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Storia
Simonetta Vella - La condizione delle donne biellesi durante la guerra nella memoria delle operaie

Lingua: Italiana
Destinatari: Tutti
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

Simonetta Vella


La condizione delle donne biellesi durante la guerra nella memoria delle operaie

"l'impegno", a. XV, n. 1, aprile 1995
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.

 

Per la prima volta attingiamo alle testimonianze che fanno parte di una ricerca di storia orale che, come Centro di documentazione della Cgil di Biella, abbiamo avviato da cinque anni e che è tuttora in corso.
Questa raccolta, curata dalla sottoscritta insieme a Carmen Fabbris e Aurora Zedda e coordinata da Claudio Dellavalle e Gianni Perona, ha oggi al suo attivo un centinaio di testimonianze di donne ex operaie del Biellese occidentale, nate tra la fine dell'Ottocento e gli anni trenta. Il taglio metodologico della ricerca non è quello dell'intervista, bensì del libero racconto, della storia di vita. Ho presentato succintamente la ricerca per introdurre il campione di testimonianze sul quale abbiamo fondato questo nostro intervento: si tratta di trenta donne, scelte a caso tra quelle le cui storie erano già state trascritte. Sedici di loro sono nate nel Biellese, quattordici sono immigrate, in genere con la famiglia, dal Veneto e dal Friuli, nel decennio successivo alla grande guerra, o anche dalle campagne del Novarese e del Vercellese e, in misura minore, da altre zone del Piemonte. La distinzione tra biellesi e non biellesi di origine coincide grossomodo con la distinzione tra immediate origini operaie e contadine della famiglia. È una distinzione che lascia tracce nella cultura di ognuna, ma che l'inserimento nel sistema di fabbrica, nella rete di relazioni che in essa e fuori di essa si crea, affievolisce in termini di comportamenti sociali, svolgendo una funzione di rapida integrazione. Col bagaglio di una scolarità che arriva in genere alla terza, massimo alla quinta elementare, le nostre donne cominciano a lavorare in fabbrica a quattordici anni. Tra le trenta che ascolteremo, dodici lavorano ai Lanifici Rivetti in tempo di guerra, cinque alla Filatura di Tollegno, e poi da Cerruti, Piacenza, Poma, Garlanda, eccetera. Sono operaie tessitrici e filatrici che nel 1940 hanno in media ventidue anni, in maggioranza non sono ancora sposate e vivono in famiglia.
Il fatto che le testimonianze siano storie di vita, non mirate quindi all'argomento che oggi trattiamo, da una parte limita le informazioni sulla guerra ma dall'altra ci consente di considerare da una prospettiva più profonda come la guerra viene inscritta dalle narratrici nella ricapitolazione della loro esistenza, con quali connotati emerge dalla memoria che la richiama in vita.
Come irrompe la guerra nel racconto di vita? La guerra non irrompe. Nel racconto il periodo bellico è in genere o risolto in poche parole, che quasi giustificano il salto tra un prima e un dopo o, addirittura, è inizialmente eluso.
Non di rado, dopo i ricordi d'infanzia e giovinezza, si passa a dire: "Poi...dopo la guerra...". C'è dunque un prima e un dopo, ma subito la guerra non è detta. Questo accade indipendentemente dal grado di coinvolgimento e di partecipazione delle nostre interlocutrici alle vicende di quegli anni.
La guerra dunque non irrompe, si affaccia con discrezione, quasi con ritrosia. Bisogna fermarsi e fare un passo indietro, per innescare il racconto.
Ci siamo chieste il perché di questa brusca variazione del ritmo della narrazione e in un primo momento abbiamo pensato ad una sorta di rimozione del dolore, dei lutti, della paura che hanno segnato emotivannente un periodo che forse è anche faticoso richiamare alla memoria. Immediatamente però questa spiegazione ci è parsa debole.
Una chiave di lettura dell'iniziale silenzio può essere questa: la guerra altera vistosamente, per certi versi sovverte la vita quotidiana delle donne in tutte le sfere: in quella riproduttiva della famiglia, in quella produttiva della fabbrica, in quella sociale. È così profondamente modificata la vita quotidiana da essere difficilmente inscrivibile nella continuità del racconto della propria vita. Come si dice: "Ho avuto il morbillo" senza descriverne minuziosamente le fasi, così si dice: "C'è stata la guerra".
