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Dal colonialismo alla modernità nel Vicino Oriente e nel Maghreb

Lingua: Inglese
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Dal colonialismo alla modernità nel Vicino Oriente e nel Maghreb

Vorrei cominciare brevemente, partendo dagli interventi che mi hanno preceduto, riguardanti l'area in cui opererà questo Master.

Innanzitutto per dire che aderisco interamente alla filosofia che anima quest'operazione. Trovo che sia molto importante oggi giorno che un certo numero di istituzioni europee si siano associate per approfondire la conoscenza delle società mediterranee. Sono stato molto colpito, fra le varie cose, dall'intervento del presidente del porto di Venezia, perché penso che le sue preoccupazioni siano simili a quelle delle autorità economiche e politiche di altre realtà europee come Marsiglia, Barcellona ecc. Penso quindi che sia molto importante equilibrare lo sguardo verso il sud, come l'Europa ha fatto e continua fare nei riguardi dell'est.

Ho passato tre anni a Berlino, in quest'ottica, per cercare di interessare i miei colleghi tedeschi e di lavorare con loro proprio ad una nuova forma di apertura verso il mondo arabo-islamico che rispondesse allo stesso tipo di preoccupazione. Penso che oggi sia importante che in questo spazio europeo si formi una relazione che unisca giovani ricercatori di diverse discipline e dei diversi paesi europei e riguardante sia l'evoluzione delle società del sud, nei loro diversi aspetti culturali ed economici, che anche le forme di compresenza delle società mediterranee nelle nostre società europee. E mi rallegro che l'attenzione del master vada anche verso i problemi dell'immigrazione, perché nello spazio europeo, in origine soprattutto nei vecchi paesi industriali dell'Europa del Nord, c'è stato un movimento di manodopera a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, soprattutto dopo gli anni '60, che è sfociato, in forme diverse, nella presenza stabile di circa...... non si sa esattamente, ma le stime di base parlano di circa sei milioni di persone, mentre quelle di massima arrivano fino a dieci, dodici milioni di persone, tutte originarie del Maghreb e della Turchia, e che sono oggi già nostri concittadini o lo diventeranno presto. Rappresentano quindi già più di un medio-piccolo Stato europeo. E questi nuovi europei hanno per certo dei legami di interesse, cultura, economici, personali con il sud e l'est del Mediterraneo.

Se vogliamo fare per l'Europa qualcosa di positivo di questa integrazione degli europei di origine maghrebina o turca, occorre capirli. Non, però, se svilupperemo un'immagine terrificante, ed ammetto che certe volte ho molta paura di questa visione europea dell'Islam e della criminalità, perché oggi giorno il discorso sulla criminalità tende a sostituire il discorso sul migrante; occorre attraverso studi empirici e riflessioni teoriche creare un maggiore sapere che diventi elemento di questa modernità reciproca. Le nostre società europee hanno probabilmente sviluppato, nel diciottesimo secolo e nel periodo coloniale, una certa forma di conoscenza ed esperienza delle società mediterranee. E in seguito l'hanno persa. Occorre sviluppare nuovamente questa conoscenza in maniera reciproca, perché sarebbe necessario che anche le stesse società mediterranee ci conoscessero un po' meglio.

Penso che una rete universitaria, come quella che state creando, una rete che possa associare diverse università europee interessate al sud, sia qualcosa di molto importante per compiere questo passo ed evitare che vengano sviluppate sia da una parte che dall'altra delle visioni integraliste.

Mi limiterò quindi a questa specie di professione di fede per sviluppare il tema che mi è stato richiesto.

Vi ringrazio intanto per aver accettato che io ho mi esprimersi in francese, scusandomi quindi di non saper parlare l'italiano e per aver evitato la nuova lingua comune europea, cioè l'inglese.

 

Parlerò quindi del passaggio dal colonialismo alla modernità nel vicino oriente e Maghreb.

Tratterò l'idea di modernità partendo da un nuovo approccio, caratterizzato nelle società europee da una certa forma di dissociazione dal pensiero e dalla visione religiosa del mondo, che pur esistendo ancora con una sua certa rilevanza, non domina più, a partire già dal diciottesimo secolo. Si tratta di vedere come questa forma di razionalizzazione, lo spirito dei lumi, si dispiegherà e scontrerà, perché non dobbiamo dimenticare che la modernità penetrerà nel mondo arabo con violenza, guerra e scontro. Nell'inconscio collettivo del sud e dell'est del Mediterraneo la modernità è rappresentata dalla spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto. Così come gli scontri contro l'impero austro ungarico e i russi, con Pietro il grande, che respingono il mondo musulmano verso l'area anatolica o asiatica e africana.

Questa modernità è fatta anche di rottura e di continuità. Se la guerra è un tipo di rottura, il conflitto ha generato all'interno delle società musulmane alcune forme di riflessione su quello che l'Occidente poteva apportare loro. È a partire dal diciottesimo secolo, essenzialmente in Turchia, nel cuore dell'apparato statale, tra gli 'ulema e i giannizzeri, questi schiavi di stato che gestivano il funzionamento statale, che parte una riflessione sui modi migliori per resistere all'Europa, importarne le tecniche senza importarne lo spirito, la religione e le idee. Come poter fare una scelta tra l'artiglieria che sarebbe necessario produrre e gestire per conto della società ottomana, la costruzione di navi appropriate di modo che la flotta ottomana non venga continuamente battuta, dai russi per esempio, e mantenere l'autenticità. Questo dibattito che si svolge nel diciottesimo secolo si pone tuttora, in altri termini, perché le società musulmane, dalla Turchia all'Egitto fino al Maghreb, hanno cercato di attraversare queste tappe della modernità ma non ci sono riuscite pur progredendo, riformandosi o adattandosi. Hanno dovuto farlo con un rapporto diseguale nei confronti dell'Europa del XIX secolo, in cui la modernità ha portato con se la dipendenza.

