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Educazione linguistica Italiano
Educazione linguistica Italiano come lingua seconda
Intercultura
Letteratura dell'immigrazione - Dietro la scelta di scrivere in italiano c'è il desiderio di farsi leggere dai "madrelingua", di raccontare agli spettatori della migrazione le vite dei protagonisti. Riflettere a voce alta ma anche scavalcare la diversità.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Materiale di studio

Abstract: 3-Gen 2000

Extra che scrivono in italiano: nasce la letteratura dell'immigrazione? Alighieri detto Alì

 

di Chiara Gorla

"Saudade di vento del paese mio, di quando io era piccolina che sedeva nel campo di granturco e il vento caldo soffiava le orecchia mia. Io felice, pensava che era la voce del sole". Ana de Jesus viene dal Brasile e fa la colf. Ma è nata in Italia, dalla penna di Christiana de Caldas Brito, brasiliana pure lei con una storia di immigrazione alle spalle e dentro la passione per la scrittura. Miscela esplosiva per un'espressione letteraria originale: quella scritta in italiano da un autore immigrato. Sono circa un centinaio gli stranieri che nello Stivale hanno pubblicato racconti e poesie in italiano. E il premio Montale 1997, il maggior riconoscimento letterario per la poesia italiana, l'ha vinto Gezim Hajdari, un poeta albanese. E anche se non si tratta sempre di capolavori, c'è chi parla ormai di "letteratura della migrazione" in italiano. Storie di nostalgia e speranza di chi ha lasciato tutto e ricomincia da zero. Per bisogno o per scelta. . Negli scritti di donne e uomini conosciamo in presa diretta un volto inedito dell'immigrazione, le loro storie e lo sguardo sull'Italia e gli italiani. A scommettere su di loro sono case editrici piccole e specializzate. Oppure riviste che si occupano solo di letteratura d'immigrazione come "Caffé", a Roma. E nelle mani di questi autori "in erba" la lingua si modella sulle esigenze del racconto, strumento duttile dai risultati, a volte, sorprendenti. Come nel caso di Christiana de Caldas Brito che al suo personaggio Ana fa parlare un misto di italiano e portoghese: l'unica lingua che poteva raccontare la fatica di un percorso di integrazione. Dietro la scelta di scrivere in italiano c'è il desiderio di farsi leggere dai "madrelingua", di raccontare agli spettatori della migrazione le vite dei protagonisti. "Scrivere in italiano significa riflettere a voce alta per gli italiani' - mi spiega Martha Elvira Patiño, messicana, autrice di racconti.- Ma anche scavalcare la diversità e favorire la mia integrazione". Tra gli autori, almeno la metà sono donne: spesso hanno una laurea in tasca, sono in Italia da molti anni e, in alcuni casi, hanno sposato un italiano. Ma conoscere la lingua da tempo non salvaguarda dalla difficoltà di avere a che fare con le lettere doppie, i congiuntivi e i pronomi personali. "In questi casi viene in soccorso il correttore ortografico del computer, - mi confida Christiana - e la pazienza di marito e figli". Autori per lo più autodidatti, che l'italiano l'hanno imparato sul campo. Come Yousef Wakkas, siriano, che oltre a una lingua completamente diversa dall'arabo, ha dovuto imparare a scrivere da sinistra verso destra. Per Wakkas l'esperienza della scrittura in italiano ha avuto un significato ancora più intenso: recluso nel carcere di Busto Arsizio partecipa nel 1995 al concorso letterario per stranieri Eks&Tra e vince il primo premio. In un colloquio con la curatrice del concorso, Roberta Sangiorgi, Wakkas commenta così la sua vittoria "Sentii come se avessi acquistato una nuova identità che contrastava e dirimeva quella precedente".

La mia Africa a Varese

A Varese il vento d'inverno porta la neve e penetra nelle ossa. Gertrude ed io ci infiliamo in un bar: davanti a una tazza di tè fumante si può parlare meglio. Gertrude Sokeng ha 26 anni e viene dal Cameroun. Qui studia medicina e agli studi si mantiene con qualche lavoretto, anche come collaboratrice domestica, quando serve. "Ma così il tempo per scrivere e leggere finisce per essere poco. Però sono queste le mie grandi passioni". Gertrude sorride. Si toglie il cappello e si aggiusta i capelli corvini. "Scrivere in italiano è un'occasione per spiegare qualcosa di più di noi. Degli immigrati voglio dire. La diffidenza è ancora tanta. Te ne accorgi per esempio quando cerchi casa. Difficilmente qualcuno è disposto ad affittartene una". Parla un italiano perfetto. L'ha imparato a Perugia, all'università per stranieri. "Quando scrivo devo fare attenzione però alle interferenze con il francese. Per esempio mi è capitato di scrivere 'dolente', ma volevo dire 'dolorante'". Nell'edizione 1999 del concorso Eks&Tra Gertrude vince il quinto premio. Il suo racconto parla di Fatima, una donna di Casablanca immigrata in Italia. "Non c'è una ragione precisa per cui ho scelto una protagonista marocchina. Il bando di concorso richiedeva una storia di immigrazione e Fatima appartiene a una delle comunità di extracomunitari più numerose in Italia. Il pregiudizio e l'emarginazione nei loro confronti rappresentano problemi che ho provato anch'io sulla mia pelle. Si dice marocchino e si pensa a traffici illeciti. Ma io non scrivo solo di esperienze di immigrazione. Scrivo soprattutto storie ambientate in Africa". Non ci torna da tre anni. Forse però l'estate prossima è la volta buona. E dopo la laurea spera di andare a fare il medico in Cameroun. "Mi manca tanto. Il primo racconto africano l'ho scritto in francese, e poi l'ho tradotto. Adesso invece scrivo tutto in italiano. Ormai mi viene spontaneo".

