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Educazione linguistica Italiano
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Intercultura
Fra arbëreshë, albanesi e italiani
Intervista sulla minoranza albanese
in Italia con lo scrittore Carmine Abate

Lingua: Inglese
Destinatari: Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Fra arbëreshë, albanesi e italiani

Intervista sulla minoranza albanese
in Italia con lo scrittore Carmine Abate

Carmine Abate è uno scrittore di cui QT si è spesso occupato. Lo abbiamo incontrato sulla nostra strada un po’ casualmente perché è un "vicino di casa". Vive infatti a Besenello, in Val Lagarina, ma è originario di Carfizzi, un paese arberësh - cioè di etnia albanese - in provincia di Crotone (sul quale ha scritto con la moglie tedesca Meike Behrmann il libro "I germanesi: storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigranti", Frankfurt-New York 1984 e poi Cosenza 1986) ed a lungo ha vissuto e lavorato a Colonia, seguendo come molti suoi compaesani le vie dell’emigrazione. Ma lo abbiamo poi seguito con interesse perché abbiamo capito che era uno scrittore interessante, che aveva molte cose da dire anche su temi che ci stanno molto a cuore come quelli del confronto fra culture, del rapporto identità etnica/multiculturalismo, insomma sui temi di una Europa del domani senza barriere ma probabilmente con molti conflitti etnici intorno ed al proprio interno. È infatti proprio l’origine minoritaria che caratterizza anche il suo lavoro di scrittore.

Alla rivisitazione letteraria - tramite una letteratura "di memoria" - della cultura arbëreshe della sua infanzia ha dedicato il primo romanzo "Il ballo tondo" (Marietti, 1991), che è stato tradotto, oltre che in tedesco, anche in albanese e pubblicato nel 1993 in Albania e nel 1994 - udite, udite! - in Kosovo. Ma anche nel secondo "Il muro dei muri" (Argo, 1993) e nell’ultimo "La moto di Scanderbeg" (Fazi, 1999) la cultura arbëreshe entra continuamente in gioco, mescolata ad una realtà di emigrazione che in Abate perde la ristretta accezione negativa dello ‘sradicamento’ per assumerne un’altra, quella faticosa ma fondamentalmente positiva della apertura di orizzonti, della crescita nel confronto.

Gli abbiamo chiesto di parlarci di questa sua cultura arbëreshe, di questo pezzo di Albania che abbiamo a casa nostra in Italia da secoli senza accorgercene. E insieme della più generale questione albanese così come si è posta da noi dopo la caduta, oltre Adriatico, della dittatura isolazionista di Hoxa e dell’inizio di un flusso migratorio di massa verso il nostro paese che segue le stesse rotte - 500 anni dopo - di quello dei seguaci di Scanderbeg, anche allora in fuga da rovinose guerre di conquista e da pulizia etnico-religiosa.

Chi sono e da dove vengono gli arbëreshë?

"Sono i discendenti di antiche migrazioni dall’Albania verso l’Italia. I primi albanesi sono arrivati in Italia già nel XIII secolo. Erano soprattutto soldati, che venivano ad aiutare i re di Napoli contro l’anarchia feudale dei baroni. Poi però le vere migrazioni di popolo sono cominciate dopo la morte di Scanderbeg nel 1468. Scanderbeg - che ha dato il titolo anche al mio ultimo romanzo - è l’eroe nazional-popolare degli albanesi, di tutti gli albanesi, anche di quelli d’Albania e del Kosovo. Un principe che ha guidato la resistenza albanese contro l’avanzata degli ottomani nei Balcani, infliggendo loro anche dure batoste. Ma alla sua morte per malaria inizia un esodo dei suoi seguaci, con a capo lo stesso figlio Giovanni. Si dirigono verso l’Italia perché qui c’erano già dei possedimenti, castelli e feudi, che erano stati dati a Scanderbeg e ad altri condottieri albanesi dai re di Napoli di Casa d’Aragona come ricompensa per gli aiuti militari ricevuti.