Bisogna rendersi conto dei tentativi di modernizzazione come l'introduzione di ferrovie, che sia in Egitto o in Turchia o la costruzione del canale di Suez in Egitto, fatta con un'importante partecipazione delle società locali; per esempio il sovrano egiziano, il Kedhivè Ismail, aveva finanziato De Lesseps e questo aveva comportato un indebitamento terribile dell'Egitto che ha dovuto in seguito evolvere verso una tutela finanziaria che si è conclusa nella colonizzazione attraverso l'installarsi degli inglesi in Egitto nel 1882 dopo negoziati molto complessi. Ogni paese europeo, a partire dal diciottesimo secolo, si sorveglia perché non ci siano situazioni di vantaggio per qualcuno in questo gioco nei confronti dell'impero ottomano. Dove una preminenza della Russia, Austria, Inghilterra o Francia avrebbe portato verso uno squilibrio di quello che si chiamava all'epoca il "concerto europeo".

C'è stata una colonizzazione, i cui punti chiave sono lo sbarco dei francesi in Algeria nel 1830, la presenza inglese nel medio oriente dal 1842. Questa colonizzazione è stata, forse non è molto politically correct dirlo, anche un elemento di modernizzazione di queste società, a differenza di una modernizzazione endogena che non era riuscita a decollare.

Questa forma di modernizzazione che avrebbe certamente potuto limitarsi alla costruzione di infrastrutture o di un sistema giuridico o educativo, comporterà anche una forma di rigetto e di costruzione di stati nazionali che si baseranno sul modello europeo.

Vedete come la modernizzazione sia uno scambio continuo, conflittuale, innovativo al quale anche noi partecipiamo. Magari diversamente da allora, poiché adesso il principale interlocutore dei paesi arabo-musulmani del Mediterraneo oggi è l'Europa. Si tratta soprattutto di spazi economici, di circolazione, forse meno sul piano culturale, perché i nostri stati nazione rimangono degli attori importanti. Anche adesso quindi c'è una continuità nello scambio e conflitto.

Gli sforzi di adesso dovrebbero tendere verso una stabilizzazione dei rapporti, una relazione tranquilla e di reciproco interesse. A condizione che si tenga conto delle preoccupazioni dei nostri partner, che vengano aiutati a sorpassare i conflitti che sopraggiungeranno, che vengano aiutati a limitare gli effetti perversi dei nostri stessi modelli, dal momento che hanno preso a prestito da noi il modello dello Stato nazione, che è anche portatore di certi conflitti.

Soprattutto perché queste società sviluppano ad un certo punto delle rivalità tra stati. Prendiamo come esempio l'Algeria e il Marocco dopo l'indipendenza, rivalità perfettamente comparabili alle rivalità tra gli Stati europei del XIX secolo, quasi sul tipo franco-tedesco. Problemi di frontiera o malintesi, nonostante ampie siano le cose in comune. Occorre poter aiutare queste società a rinunciare alla violenza, a costruire dei sistemi regionali equi. Che sia nel Maghreb o nel medio oriente.

Nel Medioriente il problema è particolare, differente. Esiste il conflitto arabo israeliano che dal '48, ma forse da un po' prima, costituisce una specie di esportazione delle disfunzioni del sistema europeo.

E che, alla fine, ha polarizzato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale le costruzioni statali del Medioriente. Che si sono organizzate in maniera mitica attorno alla lotta contro Israele. Oggi siamo in una situazione in cui la guerra è impossibile, perché c'è una specie di rinuncia alla guerra dopo il trattato di Camp David del 1979, tra Egitto ed Israele, e dopo di accordi di pace di Oslo. Ma la pace non è ancora reale. Ci sono difficoltà da entrambe le parti, difficoltà di rappresentazione e di rinuncia alla violenza nel rapporto tra stati e tra società.

Forse il lavoro all'interno delle società è ancora più importante. L'obiettivo di un Europa che avrebbe dei progetti, delle idee sia sul Medioriente...[cambia lato]

... occorrerebbe anzitutto sopprimere i rapporti di violenza e cominciare una certa forma di sviluppo e di modernità con l'aiuto dell'Europa. E si può sperare che questa relazione positiva possa progressivamente sostituirsi alle terribili immagini che interessano queste regioni da parte delle nostre reciproche visioni, soprattutto quella di un Islam radicale per noi europei, che esiste ma che noi contribuiamo a sviluppare. Sono molto colpito, per esempio, di vedere le reazioni contro il bombardamento dell'Iraq, nel dicembre scorso da parte degli Stati Uniti; c'è stata una manifestazione che è passata assolutamente sotto silenzio, a Rabat, di centomila persone delle strade, organizzata dal partito islamista marocchino. Vedete che qui non era l'Europa all'origine di questa violenza, sebbene un paese come la Gran Bretagna fosse direttamente implicato. Gli altri paesi hanno taciuto ed hanno praticato una forma di accettazione di questa violenza.

