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Donne ed Islam - Memorie rivisitate di donne in cammino:Fatima Mernissi e Malika Mokeddem.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma, Formazione permanente
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Giuseppina Igonetti, «Memorie rivisitate di donne in cammino: Fatima Mernissi e Malika Mokeddem», in Donne Mediterranee, Atti dei Seminari di Bologna/Forlì 27-28 novembre 1998, Napoli 10 febbraio 1999, Roma 19 maggio 1999, Futura Press, Bologna, 1999, pp. 118-130.

         Ora come ora, in Algeria, una donna che scrive vale tanta polvere da sparo quanto pesa, così suona una celebre frase di Kateb Yacine [1] che, benché proferita più di vent’anni fa, nulla ha perso della sua drammatica attualità. La guerra d’Algeria continua a rumoreggiare in sordina in ogni poema ed in ogni romanzo: quella guerra che rende pazzi e lucidissimi al tempo stesso è l’alimento paradossale di cui si è nutrito il femminismo magrebino perché ha  innescato una lotta molto più ampia, implicita e profonda. Le scrittrici sono diventate il contrappunto delle lacerazioni politiche e sociali, quelle lacerazioni che per tanto tempo hanno opposto un essere a se stesso ed al resto del mondo, ed è proprio scendendo nell’intimità di queste contraddizioni che dalla penna delle donne sgorga una modernità letteraria. Ma allora, le scrittrici magrebine hanno una specificità a loro propria in quanto donne? La questione è stata a lungo dibattuta e il problema esula dalla nostra indagine, tuttavia è necessario dare una risposta, certo le sfumature variano da romanzo a romanzo e da autrice ad autrice, ma la risposta che offre il nostro punto di vista è sì. Spesso la scrittura femminile è considerata come il territorio privilegiato dell’intimità psicologica sia essa individuale che collettiva. Tuttavia, seguendo la tesi di Christiane Achour [2], c’è da chiedersi fino a che punto una scrittura creatrice priva di una soggettività più o meno manifesta sia ipotizzabile. E’ dalla visibilità e dalla trasparenza del vissuto che prende forma la scrittura autobiografica, riuscendo a fare della propria memoria un linguaggio e dimostrando che l’io narrante è abitato da una parola che viene direttamente dalla rivelazione del proprio essere.

         Ma dove risiede l’interesse di inserire il proprio vissuto in un testo che vuole essere anche di finzione, o comunque di creazione letteraria e quindi aderente a quel “patto autobiografico” di cui parla Philippe Lejeune [3]? Gli scrittori, si sa, non sono mai sinceri e preferiscono lasciarsi dietro delle tracce, degli indizi che non delle prove, fatali al sogno. Non raccontano la loro vita come l’hanno vissuta, ma la vivono come la racconteranno. E infatti, ancora Christiane Achour si chiede: “comment s’insère ce vécu? Pourquoi les narratrices en jouent-elles? Qu’ont-elles à nous dire que ni le récit de la vie classique, chronologique et ordonné, ni la fiction pure ne pourraient offrir? N’y a-t-il pas une frontière délicate à dessiner mais nécessaire entre création et témoignage?” [4]

         Qualunque risposta si possa dare, non dimentichiamo che alle donne magrebine viene ordinato di tacere, sempre e comunque. La loro società le ha destinate alla reclusione, al velo ed al silenzio. Come ha detto una giovane scrittrice, Nina Bouraoui,

“Une femme musulmane quitte sa maison deux fois: pour son mariage et pour son enterrement. Ainsi en a décidé la tradition!” [5]

         Trasgredire queste regole porta al disonore e quindi alla morte. E le nostre Fatima Mernissi, Malika Mokeddem, ma anche Assia Djebar o Hélé Beji, solo per fare qualche nome, sono le Sherazades di tutto un popolo, perché con la loro parola dicono ciò che le altre donne non sanno e non possono dire.