Questa è la storia, poi naturalmente c’è anche la leggenda, il mito. Perché questi esuli portavano assieme alle loro cose anche i canti epici e le rapsodie. Ce n’è una bellissima, in cui si presenta Scanderbeg sul punto di morte che dice al figlio: "Fiore abbandonato/ fiore di questo mio cuore / prendi tua madre/ e tre galee, le migliori che hai/ e fuggi subito di qui/ perché se lo sa il turco/ ucciderà te, e tua madre diventerà schiava./ Ma prima di fuggire/ lega il mio cavallo a un cipresso./ Dispiega la mia bandiera/ e in mezzo ad essa lega la mia spada./ Quando soffia la tramontana/ il cavallo nitrisce,/ la bandiera sventola/ e la spada tintinna./ Se il turco li sente, si spaventa/ e, pensando alla morte che dorme sulla mia spada,/ non v’inseguirà per dove andate."

Questo è il mito, che interessa a me come scrittore, il mito che rinasce in storie avvincenti di oggi e che ricompone in sé un’identità multipla, altrimenti dispersa".

M

a si riesce a sapere qualcosa di questi arbëreshë originari?

"Sappiamo che a partire erano soprattutto le persone benestanti. Partivano perché non volevano sottostare al dominio turco, non volevano accettare l’islamizzazione forzata. Erano per lo più di rito greco-bizantino, rito che in molti paesi arbëreshë viene seguito ancora oggi. La messa è celebrata dai papas, che riconoscono l’autorità del Pontefice romano. I papas, in certi casi, sono sposati. Ed in genere si parla degli arberëshë solo per questi aspetti religiosi. Gli unici articoli sull’argomento che ho visto su giornali nazionali erano sul papas arberësh, presentato folkloristicamente con la barba, una bella moglie e una nidiata di bambini. Sono questi gli argomenti che attirano l’attenzione.

Ma torniamo a noi. Questi migranti venivano da zone diverse dell’Albania, in particolare dal nord, stante la prevalenza dei dialetti di tipo tosco nei vari paesi arbëreshë. Però non è facile stabilire l’esatta provenienza. Abbiamo un canto che parla della Morea (cioè del Peloponneso), dove probabilmente una parte di questi migranti vivevano o si sono stabiliti anche per più generazioni, per poi arrivare anche loro in Italia. Insomma l’esodo è stato ad ondate successive, e non lineare. All’inizio poi, per non pagare tasse gravose, come il focatico, spesso queste popolazioni si sono spostate da un posto all’altro vivendo in pagliai che bruciavano prima di ripartire. Sono stati cioè per un certo periodo anche nomadi. Ma nomadi atipici, perché erano comunità che cercavano solo il momento buono per fermarsi. E così pian piano hanno fondato nuovi paesi, ma hanno anche ripopolato vecchi paesi abbandonati per la malaria o in seguito a terremoti. In questo modo, in tempi diversi, in ben sette regioni dell’Italia meridionale si sono formate moltissime colonie, molte più della cinquantina rimaste arberëshe fino ad oggi. L’ultima di queste colonie, quella di Villa Badessa, in provincia di Pescara, è stata fondata nel 1744".

Q

uali sono stati i problemi nati dal contatto con le situazioni preesistenti in cui si inserivano?

"Ci sono stati casi di una certa costrizione ad abbandonare il rito greco. Nel mio paese - per esempio - il rito greco, ora scomparso, era ancora presente fino ai primi decenni del ‘600. Poi il vescovo cattolico della zona ha forzato la situazione usando argomenti come la leva fiscale. Io trovo che nel mio, ma anche in altri paesi arbëreshë, ci sia un certo anticlericalismo e nel mio libro "I germanesi" ho avanzato l’ipotesi che sia una specie di memoria storica di questa situazione. Conosco il caso di un paese in provincia di Cosenza che è tornato al rito greco a distanza di secoli, dopo esser stato cattolico-latino. In provincia di Cosenza è stato tutto molto più facile, perché sono molti i paesi arbëreshë. Gli arbëreshë infatti non rappresentano un’isola linguistica, ma un arcipelago, e questo è fondamentale per capire il degrado delle tradizioni, l’impoverimento della lingua, in molte di queste comunità. Si stima che oggi gli arbëreshë siano 100.000 nell’Italia meridionale ed altri 100.000 si siano dispersi nel centro-nord con l’emigrazione; è chiaro che se fossero stati tutti concentrati, magari in un’unica zona, sarebbe stata un’altra cosa.