Secondo me, quando usiamo questo tipo di violenza, partecipiamo ad una forma di regressione, in termini di rapporti di comprensione e possibilità di scambi con questi paesi.

Mi rendo conto di essere stato troppo lungo nella mia introduzione, e quindi riprenderò molto brevemente qualche punto.

 

Senza rifare la storia del mondo mediterraneo, sebbene Venezia si presti a questo, occorre vedere che in realtà il mondo arabo musulmano è stato marginalizzato dallo sviluppo europeo, a partire dalle grandi scoperte del XVI secolo.

La navigazione attorno all'Africa che aveva la sua destinazione in Asia e nelle Indie, priverà l'impero ottomano di gran parte delle sue risorse commerciali, dal momento che fungeva da intermediario tra queste regioni e l'Europa.

La scoperta dell'America offrirà a Spagna, Portogallo e anche, indirettamente, a Francia, Olanda ed Inghilterra una maggiore ricchezza e una diversa organizzazione statale. Gli stati progrediranno, stabilendo delle armate permanenti, delle flotte, delle amministrazioni e dei sistemi fiscali. Tutto ciò razionalizzerà il rapporto con la propria popolazione, e creerà un rapporto diseguale con il mondo arabo-musulmano.

E la reazione dell'impero ottomano? Non sarà, dopo la caduta di Grenada, che precede la scoperta dell'America, quella di voler riconquistare l'Andalusia. In fin dei conti l'impero ottomano considerò le province spagnole poco interessanti, a differenza delle grandi pianure di grano, piene di bestiame e di persone ricche da poter tassare, dell'Europa centrale e balcanica. L'ultimo assedio di Vienna è, non dimentichiamolo, del 1686, quindi siamo durante il regno di Luigi quattordicesimo, e in questo periodo l'impero ottomano è ancora nello spazio europeo una potenza minacciosa, con la quale bisogna fare i conti, ma anche con cui si commercia, si scambia.

Una potenza che non esisterà però più, in seguito alla battaglia di Lepanto, che ha bloccato la reale presenza ottomana nel Mediterraneo occidentale. Di fronte alla Russia Di Pietro il Grande, di fronte all'impero asburgico, l'impero ottomano perde la sua base di ricchezza e controllo delle popolazione europee. Diciamo però che il cuore dell'impero non venne toccato, così come le popolazioni musulmane non vennero raggiunte ancora dall'espansione europea. In fin dei conti lo scontro avveniva in Romania o nel sud della Russia o nei Balcani.

Quando a Bonaparte, per ragioni di politica interna, gli fu fornita una flotta e un'armata dal Direttorio e gli fu detto di andare a vedere in Egitto. Questo sbarco armato fu anche costituito da un gruppo di studiosi perché Bonaparte sbarcava in Egitto con tutte le concezioni della società francese della rivoluzione. C'erano 300 studiosi, diretti da Monge e da tutto lo Stato maggiore della nuova Ecole Polytechnique. Tutta gente che lavorerà al sistema idraulico, all'organizzazione della società, che comincerà la modernizzazione del XIX secolo.

Cominceranno a studiare lo scavo del canale, recupereranno resti archeologici, si interesseranno al passato, alla storia, agli 'ulema, insomma cominceranno a fare una valutazione e una descrizione dell'Egitto.

La flotta poi, come sapete, sarà distrutta da Nelson e Bonaparte avrà altri progetti politici, lasciando la sua armata alla capitolazione due anni dopo. Quello che è importante è che in questo periodo estremamente breve, un insieme di conoscenze verrà raccolto, e un certo numero di egiziani, che siano 'ulema o giannizzeri, ne verranno influenzati. Uno di loro, Mohammed Alì, un giannizzero albanese, comandante aggiunto della spedizione ottomana per cacciare i francesi, resterà affascinato sia dall'organizzazione militare che da questo spirito di riconoscimento del valore della società.

A Mohammed Alì basterà, dopo la sconfitta francese, riprendere il progetto di Bonaparte e di prendere al suo servizio, chiedendo loro per formalità di convertirsi, tutti i militari che erano rimasti in Egitto, circa 800.

È il caso del colonnello che assumerà il titolo di Suleiman Pascià, diventando il capo di Stato maggiore dell'armata di Mohammed Alì ed organizzerà l'esercito sul modello di quello francese. Una delle principali piazze del Cairo che adesso si chiama talatab si è chiamata per molto tempo "piazza Suleiman Pascià".

E sarà proprio lui, assieme al figlio primogenito di Mohammed Alì, Ibrahim, a cercare di conquistare il Medioriente, cacciando i wahabiti della Mecca, per conto dell'impero ottomano, guardiano ufficiale dei luoghi santi.

E siccome Istanbul tardava a ricompensare Mohammed Alì per l'impresa, questi mandò proprio Ibrahim e Suleiman Pascià a conquistare la Siria. Ed è in questo momento che l'Europa comincia a preoccuparsi di questa armata egiziana, organizzata da ufficiali francesi, che dopo il 1815 sta minacciando Istanbul.

L'operazione di modernizzazione e di conquista da parte di Mohammed Alì poteva avere successo solo se la Francia avesse deciso di correre un rischio di guerra contro gli altri paesi europei. E difatti ci fu un dibattito politico in Francia molto importante, condotto da alcuni uomini-simbolo, come Thiers, deputato di Marsiglia dalle mire espansioniste, anche perché nel frattempo la Francia era sbarcata in Algeria, anche qui per delle questioni di politica interna, proprio con l'aiuto degli ufficiali francesi e di Mohammed Alì.

