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Educazione linguistica Italiano
Luoghi della letteratura Italiana.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi (a cura di), Luoghi della letteratura italiana, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 416, € 24,00
di Stefano Cremonini

 

 



Se si riconosce il nesso inscindibile fra letteratura e vita, per cui la prima nasce sempre dal bisogno, conscio o inconscio, di descrivere, interpretare, accettare o rifiutare la seconda, allora i luoghi, nei quali l'uomo trova punti di riferimento, mappe di senso, particolari modalità di comunicazione ed espressione di sé, appaiono subito come elementi ineludibili di ogni discorso sulla letteratura stessa, tanto più quanto la si consideri in una prospettiva antropologica. In un'epoca come l'attuale, postmoderna o «surmoderna»1 che dir si voglia, in cui gli architetti si interrogano su come dare un'anima ai «nonluoghi» che si moltiplicano e si dilatano, affermare l'importanza dei luoghi è ammettere, con Heidegger, che noi «siamo condizionati dalle cose» e che, come ha ribadito C. Norberg-Schulz, dopo l'enfasi della modernità sul nomadismo volto alla libera conquista del mondo, «l'identità dell'uomo presuppone l'identità del luogo».2
I ventinove studiosi che hanno dato vita a questo volume, tutti in vario modo legati al Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, si sono trovati anzitutto davanti alla necessità di operare delle scelte. I luoghi da esplorare, come ricordano Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi nell'Introduzione al volume, potrebbero essere centinaia, all'interno degli otto secoli della letteratura italiana: qui sono trentadue, disposti in ordine alfabetico, e tuttavia costituiscono un campione significativo della forse irraggiungibile totalità. Vi sono luoghi "naturali" e "artificiali", "aperti", "chiusi" e "di confine" (la stazione, il porto), luoghi peculiari di una determinata epoca o che, in un certo periodo, sono stati maggiormente al centro dell'attenzione (come il caffè nel Settecento), per giungere fino a luoghi ultraterreni che, per l'assenza di riscontri empirici sulla loro topologia, divengono luoghi dell'anima, dello spirito, singolarmente idonei ad un utilizzo metaforico (l'inferno, il paradiso).
La trattazione dei luoghi coinvolge autori che rappresentano l'intero arco cronologico della letteratura italiana, da Guido Cavalcanti, evocato da Dante fra le arche degli eretici, e che poi, nella IX novella della sesta giornata del Decameron, illumina con l'acutezza del suo spirito il cimitero di San Giovanni, luogo di morte del corpo e dello spirito (Contarini), a Dante, a Folgore da San Gimignano, cantore del gaio vivere nei castelli medievali, a Cecco Angiolieri, appassionato di obliose bevute in taverna, per giungere, attraverso i secoli, fino a poeti e scrittori contemporanei, come Domenico Starnone e Sandro Onofri, che dipingono con occhio critico la difficile situazione della scuola italiana (Varotti), o i giallisti, anglosassoni e italiani, del secondo dopoguerra, i quali lasciano trasparire dalle loro pagine inquietanti notazioni sociologiche sul doppio volto di alcune nostre città che, dietro ad una facciata di rispettabilità, si rivelano, in realtà, autentiche "città degli incubi" (Righini). Dove il contesto lo permetta e lo richieda, il panorama è allargato fino ad abbracciare autori classici (come Omero e Virgilio, che per primi descrissero il mondo infernale), medievali (Chrétien de Troyes e Andrea Cappellano, interpreti dell'etica cortese medievale) e di altre letterature (da Shakespeare a Voltaire, da Kafka a Borges, per non citarne che alcuni). Si misurano così la lunga durata e la fortuna sovranazionale di alcuni luoghi fisici che divengono ben presto luoghi letterari: la biblioteca (Baroncini), fonte del delirio di Don Chisciotte, emblema dissacrante della sterile cultura scolastica in Rabelais e Frugoni, spazio di ricerca e di scacco esistenziale, in bilico fra il caos e il kosmos, negli autori novecenteschi; oppure l'isola (Pasquini), che mantiene intatti i suoi connotati di locus amoenus, al tempo stesso seducente e straniante, dall'Odissea ai Trionfi di Petrarca, dall'Orlando furioso a Sentimento del tempo di Ungaretti.