         Ma chi è Scherazade per continuare ad essere evocata - da scrittori e scrittrici -in tutta la letteratura magrebina moderna? La mitica eroina delle 1001 Notte non è solo la rappresentazione del potere della voce e del racconto, un racconto che si trova ad essere rinforzato da una modernità testuale assicurando al tempo stesso la rappresentazione diegetica della diegesi, cioè la storia di una storia di una storia. Nella letteratura magrebina - come nelle 1001 Notte - i personaggi-racconto ci coinvolgono da un’epoca all’altra e da uno spazio all’altro facendoci vivere contemporaneamente, nel caso del romanzo della Mernissi, il protettorato francese, la seconda guerra mondiale o la Reconquista.

         Le nostre due autrici allora possono essere paragonabili alla leggendaria eroina? Certamente, e non soltanto perché così vogliono ma anche perché di fatto così sono. Ne La terrazza proibita [6] il potere del racconto scherazadiano è rinforzato dalle condizioni spaziali del testo: tutto avviene al chiuso, in un mondo essenzialmente femminile, in un tempo che altro non è che evocazione di altri tempi.

“Un pomeriggio, verso sera, mia madre mi spiegò con tutta calma il motivo per cui quelle favole andavano sotto il nome di Le Mille e una notte. Non era un caso, infatti, poiché per ognuna di quelle notti ‑ che furono tante ‑ Shahrazàd, la giovane sposa, dovette raccontare una storia così avvincente e accattivante da indurre il re, suo marito, a mettere da parte il furioso progetto di farla giustiziare all'alba. Ne fui terrorizzata. «Mamma, vuoi dire che se al re non piace la storia di Shahrazàd, farà venire il sayyàf (il boia)? ». Continuavo a chiedere altre possibilità per la povera ragazza; volevo delle alternative. Perché non poteva aver salva la vita anche se al re non fosse piaciuta la storia? Perché Shahrazàd non poteva dire semplicemente quello che voleva, senza doversi preoccupare del re? O perché non poteva rovesciare la situazione, e chiedere lei al re di raccontarle una storia avvincente ogni notte? Così, almeno, lui avrebbe capito il terrore che si prova a dover compiacere qualcuno che ha il potere di tagliarti la testa. La mamma disse che prima di cercare altre vie di scampo, dovevo conoscere tutti i dettagli della vicenda.” [7]

         Scherazade è colei che non solo grazie alla parola mette fine alla fatalità di una condizione femminile interamente sottomessa ma anche, in quanto donna, riesce a conquistare uno statuto uguale a quello del Re, dato che diventerà Regina e per sempre. Proprio in questa sua funzione risiede il mito emancipatore in una società ove la donna è confrontata alla duplice faccia del suo statuto sociale, che dipende sia dal mondo di provenienza che da quello in cui è inserita [8].

“Quando mia madre finì di raccontare la storia di Shahrazàd, io le chiesi: «Ma come si impara a raccontare le storie che piacciono ai re?». Mia madre mormorò, come parlando tra sé e sé, che le donne non facevano altro per tutta la vita. Questa risposta non mi fu di grande aiuto, naturalmente, ma poi lei aggiunse che le mie opportunità di essere felice dipendevano tutte dal grado di abilità che avrei acquisito nell'uso delle parole.” [9]

         E allora ecco che la scrittura di una donna magrebina diventa una scrittura dell’urgenza, affinché prenda la parola e sia ascoltata. Questo è il solco da seguire per cercare di leggere ed interpretare un mito che ci interroga e al tempo stesso opera una fusione fra immaginario e storia contemporanea. In quest’altalena fra silenzio-reclusione e memoria-ricordo le Scherazades sono ben più numerose di mille e una ed ognuna di loro ha diritto alla sua notte, al suo racconto che le offrirà il riscatto, perché esprimendosi testimoniano non solo di una storia che è inevitabilmente eredità di un’altra storia, ma anche della nostra storia in corso, di quella che si legge sulle pagine dei giornali.