Tornando all'Egitto, questo paese volle seguire un progetto di rinnovamento e di espansione che precedette quello che sarà più tardi il progetto dei riformatori giapponesi Meiji. Solo che l'Egitto era troppo vicino all'Europa, e questa presa di posizione avrebbe effettivamente creato degli squilibri a livello europeo, dato che l'Egitto si sarebbe reso velocemente indipendente anche dalla Francia e avrebbe potuto diventare uno nuova potenza. Quindi la Francia evitò di correre il rischio di una guerra. Luigi Filippo si farà arbitro tra Thiers, che voleva portare a termine quest'operazione e Guizot, l'amico dell'Inghilterra, che optò per modernizzare l'apparato industriale francese, imitando l'industrializzazione inglese.

E evitando quindi nuove scelte di guerra.

La conseguenza sarà molto importante per l'Egitto di Mohammed Alì. Infatti l'Egitto si troverà solo e dovrà rinunciare alle conquiste militari. E, attraverso il trattato di Londra, con l'impero ottomano, dovrà accettare un trattato di libero scambio e smantellare le proprie barriere doganali, rinunciando a costruire un'industria tessile o siderurgica che aveva cominciato svilupparsi anche, ma non solo, per ragioni militari. Questo porrà fine al progetto di modernizzazione basato sull'industria del cotone, ripresa dal progetto di irrigazione di Bonaparte, e sviluppata da ingegneri saintsimoniani.

Avete visto quindi come anche uno shock militare, come l'arrivo di Bonaparte in Egitto, abbia rappresentato una forma di modernizzazione, imposta e poi oggetto di riappropriazione.

E il modello di modernità di Mohammed Alì, verrà esportato anche in Turchia, soprattutto durante la crisi greca e nella battaglia di Navarino. Arriveranno in Turchia sia ufficiali che ingegneri e giuristi. In sostanza quindi attorno alla figura di Mohammed Alì si è costruita un'élite più ottomana che araba, data la maggioranza dei turchi. Solo gli 'ulema erano degli arabi egiziani. Questo sistema fallirà perché era un fattore di squilibrio nella politica europea, e anche perché si rivelerà un sistema troppo costoso per lo Stato. I principi egiziani faranno arrivare artigiani da tutto il mediterraneo per riempire di fasti il Cairo e Alessandria. Quest'ultima città diventerà anche per questo estremamente cosmopolita, mentre il Cairo rimarrà una capitale sempre un po' marginalizzata.

Mohammed Alì voleva che l'Egitto facesse parte dell'Europa, ed è anche per questo che vorrà il canale di Suez. Progetto folle, da sogno. Ma per il quale metterà a disposizione di De Lesseps la massa dei fellah egiziani. Se non ci fossero state le decine di migliaia di egiziani morti per quel progetto, sarebbe rimasto una chimera. Lo Stato egiziano sopporterà l'investimento in questo progetto, indebitandosi e rovinando se stesso.

E sarà questa dinamica di indebitamento progressivo che porterà alla colonizzazione inglese con l'accordo europeo e francese (in cambio della libertà d'azione nel Maghreb).

 

Porrò adesso l'attenzione sugli aspetti della modernizzazione che il periodo coloniale ha comportato.

All'inizio si tratta di una modernizzazione essenzialmente strategica, cioè, contrariamente alle immagini che se ne possono avere, la colonizzazione non è sempre stata un profitto economico per il paese colonizzatore. All'inizio si trattava più che altro di un gioco fra potenze europee per il controllo del Medioriente e dell'impero ottomano.

La monarchia borbonica francese si impossessa dell'Algeria nel 1830 sperando di imporre la propria autorità sui rivoluzionari francesi attraverso una vittoria militare. Succede esattamente il contrario e viene spodestata dal ramo degli Orleans, riformatori, che si trovano con la conquista dell'Algeria senza sapere che farne. In quella situazione, evacuare l'Algeria sarebbe stato un problema di politica interna ma anche estera, per il timore che gli inglesi avrebbero potuto impossessarsene. E fino al 1880 non si saprà cosa farsene. Ed è un periodo molto lungo. Durante il secondo impero, si decise di attuare un'occupazione militare estremamente distruttiva, altrettanto distruttiva che la campagna napoleonica contro i contadini spagnoli, nel 1809. Bugeaud, il maresciallo francese che conquisterà l'Algeria, era capitano nell'armata napoleonica della campagna di Spagna ed applicherà esattamente le stesse tecniche di rappresaglia, di terra bruciata, distruggendo totalmente la società algerina e le sue élite. Se volete, si tratta di una terribile regressione rispetto a quello che era stato l'approccio con la società egiziana da parte di Bonaparte, il quale era, è vero, un militare assai poco tenero ma che voleva capire cosa succedeva ed analizzare la società.

Bisognerà aspettare l'ingresso della filosofia saintsimoniana, attraverso un uomo del tutto particolare, Ismail Urbain, uomo colto, arabista, francese di origine yemenita, un po' nero quindi, che sarà il principale responsabile, negli anni '60 dell'800, nella formazione degli interpreti e del corpo degli ufficiali amministrativi dell'Algeria, quelli che furono chiamati Les officiers du bureau arabe.

