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*DOV’ERI L’ANNO SCORSO A QUEST’ORA?: aiutare i bambini soldato. P. Giuseppe Berton

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola elementare, Alunni scuola media superiore, Alunni scuola media inferiore
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

UN ANNO FA IN SIERRA LEONE

Padre Giuseppe Berton, missionario saveriano, è attualmente impegnato nel recupero dei bambini-soldato a Lungi, in Sierra Leone. Da lì, in occasione dell’anniversario dell’entrata nella capitale Freetown dei ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario (RUF), ci ha inviato questa testimonianza.

 

In questi giorni sto rivivendo l’anniversario dello scherzo che ci hanno fatto i ribelli l’anno scorso.

Ieri, mentre stavamo lavorando in cortile con i ragazzi, uno dei grandi, da lontano, mi ha gridato: "Padre, dove eri l'anno scorso di questi tempi?" ….. "di questi tempi!" …. Solo allora mi sono ricordato che era l’anniversario dell’entrata dei ribelli a Freetown.

"A Kissy", risposi, "alla finestra di casa nostra, e vedevo gente e gente che correva verso la città. Mescolati con la gente, soldati dell’Ecomog [la forza multinazionale d’interposizione, NdR] che si ritiravano. Mi girai verso il padre che mi stava accanto e gli dissi: ‘È finita! Sono entrati. Nessuno li fermerà!’"

Infatti i ribelli non tardarono molto ad arrivare, ma si comportarono bene …da principio.

Mi sono rivolto ad un sedicenne, allora un anno ancora più giovane eppure così coinvolto nella guerra civile, un ragazzo tanto semplice nell’aspetto. Mi stava accanto, silenzioso, quasi timoroso di essere notato, vestito di una maglietta verde che gli copriva i pantaloncini: "E tu, dov’eri?"

"Alle comunicazioni" mi ha risposto.

"Alle comunicazioni?"

"Portavo la radio da campo per coordinare l’operazione".

"Eh già! Tu eri dall’altra parte!"

Come pure dall’altra parte erano tutti coloro che mi stavano attorno, da Lamin, che aveva rapito le suore a Kambia a "Killer" che non per niente deve essersi meritato quel nome. Ed ora, eccomi qui a difenderli da chi volesse vendicarsi dei mali subiti dai ribelli. Eccomi qui a rieducarli, perché possano rientrare nella società civile.

Thamba Jimmy... L’ho incontrato questa mattina fuori dal cancello di San Michele. Mi ha salutato con il suo solito sorriso e gli ho ripetuto la domanda: "L’anno scorso dove eri di questi tempi? Da dove operavi?"

"Dall’edificio del Ministero dei Trasporti a Ferry Junction".

Sono rimasto a bocca aperta. Quando mi sono ripreso dallo stupore gli ho chiesto: "Ti ricordi dove si trovava la sede della Polizia Militare dei ribelli?"

"Si! Appena aldilà della strada dove operavo io".

"Io mi trovavo là, tuo prigioniero, costantemente minacciato di morte".

Ed è rimasto lui a bocca aperta.

"Parlami un po’ di quei giorni" … e Jimmy ha iniziato a raccontarmi la storia dei "20 giorni da non dimenticare", vista dall’altro lato della siepe.

"La mia famiglia viene dal Kono e fu nel Kono che i ribelli mi catturarono tre anni fa. Nel ‘97 entrai con loro a Freetown, dove speravo di incontrare i miei genitori per poter organizzare la mia fuga dai ribelli. Non li trovai e persi ogni speranza di poter ritornare a scuola e mi rassegnai a rimanere con il RUF. Perché allora ero del RUF. Più tardi, dopo la ritirata della Giunta da Freetown continuai la mia vita vagabonda da una foresta all’altra".

Mi ha preso una curiosità: "Ma perché siete entrati a Freetown dall’Est invece che dalla penisola?"

Jimmy sapeva il fatto suo, parlava come un veterano della guerra, e nella posizione in cui si trovava, di cose ne sapeva molte e con precisione, non per sentito dire. Mi sono meravigliato della sua giovane età e del livello di maturità che stava dimostrando nella conversazione. Non per niente era stato l’addetto alle comunicazioni.

