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Transdisciplinare
Storia
Così andò quella mattina del 1977, quando Lama...

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma, Formazione permanente
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

Così andò quella mattina del 1977, quando Lama...


Per la prima volta dopo 20 anni l'organizzatore della manifestazione a Roma ricostruisce gli scontri all'Università. Con molti aspetti inediti
di LUCA VILLORESI
"Quando qualcuno mi chiedeva come erano andate veramente le cose rispondevo sempre: non chiedete a me, chiedete a Lama. Ora Lama è morto. Sono passati vent'anni. E forse, ormai, anche io posso raccontare la mia..." Bruno Vettraino nel 1977 era segretario della Camera del lavoro di Roma. Era stato lui ad organizzare la manifestazione che il 17 febbraio aveva portato il segretario della Cgil nell'università occupata di Roma. Ed era lui che, presiedendo quel comizio, davanti al montare delle contestazioni, prese la decisione di abbandonare il campo lanciando dal microfono quel "Compagni, la manifestazione è sciolta" che gli verrà poi rinfacciato come una sorta di vergogna. "Il primo, appena arrivato in federazione, a botta calda, fu Giancarlo Pajetta: 'Quando ho saputo che un sindacalista dal palco aveva dato l'ordine della ritirata ho subito pensato che fosse qualcuno della Cisl. E invece Bruno eri stato proprio tu'".
La croce di quella ritirata Bruno Vettraino se l'è portata appresso in tutti questi anni senza discutere, accettando di caricarsi tutto intero sulle spalle, anche per conto di altri - "Ci fossero stati tutti quelli che poi hanno detto di esserci stati saremmo stati migliaia, non poche centinaia" - il peso di una sconfitta che bruciava. "E non solo per tutto quello che ha significato sul piano politico o, chiamiamolo così, militare. Non potete immaginare cosa abbia rappresentato la perdita di quel camion distrutto dagli autonomi..." Vettraino misura il suo racconto con il passo del testimone, non del protagonista. E con un occhio attento a certi piccoli particolari, trascurati dalle grandi rievocazioni ma non per questo meno importanti per cogliere il clima e il senso di quegli avvenimenti.
Prendi, ad esempio, proprio la storia di quel camion; che non sarà stato proprio come l'incrociatore Aurora per i bolscevichi, ma, insomma, per i comunisti romani era un simbolo importante. "Sono stato l'ultimo a scendere prima che venisse distrutto. Era un vecchio scassone. Dal Dopoguerra in poi, però, non c'era stata manifestazione importante, da Porta San Paolo a San Giovanni, in cui il Dodge rosso non fosse in testa al corteo. Difficile spiegare a chi non è stato militante del Pci in quegli anni. Ma, alla fine degli scontri, più che le teste rotte, quello che sembrava bruciare di più era proprio la perdita di quella bandiera".
Vettraino, in questi giorni di ventennale, prima di prendere la decisione di dire la sua, ha letto molte ricostruzioni dei fatti del '77. Ai particolari ci tiene. Estrae da una cartella tutti i documenti che servono a illustrare, con i retroscena di quegli avvenimenti, la decisione di un così lungo silenzio. E procede con ordine verso una conclusione ancora amara, nonostante il tempo trascorso. "Io mi assumo tutte le mie responsabilità. Ma francamente, a riveder oggi le posizioni di tanti protagonisti dell'epoca, sembra davvero che quella manifestazione fosse figlia di nessuno. Mentre invece, diciamolo, la situazione precipitò perché qualcuno scelse, anche consapevolmente, la strada dell'atto di forza".
Ecco la foto, sottobraccio a Lama , all'entrata dell'università. Ecco l'agenda di vent'anni fa, con tutto appuntato e ordinato ("Una vecchia abitudine di noi comunisti, dai tempi di Gramsci") . Ed ecco - "Per questo ho perso i capelli" - un opuscolo rosso e nero: "Cronaca di una lotta al Policlinico... ciclostilato in proprio via dei Volsci". Bruno Vettraino, sindacalista della Cgil iscritto al Pci, all'epoca non era proprio un duro; ma certo le sue posizioni su certi fenomeni non erano morbide. E proprio per questo era stato inviato in prima linea, sul fronte caldo della contestazione. "Ero stato nominato membro del consiglio di amministrazione dell' Umberto I e del comitato di gestione dell'ufficio di collocamento. Come dire che avevo a che fare quotidianamente con gli autonomi del collettivo del Policlinico e con quelli dei disoccupati organizzati". Un impegno duro. Ma qualcuno doveva farlo.
"Ora, a raccontare certe cose vent'anni dopo, la gente quasi non ci crede. Ma il clima di quegli anni era davvero terribile. Specie per noi che cercavamo di riportare un po' d'ordine in mezzo a quella confusione, certo anche facendo da cuscinetto con le forze dell'ordine, chè il rettore Ruberti, quando gli occupavano gli uffici, chiamava noi, mica la polizia. Inutile che dica quanta rabbia provo quando nelle rievocazioni di questi giorni ho rivisto certi personaggi raccontare la loro versione dei fatti senza un minimo di autocritica. La violenza e le intimidazioni erano davvero quotidiane. Tre volte mi hanno bersagliato la casa a colpi di molotov. Ho dovuto far cambiare facoltà a mia figlia. E tutto andava in crescendo. Il 1977 per me è cominciato, proprio il primo gennaio, con una bomba carta che ha distrutto tutte le vetrate della mia abitazione".
Dunque, questo era il panorama. Come si è giunti a quella famosa manifestazione? "Eravamo in procinto di chiudere una vertenza che riguardava tutti i precari dell'ateneo. La situazione nell'università occupata era già incendiaria. Ma su alcuni obbiettivi concreti, come per l'appunto la lotta dei precari, sembrava poterci essere un'intesa con il movimento. Così il 10 febbraio decidemmo di convocare una manifestazione alla Sapienza per la settimana seguente. Il 12 ci fu una riunione alla federazione romana con i socialisti e con i vari responsabili delle strutture interessate. C'erano Asor Rosa, allora segretario della sezione universitaria, Valter Veltroni, che era segretario della Federazione giovanile, Luigi Petroselli , nella sua qualità di segretario regionale... Prendemmo in considerazione, questo sì, la possibilità che si verificasse qualche tensione. Ma la nostra, lo ripeto, doveva essere una manifestazione strettamente centrata sulle rivendicazioni dei precari. Così decidemmo di andare avanti, senza troppe preoccupazioni. Fino a quando, il 14, non fummo tutti convocati a Botteghe oscure".
"Alla riunione c'erano Ugo Pecchioli e Nicola Chiaromonte. Ci spiegarono che ormai il partito doveva dare un segnale e che il nostro comizio su una vertenza sindacale si sarebbe dovuto trasformare in una manifestazione di più ampio respiro. Io e gli altri provammo a esprimere qualche dubbio. Ma allora, quando salivi al secondo piano delle Botteghe oscure c'era poco da discutere. Tanto più che, a farci capire quale fosse l'atteggiamento del partito, ci fu, proprio alla fine della riunione, un incontro con Paietta. Era furioso. E ci fece una scenata perchè, ci disse, era intollerabile che l'unico giornalista al quale veniva regolarmente impedito l'ingresso nell'ateneo occupato fosse proprio il cronista dell'Unità".
"Comunque sia , proprio per far capire che stavamo dando un segno, si cominciò a discutere su chi avrebbe dovuto parlare. Si fecero vari nomi. Ricordo quelli di Ingrao e di Occhetto. Qualcuno propose addirittura di coinvolgere Pertini. Alla fine la scelta cadde sul segretario della Cgil. Il 16 andammo con Asor Rosa da Lama per spiegargli la vertenza dei precari . Lui non aveva per nulla presente quello che stava accadendo all'università. Ed era convinto di dover venire a fare un discorso strettamente sindacale. Molti pensavano che sarebbe bastato il suo carisma per reggere la situazione. E anche noi , in fondo, speravamo di poter portare in porto la manifestazione".
"Il 16 sera ci riunimmo alla Camera del lavoro con i rappresentanti del movimento. Assieme a loro si decise che Lama avrebbe parlato dalle scalinate del Rettorato. E che, dopo il suo intervento, avrebbe preso la parola anche un esponente degli studenti. Insomma, sembrava che tutto potesse filare via liscio. Senonchè, durante la notte, qualcuno cambiò tutte le carte in tavola. Da una parte il movimento decise di non prendere la parola. Dall'altra dal vertice del partito arrivarono nuove disposizioni sull'organizzazione della manifestazione. Si decise, ad esempio, che Lama non avrebbe parlato dalle scalinate del Rettorato, ma dal palco del famoso camion. Che comunque il servizio d'ordine non sarebbe stato garantito dalla polizia, ma dalla nostra organizzazione. E che, alla fine del comizio, avremmo dovuto far togliere l'occupazione dell'università".