Una volta sollecitata, la memoria non procede in ordine cronologico, va per impressioni forti: la guerra è la fame, la violenza subita o a cui si assiste, i lutti familiari, gli uomini che partono, il clima pesante in fabbrica, la solidarietà insieme alla paura e alla diffidenza.
Nessuna ha fissato come momento di svolta, cruciale, l'atto formale della dichiarazione di guerra dell'Italia. Quello è sfumato, e l'unica che lo ricorda, Primina, lo ricorda così: "Il giorno che dichiarano guerra, a noi della Rivetti ci mandano fuori nel cortile, e lì agli altoparlanti c'è il duce che grida: guerra, guerra, guerra. Hai capito qualcosa tu? Io non avevo capito niente. Questo duce ci aveva tenuto ignoranti di ogni cosa; a casa mia non arrivava mai un giornale, mio padre che in casa non parlava mai, non sapevamo... sì, c'era la guerra, ma sì che interessava a me! Abbiamo ascoltato. Nessuno batteva le mani: solo tre o quattro fascisti, ma gli altri, tutti con la testa bassa. La guerra? ma tu cosa ne dici? Ah, non so niente io! E l'altra: non so neanch'io.
Una non sapeva, l'altra non sapeva. Chi poteva dire qualcosa erano le madri di famiglia, le donne più anziane di noi, che avevano un marito, un figlio, ecco, allora lì sì...
E inizia la guerra e cominciamo a tirare la cinghia... non subito, ma poi tiravamo la cinghia: ho mangiato tante di quelle pagnotte fatte di riso, dure come questo tavolo!".
Nessun fremito dunque per la retorica guerrafondaia di Mussolini, da parte delle operaie della Rivetti, abituate a presenziare in massa con la giornata pagata, alle cerimonie ufficiali "pur di scappare in quel momento dalla fabbrica, con il bedaux che ci soffocava". Sono poche pennellate, che da sole dicono molto. E dovremo ricordarcene, più avanti, quando assisteremo a quale profondo - e permanente - cambiamento, nel breve volgere di pochi anni, avviene nella vita e nella coscienza di queste stesse donne, causa e insieme effetto di quella eccezionale mobilitazione di energie, di risorse individuali e collettive con la quale le donne segneranno la loro presenza, da attrici protagoniste, nella storia di quel periodo.
Tirare la cinghia: uno dei nodi intorno ai quali si organizza il ricordo è quello della difficoltà della sussistenza.
L'incetta di generi alimentari era già iniziata nel 1939, coi primi venti di guerra, e fin dal primo inverno 1940 farina, riso, olio, burro, lardo e strutto sono razionati. Più tardi cominciano a scarseggiare carne e prodotti agricoli. All'inizio del 1942 sui giornali locali si moltiplicano le notizie di sequestri di generi alimentari prodotti o venduti clandestinamente, di commercianti multati per accaparramento di merci e maggiorazione dei prezzi, per macellazioni clandestine. Formaggio, anitre, oche, conigli, tacchini, galline, marmellata, uova, vino e pane conquistano gli onori delle cronache come corpi di reato in sempre più frequenti processi per furto.
I racconti delle operaie confermano quanto le ricerche su questo tema hanno già messo in luce: la necessità di procurare il cibo alla famiglia, ai figli piccoli, l'incertezza per il futuro più prossimo spinge le donne, soprattutto le più giovani, che corrono meno rischi degli uomini e danno meno nell'occhio, ad una grande mobilità sul territorio per procurarsi i generi di prima necessità; ma è anche la molla che fa scattare in esse quel meccanismo di rivolta che le vedrà protagoniste dei grandi scioperi del 1943 e 1944.
Il quadro d'insieme delle condizioni di vita viene fuori dal coro delle testimonianze, da quella galleria di immagini, aneddoti, impressioni ai quali lasciamo ora il passo.
Mary ricorda: "Mia mamma era tanto parca: non spendeva 10 se poteva spendere 9: spendeva 8. Ha sempre cercato di mettere da parte qualche cosa, tant'è vero che quando è venuta la guerra, aveva 12.000 lire. Allora erano soldi! Finita la guerra eravamo tutti svestiti, senza soldi, tutti stracciati!".