         Eppure, anche se in modo generale si potrebbe affermare che le storie di tutte queste Scherazade altro non sono che un’unica storia, il canto polifonico di un unico spartito, Fatima Mernissi e Malika Mokeddem si situano su piani molto diversi. Il denominatore comune resta quello dell’essere donna, donna tout court, né magrebina né araba, però, guardando da più vicino sorgono delle differenze: la prima è Marocchina, di una ricca famiglia di Fez, affermata sociologa; la seconda è Algerina, figlia di nomadi, ha studiato ad Orano e a Montpellier dove esercita la professione di medico. Entrambe scrittrici “per caso”, mettono a nudo una lingua segreta, Des rêves et des assassins è scritto in francese e Dreams of Trespass: Tales of a Harem Girlhood in inglese, come ad indicare che i tentativi autobiografici devono necessariamente passare per la lingua dell’altro, non solo per assicurarsi un pubblico ma anche per uscire da uno spazio che oltre che geografico è anche linguistico.

         La scrittura di Fatima Mernissi non rivela un mondo tragico, quella di Malika Mokeddem sì, questa come in generale quella di tutte le altre scrittrici algerine contiene sempre  punti di dolorosi e segreti lutti perché lo sguardo verso l’Algeria è pregno di un oscuro ritorno indietro verso un non so che di angosciante.

L’harem: libertà dell’immaginario?

         Come conciliare una ricerca sociologica di ampio respiro ed una vocazione letteraria? Che ruolo svolge il vissuto? Fatima Mernissi organizza il suo romanzo su assi prettamente sociologiche: la religione, il vestiario, l’hammam, la cura del corpo, la magia, il tutto dentro la cornice dell’harem la cui parte più significativa è l’alta terrazza. Da lì tutto è possibile, perché

“Comunque sia, la felicità, lo pensavo allora e lo penso a tutt'oggi, è inconcepibile senza una terrazza, e per terrazza intendo qualcosa di molto diverso dal tetti europei che ci descrisse il cugino Zìn dopo aver visitato Balad Thalj, la Terra della Neve. Ci disse che le case, da quelle parti, non hanno le nostre terrazze piatte, imbiancate a calce, e spesso adorne di lussuosi pavimenti, piante, fiori e divani. Al contrario, i loro tetti, concepiti per riparare le case dalla neve, sono triangolari e appuntiti, e non è possibile neanche stare in piedi, lì sopra, perché si scivolerebbe subito di sotto. Tuttavia, anche a Fez, non tutte le terrazze erano concepite per essere accessibili; su quelle più elevate, di norma, era proibito salire, perché a cadere giù da quelle altezze, si era spacciati. Nondimeno, io sognavo sempre di visitare la nostra terrazza proibita, la più alta in tutto il vicinato, dove, a memoria mia, nessun bambino aveva mai messo piede.” [10]

         Salta evidente agli occhi del lettore un triplice io: quello reale, quello del personaggio e quello della sociologa, tuttavia su queste tre sfaccettature quella che esercita una tirannica supremazia è sicuramente la terza. Testo chiaramente rivolto ad un pubblico occidentale, ove ogni pretesto è buono per informare, per spiegare, La terrazza proibita è un romanzo estremamente facile, leggibile. Eppure, paradossalmente, la vita dell’harem descritta da una sociologa agguerrita dovrebbe essere brutale, esplosiva, irrefutabile e perfino imbarazzante, invece no, benché la condizione della donna marocchina sia sommersa da un vaporoso polverone giuridico-storico tendente a dimostrare l’inferiorità del “deuxième sexe”. La ragione del testo sta forse proprio nelle contraddizioni vissute da un’intellettuale nata nella Fez del 1940 che si batte per l’uguaglianza e che non riesce a farsi una ragione della separazione ostile e senza possibilità di dialogo fra uomini e donne [11]. Harem, raramente parola è stata più abusata, distorta e sprecata dall’Occidente, e Fatima Mernissi annulla tutti i cliché evitando accuratamente le evocazioni segrete, misteriose e persino tragiche grazie non solo alla sociologia, ma specialmente grazie all’humor. Forse non aveva l’intenzione di scrivere un libro di sociologia, anzi, non l’aveva affatto, voleva solo parlare di un argomento che le stava a cuore, ecco perché non parla dell’harem astratto ma di quello che ha conosciuto, ove la nozione di prigione è inesistente, infatti la claustrazione è solo sinonimo di vita femminile protetta, privilegiata ed agiata: in questo testo l’harem è il simbolo di uno spazio anteriore, puro, incorruttibile che diventa l’allegoria della tradizione. Le donne di casa Mernissi non sono esseri senza autorità e senza volontà, questa non è la realtà dell’universo tradizionale perché queste, escluse dalla vita esteriore (cfr. il capitolo “Lavapiatti acquatiche”) hanno saputo fabbricarsi un arte di vivere che consente loro di dirigere, di decidere e di affermarsi. Libro di ricordi e di esperienze personali dunque, con molte pennellate di storia collettiva, di abitudini quotidiane, come se volesse condizionare il lettore ad un mondo che ha i suoi codici, i suoi gesti che scandiscono il mondo magrebino in generale e più specificatamente la borghesia fassi. Quello di Fatima Mernissi è uno sguardo sulla tradizione e, che lo si voglia o no, è uno sguardo del nostro tempo. La tradizione esiste, certo, ma fa solo da quadro ad un’immagine di modernità.