Alcuni studiosi hanno scelto di concentrare le proprie ricerche su un periodo storico breve (ad esempio un secolo), o su un unico genere letterario: tuttavia, una volta affermato il criterio d'indagine che si intende seguire, i documenti risultano sempre funzionali e i percorsi ben tracciati. In altri, invece, la molteplicità dei riferimenti, anche ad autori minori o poco noti al grande pubblico, assume quasi i caratteri di una Wunderkammer, aprendo la via ad inattese scoperte: è il caso dei saggi sul castello (Giunti), la foresta (Baffetti), il giardino (Basile). Dai romanzi di derivazione francese, come il Tristano Riccardiano, agli anonimi cantari, fino ai grandi poemi epico-cavallereschi del Rinascimento, il castello appare come un luogo d'avventura, fiabesco e incantato, in cui aleggiano magie e sortilegi; la foresta, invece, col suo spettrale intrico di rami che non lasciano penetrare la luce, è vista ora come polo negativo rispetto alla città, spazio ordinato e razionale, ora, viceversa, come luogo di meditazione e di ricerca di sé, lontano dalle cure della vita sociale; nel giardino, infine, l'uomo imprime un ordine alla natura, aspira all'illusione di un Eden ritrovato, di una lussureggiante meraviglia che può anche tramutarsi in inquietante labirinto.
Vi sono poi luoghi non solo reali e simbolici, ma anche virtuali, in grado cioè di aprirsi ad una molteplicità di aspetti e prospettive. È il caso della piazza (Collina), emblema dei valori della civitas, palcoscenico dei cantimbanchi, ma anche gran teatro che rappresenta «tutti gli atti del mondo», e «tutti i stati e condizioni di persone», come ricorda Tomaso Garzoni nella sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585); o della corte, che, tra medioevo (Vecchi Galli) ed età barocca (Aricò), passa nell'immaginario collettivo da luogo di «misura», di «cortesia e onestate», secondo le definizioni di Federico II e di Dante, a ricettacolo d'invidia, «giostra, comedia, spedale, Sfinge, Circe maliarda, Elena infida, ingegnera sagace», «in cui si perde chi non ha il filo attorto della dissimulazione», come con pirotecnica mitopoiesi barocca afferma Francesco Fulvio Frugoni. La corte medievale, in particolare, rappresenta un luogo che sviluppa una propria letteratura «autoreferenziale e "automodellizzante", vocata alla formazione di quanti ne sono, nello stesso tempo, autori, protagonisti, pubblico». Attraverso la letteratura che essa crea e che la vede protagonista, la corte rafforza se stessa.
Tra i luoghi tipici della modernità emergono la banca (Ruozzi), che da Svevo a Pirandello, da Pontiggia a Peregalli appare come un luogo di vita inautentica, eterodiretta da un'autorità onnipotente ed invisibile; il cinema (Bragaglia), luogo di evasione e divertimento, di cui però già Pirandello, nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, aveva intuito i rischi, legati alla dialettica ambigua tra realtà e finzione; la fabbrica (Varotti), mondo artificiale traumaticamente contrapposto agli spazi e ai tempi della "natura", in grado di modificare il paesaggio urbano, ma anche le abitudini, la lingua, le percezioni delle persone (come in Ottieri e Vittorini), e tuttavia ineludibile, per quanto alienante, strumento di «liberazione dell'uomo dal bisogno, dal lavoro, dalla fatica» (la citazione è tratta da un'intervista del 1972 a Paolo Volponi); la stazione (Roda), teatro di incontri e di separazioni, trampolino verso nuove esperienze di vita, nel contempo interno ed esterno rispetto alla città, accogliente ed inquietante; l'autostrada (Gatta), nonluogo che, al suo apparire, destò nei primi osservatori una sensazione di estraneità completa rispetto al paesaggio circostante, divenendo in Pasolini simbolo della "omologazione" culturale del dopoguerra, ma che alcuni romanzieri delle ultime generazioni si sforzano di umanizzare come liberatoria via di fuga o di smemoramento esistenziale.
A questi luoghi artificiali, sempre più spesso inameni, e che tuttavia, come notano Anselmi e Ruozzi nell'Introduzione, hanno permesso anche ai ceti piccolo-borghesi e proletari di acquisire una cittadinanza nel mondo letterario, si affiancano altri luoghi naturali, come il lago (Benozzo), il fiume (Bertoni) e la montagna (Anselmi): essi aprono l'animo all'immaginazione e alla memoria, al mistero e alla contemplazione, alla metamorfosi e al sogno, ma possono anche divenire scenari del degrado ecologico, o di drammi umani realmente vissuti, come per le esondazioni del Po, o la Grande Guerra combattuta fra le vette delle Alpi.