Non azzardiamo generalizzazioni arbitrarie, ma l'impoverimento totale, la perdita di quel poco che le famiglie erano riuscite ad accantonare, a prezzo di privazioni e sacrifici, di oculatissime gestioni dei bilanci familiari (che, ricordiamolo, a detta di tutte erano gestiti generalmente dalle madri di famiglia, o anche dalle nonne, alle quali tutti i familiari versavano il salario e dalle quali tutti ricevevano il prèt) deve essere stato un fenomeno generale.
Come quella di Mary dunque, le famiglie operaie biellesi, per non parlare di quei numerosissimi nuclei familiari di contadini spinti dal bisogno a venire dalla Padana al Biellese a cercare reddito sicuro in fabbrica, già conoscevano le ristrettezze, le rinunce prima della guerra.
Solo un dato significativo, tra i tanti: tutte coloro che si erano sposate prima della guerra, e naturalmente quelle che lo fanno in pieno conflitto, celebrano il rito alle 5 o alle 7 del mattino "Per non fare gli inviti a pranzo" ci spiegano e per poi partire in treno alla volta di Torino, per una breve luna di miele presso parenti.
Era cosa naturale, quasi atavica, fronteggiare le condizioni meno favorevoli di deprivazione materiale, abbassare la soglia delle aspettative.
Ma nella guerra, appunto, ricompare lo spettro della fame, che la maggior parte di loro conosce dai racconti dei genitori, e che solo le più anziane hanno provato nella loro infanzia. Il racconto che Adelia, friulana, e Emma, veneta, fanno della prima guerra ha connotati diversi: è come un grande affresco dai toni quasi apocalittici, nel quale invasori e invasi, vinti e vincitori sono accomunati dalla fame, dalla sofferenza, dalla disperazione, e sfuma l'identità del nemico. Nella seconda guerra questo aspetto sembra avere connotati meno drammatici nella memoria.
Il ricordo delle tribolazioni accomuna le nostre testimoni, ma è piuttosto l'attività di ricerca del cibo che ne emerge, insieme a tutti quegli espedienti, quell'arte di arrangiarsi con poco tramandata da generazioni. I generi alimentari ci sono, ma non ci sono: sono accaparrati, nascosti, razionati. Chi ha un orto (e nel Biellese sono in molti che non hanno rescisso il legame con la terra), riesce a ricavarne qualche cosa; chi, come Mary o Nive, ha qualche parente che gestisce un negozio di alimentari, può godere di un trattamento quasi di riguardo; chi come Laura gestisce una cooperativa non solo riesce a cavarsela, ma anche aiutare le famiglie più bisognose. Chi ha una cascina sopravvive meglio di altri malgrado il fatto che il regime tolga la tessera annonaria perché hanno i grassi animali. Chi può compra a borsa nera.
All'inizio della guerra, racconta Nive, il bisogno è tanto, e il lavoro in fabbrica è così saltuario, che molte ragazze giovani, e anche madri di famiglia, lasciano la Filatura di Tollegno, con il beneplacito della direzione aziendale, per andare quaranta giorni a fare le mondine nella bassa. Chi riesce a resistere quaranta giorni torna con la paga e dieci chili di riso.
La situazione precipita dopo l'8 settembre. È questa, molto netta, la vera linea di demarcazione temporale impressa nella memoria di tutte. C'è un prima e c'è un dopo l'8 settembre.
Dopo l'8 settembre non si trova più niente. Pina ricorda che si riempiva le tasche di castagne secche, prima di andare al lavoro alla Cerruti, e uscita dalla fabbrica comperava tre etti di fichi secchi che mangiava per strada, così arrivava a casa già sazia. Ci racconta un aneddoto significativo: "Da Cerruti, sopra il magazzino filati, c'erano sacchi di carrube di quando ancora i Cerruti avevano i cavalli. Noi - ricorda - dovevamo sempre andare a prendere i filetti, cioè, ce li inventavamo, per mangiare le carrube".
Se Margherita può avere ogni tanto una pagnotta di pane bianco, macinato al mulino clandestino di Chiavazza, non lo porta in fabbrica, si vergogna a mangiarlo davanti alle compagne che pranzano a patate lesse.