“Gli abiti dicono molto sul progetti di una donna. Se vuoi essere moderna, esprimilo attraverso l'abito che porti, altrimenti ti metteranno dietro le sbarre. I caffettani possono essere di bellezza inconparabile ma gli abiti occidentali parlano di lavoro salariato” [12]

         La tradizione non è un’istanza sacra, è il pre-testo della memoria e la donna ha una memoria concreta grazie alla quale istaura un dialogo critico con la modernità. Ora, la società magrebina sembra proprio temere di perdere la memoria perché è colpita da una sorta di mania del ricordo, del passato, e se il 2000 annuncia solo l’amnesia, quella con la mano armata dalle lame integriste, allora la rievocazione è necessaria, frenetica ed urgente.

         Versando la sua storia in questa narrazione così trasparente, la Mernissi sembra dimostrare che la memoria non solo non tralscia nulla, ma trova anche lo spazio per riflessioni sul presente senza tingerlo di fosche tinte. Così il monito alle donne di modernizzarsi, di combattere per la propria affermazione diventa da una parte una sorta di Credo, e dall’altra la messa in scena dell’esistenza del soggetto fra restituzione di una storia collettiva e riconoscimento di un destino proprio. Quel che fa la Mernissi è di raccontare la sua infanzia e la sua adolescenza come quella di una gran donna, ma non potendo esserne sicura, fa come se avesse dovuto diventarlo, dato che è molto cosciente di essere la giovane Mernissi, come si direbbe la giovane Simone de Beauvoir.

“Quindi decisi che avrei sviluppato un talento e avrei dato felicità al mio prossimo, in modo che nessuno avrebbe più potuto farmi del male: non era forse così? L'unico problema era che ancora non sapevo quale potesse essere il mio talento. Ma certo qualche dote dentro l'avevo anch'io. Allàh è generoso con le sue creature e a ognuna di esse dona qualcosa di bello; lo semina nel cuore come un fiore misterioso, senza farsene accorgere. Anch'io, probabilmente, avevo ricevuto la mia parte; non dovevo fare altro che attendere e coltivarla, finché non fosse giunto il mio momento. Nel frattempo, avrei imparato tutto quello che potevo dalle eroine della nostra storia e della letteratura.” [13]

         Questa volontà di imparare per diventare a propria volta un esempio imitabile mette in evidenza un’insaziabilità dell’autrice pronta ad appropriarsi anche di un’esistenza supplementare tutta consacrata ad evocare, commentare. La sua infatti è una narrazione mista fra esplorazione di una società e funzionamento della memoria, una memoria non solo familiare ma anche sconosciuta, capace di attingere ad un passato collettivo, a materiali letterari iscritti nel profondo che emergono solo se messi a contatto con un’esperienza viva e presente.