Scrivo dunque non sono: l'identità culturale in pagina "Sono passati vent'anni da quando mi vergognavo del mio nome. L'appello a scuola era un vero tormento... Niente era facile se il tuo nome era uno scioglilingua". Sono i ricordi di scuola di Fitahianamalala Rakotobe Andriamaro, di origine malgascia. E' l'autrice di "Chiamatemi Mina" (Parole oltre i confini, Fara ed. Rimini) un racconto di poche pagine in cui si concentra il tema dell'identità culturale: la sostituzione del proprio nome con uno più semplice, Mina, per non sentire e non far sentire troppo la diversità. E dopo un'esperienza di migrazione ci si può anche accorgere di non appartenere più né alla cultura del Paese ospitante, né a quella del Paese d'origine. Lo dice bene Gabriella Ghermandi, ne "Il telefono del quartiere", racconto vincitore dell'ultima edizione di Eks&Tra: "...costringevo [il vecchio Zeggu] ad accompagnarmi nel mio folle pellegrinaggio, alla ricerca della mia vecchia vita che in qualche modo pretendevo fosse conservata intatta in qualche angolo d'Etiopia".

Primo l'elefante

E' all'inizio degli anni '90 che compaiono i primi scritti in lingua italiana di autori immigrati: si tratta di autobiografie scritte a "quattro mani" da un immigrato con l'aiuto di un giornalista che traduce le esperienze in italiano. Al centro c'è il racconto del viaggio, la precarietà della vita degli immigrati nel nostro Paese come per esempio in "Io, venditore di elefanti" di Pap Khouma e Oreste Pivetta, (Garzanti, 1990) e "La promessa di Hamadì" di Saidou Moussa Ba e Alessandro Micheletti (De Agostini Scolastica, 1991). Negli anni successivi i contenuti si diversificano, e l'italiano, senza più mediatori madrelingua, si piega all'uso di ogni autore. Un passo decisivo per la conoscenza e la pubblicazione di questi lavori è il concorso letterario riservato a stranieri promosso per la prima volta nel 1995 dall'associazione Eks&Tra e dalla provincia di Mantova. Gli scritti dei vincitori e dei finalisti vengono raccolti nella prima antologia di "letteratura immigrata": Le voci dell'arcobaleno (Fara editore, Rimini ).

Piccoli e neri

La letteratura della migrazione occupa pochissimo spazio sui banconi delle librerie. E anche i testi pubblicati dalle maggiori case editrici all'inizio degli anni '90 sono ormai fuori commercio. A pubblicare sono le case editrici più piccole, come la Fara Editore di Rimini (tel.: 0541-37.45.48) che ogni anno dal 1995 esce con le antologie del concorso Eks&Tra; o la Lilith di Roma (tel.: 06-44.24.23.12). Un contributo importante lo offre la rivista "Caffè" (tel.: 06-68.76.897). Da febbraio, parte a Bologna un'iniziativa analoga: il progetto Narrasud ( tel.: 051-50.25.73). Per una bibliografia sul tema, Archivio dell'immigrazione, tel.: 06-53.71.265).

Specchiarsi tra le righe

Le penne immigrate parlano anche di noi. E qualche volta raccontano di come siamo fatti. "Certi amici miei, vedendo tutti i comfort riservati ai cani che vivono nelle famiglie, dicono che in Italia è meglio nascere cane che extracomunitario". Sono le parole di un personaggio di Martha Elvira Patiño e Pilar Saravia, le autrici sudamericane di un racconto per Eks&Tra. La cura riservata agli animali domestici ha colpito anche Ana de Jesus, la protagonista brasiliana di un monologo di Christiana de Caldas Brito: "Bambini mia non mangiano bene. Io quando venuda comprato latina carne al supermercato per mandare a mie figli. Pensava che era carne per bambini perché foto di cagnolino bello per divertire bambini". Paul Bakolo Ngoi, zairese invece scrive: "Per Laila l'Italia non era più l'America che si attendeva. Niente di tutto quello che aveva visto alla televisione assomigliava a questo condominio [la casa di Laila in Italia, ndr]. Il suo sogno era svanito, anzi, le era crollato addosso". (Da "Le voci dell'arcobaleno", Fara editore).

Per capirne di più: "La letteratura italiana della migrazione" di Armando Gnisci suggerisce percorsi di lettura. Bella la raccolta di testi di Christiana de Caldas Brito: "Amanda, Olinda, Azzurra e le altre". Entrambi di Lilith edizioni, Roma. 16 mila lire ciascuno (tel.06-44.24.23.12).



http://web.tiscalinet.it/terre/tdm_memoria_index.htm

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