Un ruolo molto positivo nella tutela lo ha avuto la chiesa greco-bizantina. Questi preti sono stati spesso intellettuali molto efficaci delle loro comunità. Hanno raccolto la lingua e la cultura tradizionale e le hanno diffuse nelle loro pubblicazioni. In certi posti in arbëresh recitano pure la messa. Insomma hanno avuto una funzione culturalmente aggregante, mentre nel mio paese i preti sono sempre stati "litiri", latini, cioè forestieri, ed hanno sempre parlato solo la lingua italiana.

Ed il fattore lingua non va sottovalutato. La lingua non è solo un modo di comunicare, ma è un modo di guardare al mondo, di organizzarlo nella propria mente".

Nel tuo libro "La moto di Scanderbeg" parli delle occupazioni delle terre e della riforma agraria. Come hanno influito simili lotte sociali, ed in genere la ‘modernità’, sulla situazione di minoritarismo etnico?

"Questi paesi hanno mantenuto quasi completamente la loro chiusura tradizionale fino alla prima emigrazione di fine Ottocento. Prima i contatti con l’esterno erano sporadici: qualche commercio, qualche matrimonio misto... Piccole cose, che non hanno modificato né il modo di parlare né quello di vedere le cose, né le consuetudini né i riti (i riti funebri per esempio). Tutte queste cose si sono mantenute perfettamente come se la storia non fosse passata. Poi c’è stata la prima vera apertura del paese con la grande emigrazione. Però l’emigrazione di quel tempo era o temporanea (ed i "mericani" tornavano dopo pochi anni ristabilendosi in paese come se nulla fosse stato), o era permanente e vedeva partire intere famiglie per stabilirsi definitivamente oltre Atlantico.

A livello sociale - stando all’esperienza del mio paese, che ho battuto a tappeto con interviste sul campo per "I germanesi" - questa prima emigrazione non sembra aver inciso molto. Poi c’è stata la chiusura del fascismo, e quindi tutto è restato tale e quale".

Quand’è che il paese arbëresh ha cominciato a sentirsi vicino a tutti gli altri paesi calabresi?

"Io l’ho capito proprio mentre scrivevo "La moto di Scanderbeg", ed è il caso curioso di una intuizione storica nata dalla letteratura: è stato con l’occupazione delle terre, che vedevano fianco a fianco tutti i contadini di una zona, quelli dei paesi arbëreshë assieme agli altri, perché i nemici erano comuni, erano gli stessi latifondisti. In quel momento i paesi arbëreshë si sono aperti agli altri paesi del circondario, hanno capito di essere sulla stessa barca che più tardi li ha fatti emigrare tutti insieme nel nord Europa. Comunque, l’occupazione delle terre è una grande pagina della storia del Sud, tragica ma anche epica, e in questa pagina ci sono entrati di diritto anche gli arbëreshë.

Questo per quanto riguarda il mondo contadino, perché per gli intellettuali la storia è diversa. Fin dal ‘700 c’è stato un collegio, a San Demetrio Corone (Cosenza), e un Seminario greco-albanese a Palermo, frequentati dal fior fiore della gioventù arbëreshe, che ha sfornato diversi intellettuali e papas progressisti, che sono stati democratici e poi antifascisti, continuando una tradizione che è iniziata con una forte partecipazione arbëreshe anche al Risorgimento italiano".