        

Mediterraneo, sogno consunto

         Dei sogni e degli assassini [14] è certamente un titolo scoraggiante, ma quale non lo è, specie nella letteratura magrebina? Difficilmente si possono prevedere personaggi sereni e leggeri, e da tempo, da molto tempo tanto la memoria quanto l’autobiografia non sono oggetto di scrittura ma di autopsia. Tutta la forza di questo romanzo sta nella tensione fra Orano e Montpellier ed in questa tensione si legge “en abyme” una storia collettiva. La maggior parte delle infanzie algerine ha sognato di scrivere un giorno la propria vita perché questo desiderio ubbidisce a quello molto più vasto di viaggiare, e per la Mokeddem la scrittura è erranza. Scrivere o allontanarsi da sé e dalla propria terra è la stessa cosa [15]: si abbandonano i pensieri immediati quando ci si applica a formularli, bisogna distogliersi da essi per scoprirli sotto un’altra spoglia e solo allora è possibile, anzi inevitabile che un giorno il viaggio interiore si prolunghi in una peregrinazione geografica, basta che l’esame del passaggio intimo si coniughi con la prova del mondo. Eppure è anche vero che lo scopo di ogni erranza è l’erranza stessa e quanto sarà detto, descritto o evocato non avrà valore se non grazie all’intensità degli istanti vissuti lontano, lontano non solo da Orano, ma lontano e  basta. Come se lo spostamento, lo spaesamento,  il gioco di incontri fortuiti dovesse solo servire per cucire lo spazio sia al tempo che alla memoria, mettendo così due labbra sulle rive del Mediterraneo.

         Malika Mokeddem fa uso della scrittura come una paziente in terapia analitica: vuole sapere, vuole liberarsi, la storia è molto chiara:

     “Ma mère, elle, je ne l'ai jamais connue. Ma prime enfance est marquée par son absence autant que par les excès de mon père. Le manque et l'outrance. Deux énormités opposées et sans compensation.

     J'étais encore dans son ventre lorsque ma mère prit le bateau vers la France. C'était en 1962, a l'indépendance de l'Algérie. Une année auparavant, on l'avait mariée. Contre son gré, évidemment.

     Moi en elle. Elle dans la foule de l'exode pied‑noir. Pas pour les mêmes raisons. Son frère, emprisonné pendant la guerre à cause de ses activités au sein du FLN, venait d’être libéré à Montpellier. Dans un tel état de délabrement qu'on le disait mourant.

     Ma mère fut dépêchée afin de s'occuper de lui. Je naquis alors.

     A l'Indépendance du pays, tout le monde fit bombance. Mon père aussi. A sa façon. Pendant que sa femme soignait son frère et me mettait au monde à Montpellier, il se livrait, lui, à ses exploits. En cinq mois, il avait pris et répudié une épouse. Pour indocilité. Comme entre‑temps il avait engrossé la bonne, il l'épousa aussi. Du moins était-elle soumise. Reconnaissante même. Pardi, les filles‑mères vivent un tel calvaire! Avec elle, mon père pouvait désormais s'adonner sans drame à ses débordements.

     Dès que son frère alla mieux, ma mère regagna Oran. Trouva sa bonne enceinte. Ne défit même pas son baluchon. Repartit sur‑le‑champ. Seule. J'avais trois mois lorsque, sur le seuil d'une porte, mon père m'arracha à ses bras.”[16]

         La memoria ha due ruoli, quello di attuare l’oblio e quello di resuscitare in qualsiasi momento il passato, l’infanzia. Questi due termini non li intendiamo solo nell’accezione temporale, cronologica o psicologica, cioè del ricordo pallido e sommerso che chiede di tornare in superficie, ma come un senso primitivo e primario che si mantiene malgrado la tagliente realtà del presente. Se è vero che non si tratta solo di un sentimento del passato, né di ricordi, ma del sentimento di qualcosa che appartiene intimamente, una specie di “antiquariato” dell’anima è anche vero che proprio da lì emerge la possibilità di scrivere sfuggendo alla tirannia dell’io, lavorando la materia del vissuto per raggiungere una scrittura della memoria e della vita tout court. Poco importa il concetto di autenticità. Concordando con quanto afferma Marta Segarra [17], l’assimilazione del narrato e del vissuto è spesso incoraggiata da esigenze editoriali: se il pubblico si aspetta dalle scrittrici magrebine una certa visione della loro società, così un romanzo come L’interdite [18] che si scarta totalmente dalla testimonianza è presentato in quarta di copertina così: “Il y a beaucoup de Malika Mokeddem dans L’Interdite. Fille de nomades analphabètes, après des études à Oran, elle choisit la France et finit par devenir médecin à Montpellier. Comme Sultana, elle n’a cessé de se battre depuis l’enfance pour étudier, pour être libre.” Altrettanto di può di dire de Des rêves et des assassins.