"Eravamo entrati dalla penisola. Da qui il nostro capo voleva entrare a Freetown, e siamo arrivati fino a York. (Tutto vero e accurato quello che Jimmy mi raccontava. Erano le notti durante le quali dormivo in veranda per poter sentire i ribelli qualora arrivassero). Ma poi il nostro capo morì in un incidente e noi non conoscevamo l’area. Il nuovo capo che ci guidava non era un granché. Ci spingeva a combattere, ma lui stava ben al sicuro."

Sapevo bene chi era il suo capo morto in un incidente, ma gliel’ho domandato lo stesso.

"Il tuo capo, quello che morì in un incidente, come si chiamava?"

"Saj Musa"

Saj Musa, il fedele chierichetto che nella chiesa di S. Luca, la chiesa della caserma centrale, costruita e servita per anni dal saveriano padre Fiori, serviva regolarmente la Messa domenicale e con entusiasmo girava per i banchi a raccogliere le offerte. Il chierichetto tanto fedele che fece rapire padre Mario Guerra, che fece soffrire padre Mario, che minacciò per radio il Vescovo. Il chierichetto tanto fedele che, visto che la chiesa biasimava le sue pazzie militaresche, lasciò la religione cristiana e si fece mussulmano. Il dito di Dio a volte si fa aspettare, ma arriva. È arrivato anche per lui ed è morto di una morte stupida, lui il generalissimo, il guerriero. Fece un errore, fece saltare delle munizioni ed un blocco di cemento lo freddò. Padre Mario, che tanto aveva sofferto nelle sue mani, pregò sulla sua tomba.

In giornata mi sono recato dall’altra parte della città, nella parte Est, dove un anno fa erano entrati i ribelli. Ancora una volta non avevo pensato all’anniversario. I proprietari del terreno dove sorge il circolo giovanile "Conforti", mi avevano chiesto se il 6 gennaio potevo benedire loro la casa.

Stavo per rinviare l’invito ad un altro giorno, dati gli impegni che mi trattenevano, ma alla fine avevo accettato. Attraversando la città ed osservando i disastri che le erano piombati addosso un anno fa, mi sono ricordato dell’anniversario e mi sono reso conto perché doveva essere il 6 gennaio il giorno più adatto per la benedizione della casa. Arrivato sul posto neppure li ho salutati ma li ho preceduti con un: "Dove eravate a quest’ora l’anno scorso?". La mamma di casa, poco oltre i cinquanta, ha allungato le braccia, si è piegata in avanti con un gesto che indicava: "Per terra, bocconi, con un kalashnikov che mi premeva sulla schiena".

È trascorso solo un anno, ma quanta acqua è passata sotto il ponte! Eccomi qua ad amministrare e a proteggere duecento dei "loro", quelli che erano entrati, a benedire una casa appena rimessa in piedi, rasa al suolo da un incendio che aveva distrutto l’80% delle abitazioni della parte Est della città, un incendio appiccato da "loro", esacerbati e vendicativi per essere costretti alla ritirata, gli stessi che ci avevano fatti prigionieri e che costantemente ci minacciavano: "Se dobbiamo ritirarci sarà la fine anche per voi". Per alcuni di noi fu la fine.

Anche se l’elicottero militare perlustra la costa e ci passa basso sopra la testa, oggi ci sentiamo tranquilli. Un anno fa a vederlo arrivare si correva ai ripari, sperando in bene.

Mi trovo qui alla periferia di Freetown, su una spiaggia tropicale tanto bella che mi fa dimenticare la guerra nonostante le distruzioni che mi circondano. Parte del complesso è stato bombardato da un jet dell’Ecomog. Con me lavora un mio compagno saveriano, padre Chema, tanto più giovane ed imperterrito di fronte alle piccole rivolte dei nostri ex-guerrieri, che non sembrano riuscire a concludere un argomento, ad allacciare un rapporto con la gente del posto, senza venire alle mani e qualche volta a suon di manganelli. E padre Chema si mescola con loro e come se niente fosse li fa ritornare ai buoni consigli. Fanno fatica a smaltire tanti anni di violenza. Eppure sono buoni!