In quel momento, con il generale Domas, si tornerà ad un ideologia della conquista e della conoscenza della società, che porterà Ismail Urbain a convertirsi all'Islam, atto molto coraggioso all'epoca. Pensate che i suoi colleghi dell'epoca lo chiamavano "la volpe dalla coda tagliata", per marcare la sua stigmatizzazione. Costui ispirerà un altro progetto votato al fallimento, sebbene fosse molto interessante: la trasformazione dell'Algeria in un regno arabo, con Abd el-Kader, emiro sconfitto dai francesi dopo dieci anni di guerra, re per conto dei francesi. Abd el-Kader, che era un 'alim, un dotto in teologia islamica, appartenente ad una confraternita di piccoli leader religiosi, capitolerà sotto i francesi e verrà esiliato in Francia. Sotto il regno di Napoleone III, verso il 1852, verrà apprezzato dai francesi, liberato e spedito in Siria con una pensione, sotto il controllo di un diplomatico francese.

Napoleone III, in seguito, sotto l'influsso di Ismail Urbain, considerò che, dopo tutto, riempire l'Algeria di coloni sarebbe stato difficile e traumatico. Anche perché i francesi dell'epoca non avevano alcuna intenzione di partire. Perciò, toccò loro di appellarsi a delle popolazioni mediterranee che si installassero in Algeria, essenzialmente spagnoli, che andranno ad Orano, poi italiani e maltesi. Fu mandato anche qualche rivoltoso del '48 o operai che avevano manifestato contro Napoleone III, ma non è certo così che si gestisce una colonizzazione.

Non c'era ancora un progetto ed allora Ismail Urbain suggerì a Napoleone di creare un regno arabo, quello che sarebbe stato successivamente denominato un protettorato, sotto la direzione di Abd el-Kader.

Alla fine, le cose non si realizzeranno, ci saranno delle incomprensioni, Abd el-Kader preferirà restare a Damasco e quindi saranno i militari a gestire l'Algeria, spesso in contrasto con gli amministratori. Cominceranno poi man mano ad affluire contadini del sud della Francia, interessati ad avere un pezzo di terra, dato che l'ingresso della Francia nel sistema di libero scambio aveva messo in crisi la coltura della vite e dei cereali. Quindi ci fu un orientamento verso una colonizzazione di popolamento, ma che prenderà corpo solo dopo la sconfitta francese del 1870, quando fu organizzato un nuovo sistema economico basato sulla viticoltura e sulla cerealicoltura.

Mentre Napoleone privilegiava lo sviluppo industriale, con la sua sconfitta ci fu un ripiego verso la produzione nazionale e si cominciò a sviluppare uno spazio economico nuovo. Vennero create infrastrutture portuali, notevoli infrastrutture urbane che fecero di Algeri una bella città, insomma venne creata una società mediterranea con un nucleo europeo di circa un milione di persone alla fine della colonizzazione, rispetto ai dieci milioni di algerini musulmani relegati in povertà, marginalizzati, fatta salva una piccola élite. La classe media di questo sistema coloniale è rappresentata dagli europei, con la fusione operata tra le diverse origini coloniali, grazie allo statuto della nazionalità, che rendeva l'Algeria francese.

Divenne un dipartimento francese, il che complicò moltissimo, giuridicamente e politicamente, la decolonizzazione. Il diritto di nazionalità si applicò in modo tale per cui i figli di spagnoli, italiani e maltesi nati in Algeria divennero francesi e furono incorporati, sia dal sistema scolastico che dall'esercito, nel sistema.

 

Ne furono ricavati molti insegnanti, ufficiali amministrativi, sottufficiali, cosicché la Francia in queste guerre europee e coloniali trarrà molto dalla capacità militare dell'Algeria. Per darvi un esempio, basta pensare alla conquista del Marocco nel 1912 o alla guerra del rif contro Abd El-Krim del 1921, nelle quali verranno utilizzate truppe per la stragrande maggioranza di origine algerina, comandate da ufficiali e sottufficiali franco-algerini. Che combatteranno senza alcun problema, come nella prima e nella seconda guerra mondiale, per la Francia. Il contingente francese che sbarca in Italia nel 1942 era composto per l'85% di truppe algerine e marocchine, ufficiali compresi, tra i quali due futuri capi di Stato come Ben Bella e Boudiaf. Che combatteranno valorosamente a Monte Cassino per la Francia, decorati da De Gaulle in persona, e che dal '45 saranno dei ferventi nazionalisti.

Questa presenza delle élite, come vedete, è evidente nel sistema coloniale, e rappresenta dunque una tappa possibile di questa modernizzazione, soprattutto se si tiene conto che il ruolo della classe media viene interpretato soprattutto dai coloni. Una certa forma di partecipazione democratica, che reclamava progressivamente una forma di riconoscenza della personalità algerina, e la questione potrebbe essere tranquillamente trasposta al caso tunisino o marocchino, si attua nel nome dei valori della società francese, attraverso la scuola repubblicana, la quale funzionerà in Algeria meglio che in alcune regioni francesi. Gli ispettori scolastici che si recavano in Algeria riportavano che era molto più facile insegnare il francese ai kabyli, desiderosi di imparare, che non ai bretoni, dominati dai loro curati. Ecco quindi che la penetrazione del sistema coloniale funzionò ancora meglio che in certe regioni francesi, ancora reticenti all'unificazione culturale e politica del paese.

Questo però avrebbe dovuto implicare che le élite formate dagli educatori algerini, dall'amministrazione e dall'esercito ottenessero maggiori spazi.