         Malika Mokeddem ripercorre un po’ in tutti i suoi romanzi la vicenda del passaggio dall’Algeria alla Francia, non perché sia semplicemente emigrata e neanche perché è partita “in esilio”, piena della collera di chi sfugge un mostro capace di sgozzare, ma perché l’Algeria - terra esasperante - rappresenta un inalienabile legame ed una fonte inestinguibile di memoria e di scrittura. Da questo punto di vista la Mokeddem si accomuna a tutte le altre scrittrici che hanno vissuto la scrittura come un’esperienza psicanalitica: lunghi monologhi ove l’io narrante, disteso nella penombra o nell’oscurità, si abbandona ad una sfrenata ricerca di sé:

“je me rappelle le sentiment d’irréalitè qui me saisit alors. Je me rappelle que l’odeur des fleurs d’oranger saturait l’atmosphère. Je me rappelle un soleil tapageur. Un ciel imbu de son bleu. C’était au printemps. J’avais huit ans.” [19]

         E’ la delicata bellezza di questo come di qualsiasi altro romanzo della memoria: permetterci di penetrare in un mondo, nell’Algeria della Mokeddem nel nostro caso, un mondo ove la psicanalisi è “illegale”, nel senso che tutto sembra essere votato all’amnesia. Solo dalla riva opposta del Mediterraneo è possibile rimembrare.

         Aldo Carotenuto inizia uno dei suoi saggi più recenti [20] con un capitolo intitolato “La mente che traccia un sentiero” ove sostiene che il passato remoto quando riemerge si tinge di colori tenui, “azzurrini”, perché tutto assume una connotazione di tempo felice. Grazie alla distanza temporale si opera un processo ottico, ben noto in pittura, ove tutti gli elementi si assestano e si integrano in un insieme coerente, così solo grazie allo sguardo retrospettivo si può rendere la storia individuale. Per quanto riguarda la letteratura magrebina le cose vanno diversamente: la distanza temporale non riesce a far sì che tutto quanto era stato fonte di dolore si attenui e si amalgami. La scrittura non permette di vivere la memoria come dimensione di tempo circolare ove non c’è né inizio né fine perché la scrittura è tensione e il suo tempo è lineare.

“Seule l’épreuve du temps sépare le vrai de l’ivraie.” [21]

         Secondo Marta Segarra [22] l’esercizio di immaginazione che rappresenta la scrittura è uno strumento privilegiato per favorire il dominio della memoria sul tempo. Mettere in ordine dei ricordi sparsi significa conferire loro un senso, aver l’impressione di padroneggiarli e poco importa il concetto di autenticità, importa invece che quest’io autobiografico vada dalla realtà alla finzione e viceversa in modo da infondere la forza e la tenerezza di un immaginario che è soggettivo, specifico, solo così la vita può diventare letteratura sfuggendo alla banalità: questo spiega il “bisogno di narratività”.

         La memoria delle parole e delle ferite fa sì che l’io autobiografico vada dalla realtà alla finzione in modo da infondere la forza e la tenerezza di un immaginario che è soggettivo, specifico, solo così la vita può diventare letteratura, ma non è facile sfuggire alla banalità, infatti la memoria non deve essere mai la fedele restituzione dei fatti, deve invece penetrare un sistema immaginario che, in massima parte, ubbidisce alle leggi del sogno. La biografia deve essere come schegge di uno specchio infranto che continuano a riflettere il reale, ecco perché non interessa l’adesione alla verità, ma quella sorta di collante di cui si serve ogni scrittore per colmare  gli spazi vuoti fra i fatti, le lacune della storia e della vita e di raccontare ciò che esse non dicono.