Viviamo in un hotel turistico messo a nostra disposizione da un uomo d’affari. Ho dovuto fare parecchie modifiche al nostro hotel ex "4 stelle": oggi, dopo il trattamento dei ribelli che hanno portato via perfino i lavandini, i gabinetti, i fili della luce, è ridotto più o meno a "mezza luna". Ma l’edificio si presta alle modifiche necessarie per accogliere una comunità di ragazzi e ragazze che hanno vissuto metà della loro vita, gli anni più belli, portando un’arma da una foresta all’altra, bruciando villaggi, uccidendo e distruggendo. Ventun bungalow adiacenti ci aiutano ad assorbire la popolazione che di tanto in tanto arriva ai 200. La settimana scorsa eravamo in 184 senza contare il personale. Oggi siamo 124, perché siamo riusciti a riunificare o allocare in località più vicine ai villaggi d’origine dei nostri ragazzi, tutti gli altri. Dall’agosto del ‘98, quando siamo entrati qui a S. Michele, sono passati qui più di un migliaio di ragazzi e ragazze.

A vederli partire è veramente un tormento, perché ormai avevamo fatto nostre le loro pene, conoscevamo il loro stato d’animo e bastava un’occhiata per intenderci e incoraggiarli.

A convincere un dodicenne che piangeva mi è stato veramente penoso, tanto più che neppure io ero convinto che dovesse partire. Purtroppo, se non li avviciniamo ai loro luoghi d’origine sarà impossibile per noi alloggiarli tutti, perché continuano ad arrivare.

"Se non vai i tuoi non saranno mai sicuri se sei vivo o morto. Fatti almeno vedere e poi, se proprio non ce la farai, ritornerai".

"Ma i miei genitori non ci sono più e gli altri parenti non li conosco. Mi hanno portato via quando ero tanto piccolo e conoscevo solamente mio papà e mia mamma. Se anche incontrassi zii e zie non li riconoscerei. Sono stato sette anni nel bosco. Neppure loro mi riconoscerebbero".

"Non importa, prima o poi qualcuno dirà: ‘È mio nipote. Lo porto a casa con me’. Così anche tu avrai una famiglia".

"Ma a me piace qui". Quasi a dire: "La famiglia l'ho trovata".

"E se chiudiamo questo posto? Allora, se ti ammali chi penserà a te?"

Poco convinto si è messo in testa la stuoia, la coperta e un sacchetto di plastica con tutto quello che aveva accumulato durante le poche settimane che era rimasto con noi, ed è salito su un pulmino.

"Ma torno!" … e si è curvato, si è nascosto aspettando la partenza.

Così se ne è andato James, uno dei primi bambini combattenti che sono riuscito a strappare ai ribelli nel ‘97. A dodici anni aveva avuto il coraggio di incominciare in prima elementare e poi a strappi, saltando qualche anno, era riuscito ad entrare in quinta. Era cresciuto, se era cresciuto! Ora, a quindici anni aveva la forza di un torello. Me ne sono accorto la settimana scorsa quando lui, sempre calmo e pacifico, aveva perso la testa e si picchiava con uno un po’ troppo pesante per lui. Non mollava. Chi lottava con lui deve aver lanciato un’offesa a sua mamma. Qui è l’ultimo limite. Più in là non si può andare.

È partita anche Lucy. Ne trovi poche come lei. Un fiume di parole, che se erano invettive ti lasciavano a bocca aperta. Non voleva assolutamente partire: "Tanto i miei genitori non li conosco". Sedici anni, una polveriera. Ma tutto il suo smaniare sembrava esagerato, finché, visto che non c’era altro da fare, si è tradita.

"Non parto senza salutare il mio uomo"…. Sedici anni …. Il mio uomo. È stata caricata sul pulmino come un fardello ed il suo uomo se l’è visto passando a piena velocità davanti al garage del villaggio.

Le loro facce mi scorrono davanti ad una ad una …. Ma è per il loro bene …. Devono assolutamente cercare i loro parenti, perché sono la loro assicurazione in caso di malattia, sono la loro difesa in tribunale, sono tutto per loro sia nella crescita che nella vita adulta, sia nell’infanzia che nella vecchiaia.

Ricordo la nonnina che si spegneva lentamente, da sola, dietro la capanna. "Non ha nessuno" … mi dicevano. "Non ha avuto figli".

 

[p. Giuseppe Berton]

 



http://151.1.143.24/notiziario/00_02/parole.htm#2

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I giudizi degli utenti

oomhega
sono una fortunata donna del ricco occidente... non ho avuto figli ... come la nonna (!).. mi sento mamma di tutti i bambini che soffrono... una mamma impotente davanti a tanti soprusi, a tanta cattiveria... mi sono messa a piangere ed ho pregato. Grazie Padre Giuseppe e Padre Chema

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