N

ei tuoi libri hai sempre parlato di cultura e identità arbëreshe. È una tua esigenza strettamente personale o sei parte di un movimento collettivo di rinascita culturale arbëreshe? Qual è la situazione, da questo punto di vista, di chi è rimasto in seno alle proprie comunità?

"Diciamo che io spero di contribuire ad una rinascita, che in qualche modo già vedo prender forma intorno a me. Ad esempio, c’è chi procede in maniera scientifica al recupero dei canti tradizionali. Anche nelle scuole ci sono casi di insegnanti che, volontaristicamente ma con forte motivazione personale, introducono la lingua e la cultura tradizionale nei propri programmi, sensibilizzando e lavorando assieme ai ragazzi. L’università di Cosenza, grazie al prof. Franco Altimari, è un po’ il punto di riferimento scientifico di molte di queste iniziative. Proprio grazie all’università è stata pubblicata quest’anno anche una antologia della poesia contemporanea italo-albanese curata dal lettore della cattedra di albanese, il kossovaro Anton Nikë Berisha.

L’anno scorso, a settembre, è cominciato l’anno di studi e celebrazioni, promosso dalla Provincia di Crotone, per ricordare un precursore di questa rinascita, un personaggio che era stato un po’ dimenticato nonostante la grande importanza del suo lavoro di apripista: Giuseppe Gangale. Gangale era un arbëresh d’elezione, perché era nato nel paese calabrese di Cirò Marina. E’ stato un antifascista della prima ora, creatore negli anni ’20 della rivista "Coscientia". Dopo la guerra ha dedicato tutte le sue energie alle minoranze. E’ stato un grande studioso, soprattutto un glottologo, ed ha raccolto tantissimo materiale sulla nostra lingua. E’stato lui - io lo ricordo ne "La moto di Scanderbeg" - che ci ha fatto vedere che si può anche scriverla.

Da un po’ di tempo ci sono radio arbëreshë e probabilmente adesso arriveranno anche programmi televisivi, grazie ad una nuova legge della Regione Calabria. Per non parlare delle numerose riviste italo-albanesi, alcune pregevoli, che si pubblicano da anni.

Come si vede ci sono molte iniziative, ma manca un coordinamento. Tutte queste persone lavorano ciascuna per proprio conto; quello che secondo me manca, e che permetterebbe di fare un salto di qualità per non disperdere le forze, è un progetto comune fra gli arbëreshë. A questo riguardo però bisogna anche dire che se nella Costituzione c’è un art. 6 che tutela le minoranze linguistiche, questo non è mai stato applicato alla minoranza arberëshe. Mentre invece in altri posti - vedi il Trentino-Alto Adige - le minoranze vengono tutelate davvero. E questo perché gli arbëreshë sono una minoranza debole, politicamente debolissima divisa com’è in un arcipelago disperso in sette regioni. E perché non si trova al confine e non può ricevere aiuti dall’esterno".

P

er concludere vorrei che tu ci raccontassi come gli arbëreshë vivono il fatto che con le nuove ondate migratorie prima, ma particolarmente adesso, con questa guerra, in Italia è tornata visibile una presenza albanese. È tornata all’ordine del giorno una "questione albanese", dopo che per l’intero dopoguerra l’Albania, così vicina geograficamente da essere appena al di là di un transitabilissimo braccio di mare, è stata in realtà lontanissima, tanto irraggiungibile da far perdere le proprie tracce nella memoria degli italiani.

"Questa è la questione più complessa. Fino agli inizi degli anni ’80 c’era un muro fra l’Albania e l’Arbëria (noi ci consideriamo la piccola Arbëria, abbiamo mantenuto l’antico nome). Poi l’Albania ha cominciato ad aprirsi ed è venuta a cercarci. Pur vivendo ancora sotto la dittatura stalinista, ha cominciato a cercare contatti culturali con gli arbëreshë. E quindi molti di noi hanno cominciato a recarsi in Albania. Io ci sono stato due volte: una per conto mio da turista, l’altra invitato dall’università di Tirana per imparare l’albanese moderno. Ma in seguito è successo anche viceversa: che intellettuali albanesi sono stati invitati nei nostri paesi a tenere corsi di albanese. C’è stata quindi una ripresa di contatti, tanti secoli dopo l’emigrazione, e devo dire che non è stato senza emozione, perché era una specie di ritorno al mito. Naturalmente abbiamo capito subito che c’era una grande diversità fra albanesi ed arbëreshë, perché noi per secoli eravamo vissuti in un ambiente completamente diverso dal loro.

