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Transdisciplinare
Tamar Pitch: " Guerre e diritti "

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Tamar Pitch

I diritti, dice Dworkin, e io sono d'accordo, bisogna prenderli sul serio. Sarebbe facile concludere qui, e dire che con questa guerra se ne fa carta straccia: perché vengono violati proprio da noi --oltre che da Milosevic, ma almeno lui non se ne fa scudo-- ( per noi intendo l'Europa, l'Occidente, che li ha inventati ed esportati con un certo successo) sia con i bombardamenti, sia con la retorica che i bombardamenti giustifica., sia, e non da ultimo, con il lasciare che i profughi muoiano in mare cercando di arrivare sulle nostre coste. I diritti proclamati nelle Dichiarazioni universali, nelle diverse Convenzioni, hanno uno statuto giuridico controverso. Non tutti sono d'accordo nemmeno sulla loro positività. Tuttavia, esistono e, direbbe Ferrajoli, il fatto che non siano attuati indica lacune --ossia la necessità di politiche, di lotte, per i diritti -- non già la loro inesistenza. Ma se è un fatto che li stiamo violando, è anche un fatto che li stiamo violando invocandoli, in loro nome. Allora io penso che si debba distinguere tra la questione giuridica che essi implicano e la retorica con cui sono utilizzati. E' di quest'ultima che mi voglio occupare qui. Mi chiedo, insomma, non solo e non tanto perché motiviamo e giustifichiamo stragi e distruzioni con la difesa dei diritti. Alcuni hanno già osservato, con ragione, che le guerre sono state spesso (o quasi sempre) giustificate in nome di valori che si suppone indiscutibili, la conquista del Santo Sepolcro, la cristianizzazione degli infedeli, l'esportazione della civiltà, la difesa della democrazia o dell'Islam e questa guerra non fa differenza, anch'essa, come le altre, è "santa", ossia giusta, doverosa, necessaria. Dice Barbara Ehrenreich (Riti di guerra, 1998, Feltrinelli): "Per il guerriero sincero ogni guerra è santa". C'è anzi un bel ritorno alle origini: quanti sanno che i primi diritti umani, universali, "naturali" sono stati inventati per giustificare il genocidio degli indigeni delle Americhe, come ricorda Luigi Ferrajoli? (Su molti di questi topoi ha scritto Nicola Gallerano all'epoca della guerra del golfo, cfr.Le verità della storia, Manifesto libri, 1998) Mi domando, invece, che cosa c'è nella retorica dei diritti che ci fa sentire come doverosa la loro violazione dal punto di vista giuridico. Quando dico retorica dei diritti mi riferisco dunque non al loro statuto nel discorso giuridico che li concerne, ma al discorso morale che implicano. Alla maggior parte della gente (lasciamo perdere i politici) delle questioni in punto di diritto non importa niente: importa molto, invece, la morale implicata nei diritti, o meglio la morale che parlare di diritti umani evoca. Invocare i diritti oggi può sembrare l'equivalente dell'invocare democrazia e civiltà, il sostituto della rivoluzione e del socialismo. Fa, infatti, un po' impressione questa repentina e poco meditata assunzione della retorica dei diritti in una sinistra, come quella italiana, fino a poco tempo fa assai diffidente e anzi refrattaria nei loro confronti. Che l'assunzione sia poco meditata lo testimoniano tra l'altro la noncuranza e anzi il disprezzo nei confronti dei diritti civili, delle libertà care ai liberal d'oltreoceano, quando si tratta di discutere e legiferare di procreazione assistita, di giustizia penale e carcere, di droghe, di scuola pubblica e privata. E nei confronti dei diritti umani, quando si tratta di immigrazione. Possiamo dare per scontato, mi pare, che, per buona parte della nostra sinistra, i diritti rappresentino non più di una specie di "ideologia di ricambio". Sono pochi, tra noi, quelli che i diritti li prendono sul serio, e ancora meno sono tra quelli che stanno al governo. Tuttavia, le conseguenze del richiamarsi ai diritti piuttosto che alla democrazia, alla rivoluzione o al socialismo sono molto diverse. I diritti e la loro retorica hanno un'origine quantomeno dubbia, già lo dicevo prima. Nascono per legittimare la Conquista, nascondono al loro interno un'antropologia (una visione del mondo e dell'uomo --se "uomo" sia qui estendibile anche alle donne è questione non a caso controversa) storicamente determinata, particolare in senso forte, che essi esportano e tendono ad imporre