Che era poi quello che chiedevano i nazionalisti algerini come Ferhat Abbas a partire dagli anni trenta. Ed è sempre quello che chiedevano gli 'ulema algerini, quando reclamavano un riconoscimento per la personalità algerina, per la lingua araba e per l'Islam ma nell'ambito francese. Lo stato nazione era però poco portato ad accettare queste autonomie e questi particolarismi, sia che fossero sul proprio territorio che nel quadro coloniale.

Se volete quindi, la decolonizzazione avrà luogo perché il sistema era incapace di rispondere a queste domande. Domande che cominceranno ad esprimersi anche nel quadro dell'immigrazione maghrebina presente in Francia. I primi segni di un nazionalismo algerino vigoroso, si esprimeranno negli anni trenta, attraverso il movimento della Stella nordafricana, animato da Messaliaf, sviluppatosi in Francia tra gli operai algerini. Legato quindi alla nascita di un proletariato algerino in Francia, molto dipendente dal partito comunista sebbene con qualche distinzione (il Comintern aveva una visione diversa rispetto al partito comunista rispetto alla decolonizzazione).

La decolonizzazione si fece dunque per opposizione e, al tempo stesso, per reincorporazione di tutti questi valori. Le élite cercheranno di costruire un sistema algerino indipendente, autonomo ad immagine e somiglianza però dello stato nazione giacobino, immagine trasferita loro dal sistema coloniale.

La prima contestazione di fondo di questo modello è rappresentata solo dai movimenti islamisti che, dall'interno delle società maghrebine, porteranno avanti una contestazione radicale di questo modello culturale. Con un'estrema ambiguità riguardante la modernizzazione. Le correnti islamiste non sarebbero necessariamente opposte alla modernizzazione, ma riprendono un discorso che abbiamo visto fu fatto durante l'impero ottomano e in seguito nell'Egitto dei Fratelli Musulmani di Hasan Al-Banna.

Questo discorso, sulla modernizzazione o meno dell'Islam, all'interno del quadro del pensiero islamico, si svilupperà solo in seguito. Ma all'epoca della decolonizzazione il modello imperante è quello importato e incorporato dallo stato nazione giacobino, vicino anche al modello socialista dei paesi dell'Est.

Modello quest'ultimo, non viene però direttamente incorporato. Perché in realtà il mondo arabo non è mai stato sensibile a una penetrazione comunista. Solo personaggi minoritari, come gli ebrei, erano sensibili all'ideologia comunista, perché vedevano in essa una possibilità di incorporazione alle società arabe non basata sulla religione ma su dei valori comuni.

Verrà importata però la pianificazione, il mito dell'industria, cioè l'idea che per costruire uno stato fosse necessario trasformare una società rurale così segnata dall'Islam.

Le élite della decolonizzazione era più anticlericali di quelle della colonizzazione, che pensavano che diversi modus vivendi potessero convivere. Le élite del periodo post-coloniale volevano invece trasformare la società, creare una classe operaia ed una classe media. Riuscirono soprattutto in quest'ultimo obiettivo, perché i coloni che lasciarono il paese erano soprattutto appartenenti alla classe media e liberarono quindi impieghi e funzioni da classe media.

La classe media maghrebina entrerà nei panni della classe media europea, senza però conoscerne le abitudini e funzioni. Resteranno nella società maghrebina degli anni '60, solamente le immagini della vita quotidiana dell'antico gruppo dei colonizzatori, come la spiaggia, gli spiedini in famiglia, il gioco delle bocce.

Questo solo per rievocare quello che ho potuto personalmente vedere in quanto funzionario straniero nel Marocco degli anni '60. Colpiva molto vedere questa nuova classe media marocchina riprendere tutte le abitudini, buone ma anche cattive, del vecchio gruppo dei colonizzatori.

Operando delle sintesi tra passato e presente. Alla fine dei conti però, nello spazio pubblico, solo copiando da questo modello esterno, europeo di stampo francese o anche sovietico, che giungeva o attraverso il modello nasseriano o attraverso il quartiere latino. Ovvero quello che all'epoca, rifacendosi al nome di una casa editrice si chiamava "la cultura Maspero", cioè tutto quell'insieme di pubblicazioni che riguardavano la rivoluzione contadina cinese, che si sarebbe dovuta trasmettere anche nel Maghreb, per modificare il paese. Oppure sull'industrializzazione, il mito industriale, la riforma agraria. Tutto ciò era esposto come una sorta di piano che le società maghrebine avrebbero semplicemente dovuto seguire. Ovviamente tutto è più complicato, si tratta di società che hanno le loro proprie dinamiche fatte sia di accettazione che di rigetto dei modelli esterni.

Farò brevemente allusione al Medioriente. La strutturazione dominante riguarda il conflitto israelo-palestinese. Cioè lo sviluppo dello Stato d'Israele. Che ha a sua volta importato buona parte dei problemi europei come per esempio il massacro operato dagli europei sulle popolazioni ebraiche. Le quali dal '45 in poi si butteranno a capofitto nella creazione dello Stato d'Israele. Creando però in Medioriente una situazione traumatica sia nel rapporto con i palestinesi, che abitavano lo stesso territorio, sia nel rapporto con i paesi arabi vicini. Con una serie di guerre che conoscete bene ed una serie di conflitti che cominciano appena adesso a scemare. C'è però ancora una vasta forma di non accettazione sia da parte israeliana che araba del rapporto reciproco. Nel frattempo questo conflitto, dal punto di vista arabo, strutturerà un nuovo tipo di stato nazione.