"Intendiamoci. Io ho sempre rivendicato come positivo e necessario l'intervento contro il terrorismo e l'illegalità diffusa. E sono ancora convinto che il Pci in molte circostanze ha fatto bene a sostituirsi alla polizia e alla magistratura. Ma in quel caso resto convinto che presentarsi in quel modo all'università fu un grave errore. Arrivammo con in testa i fabbri, buttati giù dal letto per togliere i lucchetti con i quali gli studenti avevano bloccato i cancelli dell'ateneo. E con un servizio d'ordine leggerissimo fatto da statali, parastatali e studenti. Non più di cinquecento persone, incapaci di fronteggiare l'assalto di una massa di giovani che ci trattavano come fossimo davvero la polizia. Insomma creedo che qualcuno spinse per una drammatizzazione. Compiendo, tra l'altro, un errore di valutazione. Se non altro perché, sconfitta militare a parte, quel nostro corteo, in testa al quale marciavano dei fabbri armati di tronchesi, finì per spingere verso posizioni estreme anche la parte di quel movimento che forse poteva essere recuperata". Comunque sia, le cose andarono come andarono. E Bruno Vettraino indicato come l'unico responsabile della disfatta di quella manifestazione "figlia di nessuno", se ne è rimasto in silenzio per vent'anni. Ha ancora in tasca la tessera del Pds. E, dopo quattro infarti e una discreta carriera nel sindacato (dal quale ha dato le dimissioni quando, ormai segretario dei tessili, ha scoperto che le operaie gli davano del lei) oggi lavora come libero imprenditore. (La Repubblica 1977)



http://www.xs4all.nl/~welschen/Archief/lama.html

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