universalmente. Sono dunque un veleno: ma sono anche e insieme la sola cura di questo veleno, ossia sono un pharmakon. La loro vocazione universalistica li rende l'unico antidoto al veleno della globalizzazione economica, dello sfruttamento planetario, della distruzione dell'ambiente, tutte cose che la loro stessa antropologia legittima, se non agevola. Sono gli scudi dei più deboli contro l'arbitrio dei più forti. Sono altresì lo strumento per lottare per il rispetto delle differenze, per un multiculturalismo rettamente inteso. Ma già qui molto c'è da dire, giacché una politica rispettosa delle differenze non può essere una politica che tollera o promuove diritti di "comunità" che violano i diritti dei propri appartenenti (la discriminazione e la violenza contro le donne sono un fenomeno diffuso dentro molte collettività che rivendicano e chiedono fondi per il rispetto della loro identità culturale). In passato abbiamo condiviso molte lotte in nome del diritto all'autodeterminazione dei popoli. Ambiguo e pericoloso diritto, questo: di fronte alla pulizia etnica, che cosa e chi è "popolo"? che cosa implica autodeterminazione: autogoverno, un proprio stato etnicamente puro, riconoscimento e promozione della propria "cultura", anche quando questa prevede e legittima mutilazioni genitali femminili, matrimoni coatti, e via dicendo? I diritti, dicevo, sono prodotti di una cultura particolare (non univoca né sempre egemone neanche in occidente) e non possono che esportarla, con tutto ciò che ne consegue, sul piano sociale e culturale come su quello politico. Presi sul serio, mi pare, implicano allora che ne siano titolari gli individui in quanto tali e non i gruppi, i popoli, le comunità. Che gli individui titolari di diritti siano concepiti come razionali e in quanto tali autonomi. Che le appartenenze individuali, anche quelle ascritte, siano configurabili come scelte. E implica politiche conseguenti, ossia politiche in grado di produrre individui siffatti. Prendere sul serio i diritti porta insomma a molti paradossi e a non poche contraddizioni, tra diritti e tra politiche per i diritti. Tra i quali, capitale, questo: che i diritti, se quando sono garantiti lo sono (almeno finora) dagli Stati, tuttavia sono per loro natura sovranazionali, anti-statali. Evocano una cittadinanza universale. La democrazia implica certo un'etica, ma i diritti implicano anche una morale: non è (solo) in questione una forma di governo, è in questione un'antropologia, una visione dell'umano. Si può tollerare che altri si diano forme di governo diverse dalla democrazia, non si può (in linea di principio) tollerare che si attenti a ciò che siamo ormai abituati a considerare come l'essenza dell'umanità --tanto meno quanto questo attentato ci è prossimo, nello spazio e nella cultura. Non c'è sovranità nazionale che tenga, di fronte ai diritti: precisamente perché essi , ad un tempo, spettano a tutti gli individui in quanto tali e perché individuano, creano individui a loro immagine e somiglianza, ossia, in linea di principio, svincolati da doveri di fedeltà a singoli stati, comunità non scelte e, per questa stessa ragione, consapevoli per un verso di essere legittimati ad andare ovunque ritengano che la loro vita sia meglio tutelata e per altro verso di avere responsabilità nei confronti di tutti gli altri. Che cosa implica questa responsabilità, che cosa siamo chiamati a fare per esercitarla correttamente? Il fatto che non abbiamo risposte facili a questa domanda, non vuol dire, ovviamente, che la domanda non si ponga, per tutti noi, con grande urgenza. Di qui, la buona fede dei molti che la rivolgono a chi si oppone a questa guerra. Giacché qualcosa doveva essere fatto: la comune umanità, che i diritti implicano ed evocano, mette in gioco una responsabilità che è insieme individuale e collettiva, di ciascuno e di tutti nei confronti di ciascuno e di tutti. Che la si senta di meno quando ad essere oppresse e sterminate sono persone a noi lontane nello spazio e nella cultura può essere deprecabile, ma è comprensibile. Che la si eserciti distruggendo e massacrando a nostra volta è una tragedia (oltre che un crimine): la "colpa" tuttavia non è dei diritti, ma semmai del fatto che essi non sono presi sul serio.

Da "il manifesto" del 29/05/1999



http://freeweb.supereva.com/balena.freeweb/tamar01.htm?p

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