Gli alimenti di base diventano pane nero e di riso, polenta di meliga macinata in casa coi macinini da caffè, rape e via dicendo.
Lo zucchero è un bene così prezioso che, dice Margherita, quando lo si trova si tiene da parte per i bambini, "come mettere 100.000 lire in cassaforte".
Le donne, abbiamo detto, si spingono in bicicletta o in treno nelle cascine della bassa per procurare un sacco di riso, meliga, fagioli, un po' di salame, ma non di rado il viaggio si conclude al posto di blocco della stazione di Biella, del ponte di Chiavazza o del bivio di Tollegno con la requisizione dell'intero bottino da parte dei tedeschi e dei fascisti.
La situazione per chi vive in campagna è aggravata dai frequenti rastrellamenti alimentari della Repubblica e dei tedeschi e, caso non infrequente, anche dei partigiani.
Parecchie testimoni ricordano, nella generale penuria dell'ultimo inverno di guerra, in parecchie fabbriche sporadiche distribuzioni di viveri e, per esempio, da Cerruti il Natale 1944, anche di tagli di stoffa. Elargizioni che le testimoni attribuiscono non alla generosità del padrone, ma alla pressione delle formazioni partigiane e all'effetto degli scioperi per il pane.
Un'ultima annotazione di questo capitolo è la condizione di quasi "privilegio" di cui paiono godere sotto il profilo alimentare le maestranze dei lanifici Rivetti.
Sembra di sentire ancora il profumo della minestra distribuita alla mensa, che in molte portavano anche a casa per l'intera famiglia, e tutte ricordano le distribuzioni settimanali del pacco negli ultimi mesi e lo spaccio aziendale, dove sono regolarmente presenti generi altrove introvabili (verdura, formaggio, anche carne) dei quali la Rivetti, fabbrica ausiliaria, veniva rifornita dai tedeschi che pare li andassero a prendere in Emilia.
Il fronte della donna è, appunto, anche la fabbrica. La vita nella fabbrica è un altro picco nel grafico del ricordo della guerra.
L'aleatorietà delle condizioni di vita si estende, e si conferma, nel lavoro.
"Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco e sodo e possibilmente in silenzio. Benito Mussolini". Dal 1940 questa scritta campeggia a caratteri cubitali sul frontespizio di una casa del Villaggio Filatura a Tollegno, e per tutta la guerra dà il benvenuto agli operai che varcano i cancelli della fabbrica.
Duro hanno sempre lavorato, gli operai biellesi, ma già negli ultimi anni trenta, e poi con la guerra, c'è "molla" nelle fabbriche. La materia prima scarseggia in regime di autarchia; la domanda interna cala. Si fanno poche ore, gli operai vengono lasciati a casa spesso.
Alle decurtazioni di salario si aggiunge il peggioramento delle condizioni di lavoro conseguenti alle riconversioni forzate.
"A un certo punto a Tollegno per far lavorare gli operai hanno dovuto prendere il grigioverde - è Cesarina che parla - e dopo han dovuto anche prendere una partita di canapa. Quando lavoravamo la canapa dovevamo tenere tutto il giomo un bavaglio davanti alla bocca e al naso, perché faceva una polvere gialla; non potevamo parlare tutto il giorno; nel reparto non si vedeva più niente. Siamo andate in direzione a protestare. Ci han risposto che non c'era niente da fare, che han preso quei 100.000 chili sennò dovevano chiudere".
"Dopo l'8 settembre è stato sempre peggio, da Rivetti - ricorda Margherita - meno libertà, più sorveglianza. Quando è venuta la Repubblica, un giorno mancava la corrente, un giorno l'altra cosa. Negli ultimi mesi non si toglieva neanche il cappotto dal freddo. Alla fine stavamo a casa, andavamo su ogni quindici giorni a prendere le 500 lire fatte dare dai partigiani".
Si sa vagamente che si è firmato un patto in montagna, ma i suoi effetti sono tangibili e alleviano non poco la durezza del momento. Quel patto è anche frutto di una crescente inquietudine delle masse operaie, che culmina negli scioperi del 1943 e 1944.