La colonizzazione nel Medioriente era stata molto meno forte e brutale che quella francese nel Maghreb. Molto più tardiva e legata al modello britannico che era, dopotutto, segnato dal rapporto che il mondo britannico aveva stabilito con le società indiane nel diciottesimo e nel XIX secolo. Cioè un modello di amministrazione indiretta, con i britannici che si accontentavano del minimo indispensabile mentre i francesi facevano una colonizzazione di stampo statale e rurale con il desiderio di controllare ogni cosa. I britannici invece calcolavano sempre il rapporto tra il prezzo che costava la colonizzazione e quello che se ne poteva ricavare. Ed alla fine riuscivano anche a guadagnarci.

Ma non sviluppavano troppo il modello educativo, i servizi pubblici, la polizia (che lasciavano gestire alle popolazioni indigene). Tutto questo con una presenza britannica minimale, poco costosa e limitata. Alla fine quindi il modello britannico non penetra molto e nel Medioriente il modello francese non ha molto tempo per imporsi. E' geograficamente limitato, potendosi installare solo in Siria e in Libano, mentre i britannici sono presenti in Palestina, in Iraq ed esercitano un'influenza indiretta sul Golfo ed anche sulla penisola arabica, sebbene all'epoca nessuno se ne interessasse perché aldifuori del pellegrinaggio e prima delle scoperte petrolifere sembrava un paese completamente senza interesse per i colonizzatori europei, di modo che verranno lasciati svilupparsi a parte.

I britannici porteranno comunque avanti la modernizzazione in Egitto, che sarà sempre legata al concetto economico di base secondo il quale si sviluppa una politica di dighe e canali perché permettono di aumentare la produzione di cotone, ma nessun investimento inutile.

I francesi invece sia in Siria che in Libano cercheranno di esportare il modello statale del protettorato, sebbene in maniera meno traumatica. Conflittuale comunque in Siria, dove ci saranno delle rivolte costanti che obbligheranno i francesi ad appoggiarsi sulle minoranze contro la maggioranza. Il che comincerà ad assicurare, in Siria, lo sviluppo della fortuna degli Alawiti. Che alla fine dei conti rappresentano a tutt'oggi i dirigenti siriani, i quali non sono altro che i discendenti dei vecchi sottufficiali o dei primi istitutori promossi dai colonizzatori francesi. Anche in Libano giocheranno molto sull'appoggio alle minoranze, favorendo per esempio la promozione di uno Stato a maggioranza cristiana messo poi in discussione verso la fine. Si avrà anche qui una certa forma di modernizzazione culturale, politica, economica, ma che si baserà unicamente sulle élite locali che erano all'epoca i proprietari terrieri, gli avvocati, i medici. E queste élite verrà spazzata via dall'invasione totale, nella regione, del modello statale ispirato più o meno alla rivoluzione nasseriana del '52.Questa screditerà completamente queste élite, incapaci di resistere alla nascita di Israele e considerate troppo vicine all'Occidente. E questo tipo di rivoluzione confischerà tutto il potere attraverso il sistema del partito unico e altri meccanismi autoritari da cui la regione non si è ancora affrancata.

Sarà la lotta dello Stato nasseriano contro Israele come quella siriana o irachena che strutturerà questa forma di costruzione statale. Solo la monarchia giordana, con molte difficoltà, e solo, grosso modo, lo Stato libanese fino allo scoppio della guerra civile del '75-83, si distanzieranno da quel modello.

Quindi il Medioriente conoscerà sia delle trasformazioni profonde come la costruzione della diga di Assuan, ma soprattutto la creazione di insiemi statali pletorici e giustificati dalla lotta contro Israele. L'esercito egiziano conterà più di un milione di uomini e quindi dovrà monopolizzare una notevole parte delle risorse, creare un corpo di ufficiali e di sottufficiali, ancor oggi molto influente.

Il sistema egiziano, che se volete costituisce una sorta di modello-tipo, svilupperà l'insegnamento creando un sistema educativo di base generalizzato, piuttosto buono nelle città e un po' meno nelle campagne, molto aperto ai ragazzi un po' meno alle ragazze, creando un sistema sanitario, sottoponendo la popolazione ad un controllo statale e politico rappresentato dal partito unico e creando un sistema militare di coscrizione obbligatoria che riguarderà milioni di persone. Ci sarà quindi una unificazione della società e quindi anche una modernizzazione molto simile a quella che i nostri stati hanno avuto nel XIX secolo, tutto questo grazie all'ideologia della lotta contro Israele.

Ritrovate questo modello in Siria, Iraq ed in altri paesi.

In ogni caso queste ideologia mobiliterà tutte le risorse statali.

L'industrializzazione è stata un fallimento, fatta com'era di grandi e pesanti stabilimenti industriali di stampo sovietico che non corrispondevano affatto ai bisogni di quelle società.

Ci sarà poi il fallimento dei loro progetti contro Israele, sanciti dalle sconfitte, soprattutto quella del '67 che avrà un effetto traumatico sui sistemi statali della regione, o dal mezzo successo del '73, che porterà però il mondo arabo a cominciare questo sistema di piccoli compromessi non ancora terminato.

È da questo momento che ci sarà la crisi dei modelli statali di stampo sovietico, una riduzione dei conflitti maggiori verso dei conflitti a bassa intensità. E un trasferimento della violenza e del conflitto all'interno delle società. Dal momento che non era più possibile mobilitare queste società nella lotta contro lo stato ebraico, visto che non ci avrebbe creduto più nessuno mentre cominciavano i negoziati con Israele.