Né mancano i luoghi dell'intimità più riposta: l'alcova (Capaci), e persino i bagni, i recessi e i luoghi di decenza (Pezzarossa): attraverso i secoli vi si recitano schermaglie amorose e piacevoli rituali privati, o si fanno i conti con la propria ed altrui creaturalità, mentre la letteratura che li narra infrange le barriere dell'impoetico, del decoro formale e tematico. Tra i luoghi intimi si colloca anche la stanza della scrittura (Mangini), che da Petrarca, a Machiavelli, a Saba costituisce una sorta di santuario dove incontrare le grandi voci del passato, meditare su di esse e su se stessi, convertire in parole questo vitale nutrimento. All'interno del libro essa supplisce forse, come una sorta di sineddoche ("la parte per il tutto") alla mancanza di un saggio dedicato alla "casa", che secondo Bachelard3 è il luogo per eccellenza della creazione letteraria, dotata di un suo particolare linguaggio affettivo e rassicurante (si pensi a versi come questi di Adolfo de Bosis: «Casa, o diletto nido / che industre Amor compose, / dove fra intatte rose / sogno e al mio ben sorrido, / quale linguaggio fido / han tue dolcezze ascose!»).4
La cultura, tuttavia, si diffonde anche nell'incontro con gli altri, nella discussione intorno a ciò che nella società e nella letteratura sta cambiando: ad esempio nel caffè (Manotta), in cui si verificano e si mettono a fuoco le idee illuministe, o nel salotto (Capaci), dove la noia borghese si combatte, nella migliore delle ipotesi, con discussioni letterarie e concerti, ma anche con trasgressivi esperimenti di spiritismo o di seduzione. Altri luoghi di incontro sono l'osteria (Veglia), con i suoi riti di condivisione e amicizia che, attraverso «l'esperienza liberatoria e solidarizzante del vino», favoriscono la caduta delle maschere, il dissolversi d'ogni infingimento; il porto (Benozzo), nel contempo spazio di traffici e commerci, approdo tranquillizzante, labirinto, agorà di uomini in dialogo; la strada (Billi), coi suoi casuali incroci di storie ed esistenze, cronotopo essenziale del romanzo di formazione, ma anche di quello picaresco, d'avventure e di costume; le terme (Chines), adibite nell'antichità al benessere e alla convivialità, e riscoperte da un umanesimo dedito all'archeologia e all'erudizione, ma anche alla voluptas del corpo e dello spirito.
Ogni luogo vale per se stesso e per ciò che rappresenta: la letteratura, anche e soprattutto quando si parla di luoghi, che coinvolgono la vita sociale in un preciso contesto storico, non è mai chiusa in una torre d'avorio, ma dialoga con gli altri saperi, ne scevera e ne illumina le problematiche: così al di sopra della chiesa come edificio, spazio fisico in cui si celebrano le funzioni religiose, rimane sempre ben presente, in Dante come in Manzoni, in Fogazzaro come in Silone, l'immagine neotestamentaria della Chiesa come comunità universale dei credenti uniti a Cristo da un vincolo spirituale (Giombi), mentre, parlando di Paradiso (Bertolani), autori come Dante e Petrarca traducono in altissima poesia le discussioni della teologia patristica e scolastica sulle modalità e i tempi della visio beatifica. Analogamente, gli autori che, fra Ottocento e Novecento, ambientarono le loro opere nelle campagne italiane, lo fecero il più delle volte tenendo conto dei mutamenti sociali e politici che stavano portando la gestione del podere (Pavarini) dall'economia mezzadrile all'azienda capitalistica (in questo senso hanno ragione Anselmi e Ruozzi quando, nell'Introduzione, affermano che parlare di luoghi è fare non solo una storia letteraria, ma anche una storia civile). Come ricorda Bachelard, «lo spazio colto dall'immaginazione non può restare indifferente, lasciato alla misura ed alla riflessione del geometra: esso è vissuto e lo è non solo nella sua possibilità, ma con tutte le parzialità dell'immaginazione».5 La forza dell'immaginazione umana, in particolare di quella degli scrittori, sta anche nel far dialogare i luoghi esterni col mondo interiore, il cosmo col microcosmo. In tal modo i luoghi parlano della vita che in essi si svolge, ne divengono correlativo oggettivo, assumono valenze simboliche o allegoriche: si pensi all'inferno (Nobili) che, come luogo chiuso e asfissiante, sembra rappresentare sempre più spesso la realtà terrestre tra Otto e Novecento, dai campi di concentramento ai deliri privati e collettivi, fino ad inglobare persino il paradiso (per questo Calvino, al termine delle Città invisibili, addita agli uomini il «rischioso» compito di «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»); oppure alla celebre vigna del XXXIII cap. dei Promessi Sposi che, al suo ritorno nel paesello, Renzo trova piena d'erbacce, emblema della tendenza entropica della società che, se non regolata, la fa degenerare verso il caos.
Nel suo romanzo Un uomo finito, Giovanni Papini affermava: «Oltre che a' libri e a' morti debbo l'anima mia agli alberi ed a' monti. La campagna mi educò quanto la biblioteca».6 "Vere presenze", i luoghi sono in grado, nel bene e nel male, di influenzare la crescita interiore di ciascuno di noi.

 



http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2004-i/W-bol/Cremonini/Cremoninitesto.html

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