Però, se posso azzardare una metafora, io vedrei l’arbëresh , l’albanese e il kossovaro come fratelli nati nella stessa famiglia, ma poi separati ancora in fasce ed affidati a famiglie diverse. Le condizioni di vita, la storia, la cultura di ognuno sono state diverse, però il sangue è lo stesso. Ed io per sangue intendo i miti, i canti, la memoria storica, Scanderbeg: questo è comune. E se tutto ciò può sembrare un problema da intellettuali, già nel "Ballo tondo" ho cercato di spiegare che se l’intellettuale fa una resistenza consapevole, la gente comune fa una resistenza inconsapevole ma molto efficace nel momento in cui continua a parlare questa lingua, continua a cantare questi canti, continua a sposarsi con il rito degli avi. Anche i bambini che nascono in famiglie arberëshe all’estero, continuano a parlare arbëresh.

Quando ci sono state le prime ondate di immigrati albanesi nel 1991, quelli che arrivavano in Puglia stipati su navi occupate, gli arberëshe sono stati molto coinvolti. Ho amici che sono andati nei porti pugliesi ad accoglierli come fratelli. Poi nei limiti del possibile - perché i nostri paesi sono paesi di disoccupazione - ci sono stati anche inserimenti in imprese artigiane o edili. Nel mio paese c’è stato anche un matrimonio con una albanese. Ma poi quando questa immigrazione ha cominciato a diventare il problema sociale che sappiamo e i media hanno cominciato a diffondere l’immagine dell’albanese arruolato dalla piccola criminalità o dedito alla prostituzione, c’è stato un raffreddamento ed una presa di distanza. Forse perché si aveva paura di vedere una parte di se stessi in quelle condizioni di difficoltà ed emarginazione".

Hai in programma di scrivere in arbëresh ?

"Beh, io ho sempre scritto un po’ anche in arbëresh, ma piccole cose, poesiole. La tentazione è stata sempre forte, ma sono stato frenato dal fatto che io mi sento sostanzialmente un narratore, e per narrare in arberësh mi mancherebbero troppe parole, perché io nella mia lingua madre sono semianalfabeta. Mi piacerebbe invece - altra cosa che ho in parte già fatto nella raccolta poetica "Terre di andata" - scrivere in più lingue. Questo lo posso fare perché dove mi manca la parola arbëreshe uso quella tedesca, dove mi manca quella tedesca uso quella italiana, seguendo il ritmo e la musicalità delle frasi. Naturalmente queste possono essere solo cose sperimentali, perché prevedono un lettore plurilingue. Sono convinto però che così sarà la letteratura del futuro. Non è un caso che molti grandi scrittori di questa fine secolo siano indo-inglesi o maghrebini viventi in Francia. In Germania ho partecipato alla fondazione della "Polikunst", un’associazione di scrittori di 17 nazioni che si muoveva in questa direzione. Credo che lo scontro/confronto fra culture possa provocare scintille nuove, producendo cose che non si sono ancora viste. Anche il mio scrittore preferito, John Fante, non a caso era figlio di immigrati abruzzesi in America, ed ha scritto negli anni ’30 romanzi di grande attualità. Perché scrivere nella cornice della immigrazione significa far venire in primo piano il problema della ricerca della identità, che è un grande problema di tutti in questa fine secolo. Insomma, si può partire da un microcosmo minoritario per arrivare ai grandi temi della vita e della letteratura".



http://www.questotrentino.it/99/11/Albanesi.htm

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