Occorre dunque ricomporre dei modi di integrazione di queste società. E gli stati non ci sono ancora riusciti. E bisogna anche ricomporre dei sistemi economici, dal momento che i sistemi socialisti non funzionano più. Tutti ormai sono inclusi in sistemi di apertura economica, di pluralismo politico, di economia di mercato, che non si sa bene ancora, nel Medioriente come nel Maghreb, cosa comportino.

C'è l'idea che occorra ricomporre su una base regionale che però non si riesce a costituire.

Che sia al tempo stesso uno spazio di prosperità e di sicurezza nonché di riduzione dei conflitti. Lo spazio di sicurezza poi, potrebbe comportare una larga parte di protezione alle minoranze e di accettazione delle tensioni all'interno del società e non più le forme di unanimità che hanno caratterizzato queste società dall'inizio dei conflitti contro Israele o dalla decolonizzazione.

Occorre che queste società si riconcilino con se stesse e trovino una certa lingua culturale che sia accettata. Si riconcilino con i loro vicini, accettando di uscire da quegli antagonismi e conflitti di frontiera che li caratterizzano ancora, sia in Maghreb che nel Medioriente.

Devono accettare di ricomporre uno spazio regionale, il che è più facile nel Maghreb perché dopotutto, secondo me, non esistono dei veri conflitti importanti. Uno potrebbe essere quello tra l'Algeria e il Marocco, facile però da risolvere se europei e americani, che costituiscono ormai nella regione ma anche in Medioriente la principale forza militare, giocassero un ruolo che non è quello che il presidente Clinton, per questioni di politica interna americana, attua bombardando l'Iraq.

Penso che sia un comportamento dannoso. Anche perché il rapporto di forza può da solo essere utile per sistemare dei conflitti, se solo ci fosse una associazione tra europei ed americani per risolvere i conflitti nella regione. Vediamo delinearsi questo tipo di accordo per quanto riguarda i Balcani, sebbene con delle incertezze e del "bricolage". Perché non per il Maghreb e domani per il Medioriente? Sapendo certo che la questione mediorientale è sempre più complicata e che il Medioriente comporta delle dimensioni identitarie prioritarie per gli Stati Uniti. La solidarietà con Israele è un problema di politica interna americana, occorre ammetterlo.

Gli interessi economici americani, legati al controllo della rendita petrolifera della penisola arabica e del Golfo, sono anch'essi un dato economico della regione, del quale occorre tenere conto. Non ci si può comportare come dei Don Chisciotte e combattere contro i mulini a vento.

Cerchiamo allora di capire quale potrebbe essere una forma di contributo comune, europeo e statunitense, in un quadro di politica estera e di cooperazione e sicurezza. Bisogna facilitare l'uscita dai conflitti e la ricostituzione di uno spazio economico. L'argomento che l'Europa potrebbe giocare è che lo spazio europeo costituisce per alcuni paesi del Medioriente il principale spazio di confluenza e sbocco per un certo numero dei loro prodotti. Si tratta di utilizzare questi argomenti non per boicottare, ma per fare almeno promettere ai partner che si sta aiutando di non sperperare questi aiuti in stupidi conflitti tra loro o in spese militari senza alcun senso. L'Europa potrebbe provare, progressivamente, ad utilizzare questo linguaggio ragionevole facilitando la costruzione di entità collettive comuni che, sia in Medioriente che nel Maghreb, potrebbero associare l'idea di una sicurezza collettiva garantita a livello regionale a un'idea di prosperità e di cessazione dei conflitti.

È vero che non si ritiene possibile alcun investimento a lungo termine in questo senso, senza che i conflitti maggiori non vengano risolti. Nessuno rischierà mai del denaro fintanto che ci potrà essere un aumento del conflitto israelo-palestinese. O finché Algeria e Marocco continueranno a scontrarsi sulle proprie frontiere.

Qui secondo me l'Europa dovrebbe proprio giocare un ruolo, utilizzando immaginazione e volontà comune d'azione per aiutare i propri partner a unirsi collettivamente.

Penso che gli insiemi regionali abbiano, per la stabilità, un ruolo molto importante.

Altrimenti vedremo il costituirsi, alla periferia dell'Europa, sia di isole di modernità, come Beirut o Israele o Casablanca, che lo sviluppo dell'economia della droga; il rif è già adesso il grande fornitore di hascisc dell'Europa con una produzione da due miliardi di dollari. Vedremo un'emigrazione selvaggia, innumerevoli conflitti, pressione sull'esterno. Tutti effetti perversi di una mondializzazione mal gestita, dove la modernità penetra in certe aree ma degrada tutto il resto della società.

Creando delle rappresentazioni e delle immagini dell'altro assolutamente dannose.

Tutto il discorso sull'immigrato come causa di violenza e di criminalità ne è un esempio. Ormai non si parla più di immigrazione ma di criminalità. Così fa Blair, così fa il ministro degli interni francese Chevenement. Cerchiamo invece attraverso l'osservazione razionale di costruire una visione ragionevole dell'altro tenendo conto dei suoi bisogni, che siano economici o culturali.

E penso che il vostro master abbia proprio queste intenzioni.

http://venus.unive.it/migrante/



http://venus.unive.it/migrante/lezlevea.htm

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