e che emozione ho dato ai miei…

Quelli dell’antidroga vennero per me, perché avevano saputo del mio rimpatrio dall’Italia, e per loro qualsiasi persona, che viene rimpatriata, è uno spacciatore.

Mi interrogarono per circa sei ore, i metodi usati in questi tipi di interrogatori sono stati più volte oggetto di denuncia da parte di Amnesty International: in pratica mi malmenarono di brutto, mi fecero domande relative ai miei paesani ancora in Italia, e se conoscevo chi spacciasse in Tunisia.

Purtroppo non era finita lì. Mi obbligarono ad andare a firmare tutti giorni nel loro ufficio, e non vi dico la scena davanti casa mia, quanto sono venuti a prendermi per la prima volta: tutti i vicini di casa si affacciarono e mi videro spinto a forza nella macchina della polizia. Mi sono vergognato a morte, soprattutto per la famiglia: avevo deluso mia madre ed avevo capito che da quel giorno la polizia non mi avrebbe lasciato mai più in pace.

Con il passare del tempo pensavo che le cose cambiassero, ma purtroppo la nostra legge non lo prevede: dovevo stare per cinque anni sotto sorveglianza, per questo motivo non riuscii a concludere gli studi perché ogni volta che mi vedevano mi fermavano, così oltre ad aver dovuto lasciare la scuola trovavo grosse difficoltà a mantenere un posto di lavoro, perché certo non faceva piacere ai datori di lavoro vedersi piombare addosso la polizia. Trovai e persi alcuni lavori, alla fine avevo bisogno di soldi e dovevo decidere se diventare veramente un criminale come volevano loro o se lasciare il paese definitivamente.

Mi resero la vita così impossibile che dovetti espatriare, anche perché oltre alla mia vita rendevano impossibile pure quella dei miei famigliari".

 

Certamente frequentare in carcere la scuola e altri corsi professionali arricchisce il vostro bagaglio culturale, ma secondo voi vi sarà anche utile una volta tornati in patria, potrete mettere in pratica quanto imparato?

E’ Hatem, anche lui tunisino, a risponderci: "Da un punto di vista personale certamente sì, ma se guardiamo la cosa da un punto di vista di reintegrazione in quelli che sono i modi di vita da cui provengo, alloro dico di no. Le ragioni sono differenti, innanzi tutto abbiamo una diversa cultura, e certamente l’assimilazione di parte della cultura occidentale, al rientro nel tessuto sociale da cui provengo, mi creerà grosse difficoltà, perché la libertà di cui si gode in Europa, l’abbiamo conosciuta bene… e da noi ce n’è poca, invece".

 

Perché ritenete possa crearvi dei problemi, in previsione di un rimpatrio, l’aver assimilato una cultura diversa?

"Io provengo dall’Albania", racconta Ilir, "le condizioni che ho lasciato al mio paese le conoscete attraverso la televisione e i giornali, se tornassi in quella situazione farei molta fatica a riadattarmi a quella realtà che oggi non mi appare neppure vera, anzi mi sembra proprio irreale".

"Sono d'accordo con te", dice Chinedy, "io sono nigeriano, provengo da Lagos. Tornare tramite espulsione vuol dire fare provare vergogna alla mia famiglia e per me sarebbe, oltre che una vergogna, un fallimento. Quando si parte dall’aeroporto, i doganieri ci dicono: Attento a non portare al tuo rientro vergogna per il nostro Paese. Tornare con l’espulsione è vergognoso. All’arrivo in patria vieni trattato malissimo da tutti. Penso che se mi dovessero rimpatriare sarebbe per me un dramma, perché al paese troverei ciò che ho lasciato, ossia niente. In quelle condizioni riorganizzare la mia vita sarebbe dura, perché sarei indicato da tutti come un criminale, ed emarginato molto di più di quello che avviene ora in Italia.

Il rischio maggiore del rimpatrio, per noi nigeriani, è l’arrivo in aeroporto, se hai la fortuna di incontrare un poliziotto di religione cristiana forse ti può andare bene, però devi comunque avere qualche soldo da potergli dare, ma se, oltre ad essere rimpatriato, ti capita all’arrivo un ligio e ferreo poliziotto musulmano, sono dolori. Oltre ad applicare la legge dello stato, spesso in modo del tutto arbitrario, applica una sorta di legge coranica che dice che a chi ruba gli viene tagliata la mano.

Nel 1992 ho visto un ragazzo, che era stato rimpatriato dalla Germania, tornare al suo quartiere con le dita della mano mozzate di netto: aveva incontrato all’aeroporto una squadra di agenti di polizia musulmani".

 

Come pensate di poter esprimere la cultura e le conoscenze apprese qui in Italia e in Europa, una volta tornati in patria?

"Non mi servirà a niente", ci dice Imed, "anzi sarà pericoloso per me manifestare questo tipo di cultura per una serie di motivi: il primo è che nel mio paese, la Tunisia, c'è la censura totale, ad esempio io non posso esprimere il mio parere sul Governo, sul suo operato e sul nostro modo di vita, senza correre il rischio di essere incarcerato e dimenticato dentro.

L’immigrazione in un certo senso aumenta proprio a causa dei rimpatri, e il motivo è semplice: chi viene espulso descrive l’Italia e l’Europa come un paradiso terrestre, dove tutto è concesso, anche se devi sudare per averlo. Se ad esempio viene rimpatriato uno spacciatore, lui nel suo paese dirà che spacciare è facile e che si guadagnano molti soldi, quindi convincerà altri ragazzi a venire in Italia per spacciare, anche se ce ne sono molti, per fortuna, che continueranno a venire solo per lavorare".