“Ma mémoire est faite de sensations entrecoupées par de grands trous noirs. Et si je ne gardais aucun souvenir du geste de Lamine, soudain je revis avec précision cette poupée posée sur la télévision. Il me sembla alors qu’elle avait atterri là comme une invitée trop apprêtée pour notre gourbi.” [23]

         La scrittura trascrive la memoria, accorda al mondo evocato un’altra visibilità ed un altro spessore, e così una catena di causalità permette di operare il passaggio fra vissuto e detto, ma tutto resta comunque sospeso, alla ricerca di un nome:

“N’oublie pas, je m’appelle Zana Baki.” [24]

         questa sarà la traccia da seguire in Francia, la voce, il nome, il volto da non dimenticare malgrado gli anni, ma tutto resterà comunque sospeso perché senza risposta. La memoria permette di esplorare tutte le posizioni dell’io nel tempo narrativo, tuttavia, sia essa fedele o meno, in ogni caso offrirà a chi scrive il piacere della creazione, da questo punto di vista non c’è differenza fra realtà ed immaginario.



[1] “A l’heure actuelle, dans notre pays, une femme qui écrit vaut son pesant de poudre”,  introduzione al romanzo di Yamina Mechakra La grotte éclatée, Alger, Enal, 1986, II ed., p. 8 e a questa stessa frase si è ispirata Marta Segarra per il suo saggio Leur pesant de poudre: romancières francophones du Maghreb, Paris, L’Harmattan, 1997.

[2] Autobiographies d’Algériennes sur l’autre rive: se définir entre mémoire et rupture, comunicazione presentata al Convegno Internazionale dell’Università di Bordeaux III “Les littératures autobiograhiques de la francophonie” 20-22 aprile 1994. Testo dattilosritto gentilmente messomi a disposizione dall’Autrice.

[3] Le pacte autobiographique, Paris, Seuil, 1975.

[4]  Christiane Achour, ibidem.

[5] La voyeuse interdite, Pais, Gallimard, 1991, p. 124.

[6] Fatima Mernissi, La terrazza proibita. Vita nell’harem, trad. it. di Rosa Rita D’Acquarica, a cura di Claudia Tresso, Firenze, Giunti, 1996.

[7] p. 14.

[8] Cfr. il capitolo “Il destino di Budùr” pp. 128 - 135.

[9] p. 17.

[10] p.136.

[11] “‘Perché i maschi e le femmine non possono continuare a giocare insieme, anche quando crescono? Perché questa separazione?’.

Mìna replicò senza dare risposta alle mie domande, ma dicendo che, a causa di questa separazione, uomini e donne vivono delle vite molto infelici. La separazione crea un enorme divario nella comprensione. ‘Gli uomini non capi­scono le donne’, disse, ‘e le donne non capiscono gli uomi­ni, e tutto comincia quando i bambini vengono separati dalle bambine al hammàm. Allora, una frontiera cosmica spacca il pianeta in due metà. E la frontiera indica la linea del potere, perché dovunque esista una frontiera, ci sono due categorie di esseri che si muovono sulla terra di Allàh: i potenti da una parte e i senza potere dall'altra’.

Chiesi a Mìna su quale metà del pianeta mi trovassi io. La sua risposta fu rapida, breve e chiara: ‘Se non puoi uscirne, allora sei dalla parte di quelli che non hanno potere’.”  pp. 231-232.

[12] p. 80.

[13] p. 120.

[14] Malika Mokeddem, Des rêves et des assassins, Paris, Grasset, 1995.

[15] Cfr. pp. 80 - 82.

[16] pp. 12 - 13.

[17] Leur pesant de poudre: romancières francophones du Maghreb, cit., p. 136.

[18] Paris, Grasset, 1993.

[19] p. 25.

[20] Aldo Carotenuto, Le lacrime del male,Milano, Bompiani, 1996.

[21]  p. 134.

[22]  op. cit., p. 47.

[23] pp. 36 - 37.

[24] p. 26.



http://www.limag.refer.org/Textes/Igonetti/MernissiMokeddem.htm

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