Racconta invece Kamel: "Io sono algerino, la mia esperienza è un po’ diversa da quella del mio compagno Imed. Sono stato espulso dall’Olanda nell’ ‘85, mi ricordo abbastanza bene quel giorno, provavo tanta rabbia per il fatto che tornavo a casa con le mani vuote, e contro la mia volontà. Non volevo ritornare proprio in quel periodo, perché avevo ancora molti sogni da realizzare, avevo una ragazza, stavo iniziando a gustare la vita. Al mio arrivo fui trattato malissimo, mi riferisco alla polizia della dogana all’aeroporto, da noi in Algeria ogni cittadino che viene espulso secondo loro è un scippatore. Sinceramente non ho mai fatto questo, non fa per me.

Mi rimpatriarono in aereo. All’ufficio anticrimine mi trattarono come uno straccio. C’era un poliziotto in borghese che mi diceva: "Tu non mi piaci per niente! e adesso ti faremo vedere Amsterdam di nuovo". Mi avevano portato in una cella di sicurezza per tre giorni e tre notti per accertamenti, ma per me quelle settantadue ore furono un incubo, non le dimenticherò mai per tutto il resto della mia vita.

Mi sequestrarono il passaporto finché non pagai il biglietto. Nel passaporto avevano fatto un grande timbro in Rosso con la scritta Refoulment, che tradotto in italiano significa espulsione, con quel passaporto non potevo muovermi più.

Non ho mai accettato di rassegnarmi a rimanere in Algeria, ormai dopo l’indipendenza la maggior parte del popolo algerino aveva capito benissimo che lì non c’era futuro. Ho dovuto lasciare il mio paese clandestinamente e non auguro a nessuno ciò che ho passato".

 

Cosa pensi di portare di positivo nella tua patria dell’esperienza italiana?

A risponderci è Alija, croato di Pola da molti anni in Italia: "La prima cosa è certamente l’arricchimento culturale. Conoscere altre culture è positivo da un punto di vista personale. Le conoscenze apprese in Italia cercherò, se e quando mi sarà possibile, di applicarle al mio paese, anche perché la Croazia è una nazione molto ricettiva, ha voglia di uscire da anni di chiusura, dai tempi in cui, anche se il turismo portava oltre ai soldi un po’ di cultura europea, eravamo piuttosto indietro. Sono certo che il mio paese saprà recuperare il tempo perduto e voglio riuscire a contribuire affinché questo avvenga. Questo da noi è possibile perché ora abbiamo un governo democratico eletto dal popolo".

 

In conclusione, secondo noi stranieri molte delle cose che impariamo in carcere sono utili, ma purtroppo parecchie sono destinate a restare a livello teorico perché non c’è la possibilità reale di applicarle in molti dei nostri paesi di origine, e anzi, abituati alla libertà di espressione e di pensiero, dobbiamo stare attenti che non emerga parte di quella cultura occidentale che abbiamo appreso, perché può essere veramente pericoloso.

Tutto quello che facciamo a scuola o ai corsi che abbiamo l’opportunità di frequentare è utilissimo in Italia, ma dal momento che vieni espulso quasi tutto viene vanificato.

Vogliamo parlare ora proprio dell’espulsione che segue l’espiazione della pena detentiva, cioè quella che viene prevista in sentenza, oltre al tempo che dovrai passare in carcere. In pratica, finita la pena, dovrai essere espulso, come misura di sicurezza.

Ma come avviene tutto questo?

Scontata la pena, vieni accompagnato al paese di provenienza e alla frontiera sarai consegnato alle autorità competenti. Vista così sembra una cosa normalissima, ma la realtà è ben differente da come si presenta in apparenza, credeteci non è facile. Innanzitutto le autorità, visto che hai commesso un reato all’estero, ti bollano come chi, oltre ad aver disonorato il nome della famiglia, ha disonorato anche quello del suo paese e quindi è da trattare come un criminale. Ti applicano quel tipo di regime che in Italia equivale alla "sorveglianza speciale", cioè obbligo di firma, controlli a domicilio, perquisizioni etc.

Naturalmente presto si rovinano i rapporti con la tua famiglia e i vicini di casa. La gente, vedendoti trattato in questo modo, ti evita come tu fossi un appestato e così non hai la possibilità di coltivare rapporti sociali normali, che ti permettano di ricostruirti una vita. Ciò vale anche per quanto riguarda i rapporti affettivi con l’altro sesso. Ma non finisce qui.

Per occuparti di qualsiasi attività, ti richiedono la fedina penale pulita, e se non ce l’hai qualcuno deve garantire per te, altrimenti lavoro non ne trovi. Se riesci a resistere in queste condizioni per tutto il periodo di regime speciale, che dura per cinque anni, puoi sperare forse di reinserirti nell’ambiente di lavoro e nella società. Se invece non riesci a resistere, e succede la maggior parte delle volte, espatri nuovamente come clandestino.

Una volta scontata la pena l’immigrato si sente quindi come una pallina su un tavolo da ping-pong, in un gioco nel quale nessun partecipante ha voglia di giocare.



http://www.ristretti.it/testimonianze/padova/imed/mejeri5.htm

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