Non c'è chi non abbia tentato, anche prima, di far valere i propri diritti, magari sul piano individuale. Ma l'esito ce lo racconta Primina: "Partiamo la sera dalla Rivetti, io e una mia amica di Ponderano, e andiamo dai sindacati fascisti a reclamare per il bedaux. Andiamo lì e parliamo: 'Siamo mal pagate, lavoriamo come negre...'; erano in tre, lì, e ci fanno: 'Dovete portarci la busta paga e noi faremo reclamo'. Figurati! C'era il nome sopra. Stanno freschi! Sapete cosa fanno questi qui? Vengono in fabbrica a individuarci. Combinazione, vedo arrivare il conte Oreste con quelli del sindacato. Siamo andate a chiuderci nei gabinetti e non ci han trovate. Capito?".
Con gli scioperi si ricompone l'unità di classe e, se le date sono sfumate, la parola d'ordine è rimasta nitida: il pane.
Durante il primo sciopero alla filatura Nive sarebbe andata in fabbrica dal mattino alla sera, c'avrebbe anche dormito, "tant'era bello stare tutte insieme lì a parlar male del fascio. Non è che sapessimo bene... nessuno ci aveva proprio spiegato, ma tutti dicevano: se almeno si ottenesse qualcosa, se almeno la guerra finisse...".
La lotta per la sussistenza si salda con quella per accelerare la fine della guerra e questa consapevolezza appare uno dei moventi forti della frattura definitiva tra le donne e il fascismo, insieme all'inasprirsi delle rappresaglie fin dentro i cancelli delle fabbriche. Lontano dalla sua stessa retorica, il fascismo dà rappresentazione di sé rivelando la sua natura in modo diretto ed evidente.
Su questo punto i ricordi si infittiscono. I flash della memoria illuminano i camion sui quali son caricati i presunti capi degli scioperi, uomini e donne prelevati nei reparti e mai più tornati, arresti, maltrattamenti, rappresaglie cruente come quella di Tollegno, esecuzioni di piazza.
Su tutti campeggia il ricordo traumatico della fucilazione in Piazza Martiri. Più d'una è stata testimone dell'eccidio; per tutte parla Nina: "Mi trovavo in piazza Duomo, e ho visto della gente che correva, scappava... gridavano: 'Via, via, che li fucilano!' E allora di corsa sono venuta a casa. Come arrivo sopra la funicolare, c'era il camion che arrivava dalle carceri che portava 'sti ragazzi. Avevo la bambina e non mi sono mossa dalla cucina. Ho sentito le fucilate. Una donna, dall'altra parte della piazza, ogni colpo era un urlo: le hanno fucilato suo figlio. Non mi dimentico quella notte. Non ho chiuso occhio. Ha piovuto tutta la notte, una pioggia insistente... E io pensavo a 'sti ragazzi morti. Il giorno dopo sono andata a vederli. Quel sangue pieno d'acqua che correva... un ricordo terribile".
Ecco: se, come dice Rosi, nei primi tempi "chi voleva sapere sapeva, chi non voleva sapere non sapeva", dopo il 1943 "tutti cominciano a capire: quando li caricavano sui camion, abbiamo capito tutti cosa gli succedeva".
Ecco: non si può più non sapere e non capire. Non basta più attrezzarsi per sopravvivere.
Quella stessa ragazza che solo tre anni prima, insieme alle sue compagne, stentava a realizzare il significato della parola guerra, adesso sceglie. Con lei tante altre, dentro e fuori la fabbrica, cominciano, con naturalezza, a dare un sostegno diretto alle formazioni partigiane.
La rete di solidarietà si infittisce di pari passo con il rientro dei soldati alle loro case. Padri, fratelli, figli vengono nascosti. Coi bandi repubblichini di richiamo alle armi, tedeschi e fascisti perquisiscono le case, che non sono più un nascondiglio sicuro per chi non vuol presentarsi. E allora tutti questi ragazzi cominciano a partire, per raggiungere quel primo nucleo di partigiani, l'avanguardia politicizzata che viene dalle file dell'antifascismo militante che aveva dato vita alle formazioni dell'inverno 1943.
Appare nel ricordo un esodo di massa.
Il ricordo di Jole, di Mongrando, ripete un'immagine che è di molte altre. Con un fratello nascosto in casa e uno poco lontano, riceve la visita di dieci mongoli arruolati nelle truppe tedesche, che si presentano a chiedere patate e pancetta, gli stessi che avevano violato delle donne in paese. Riescono a farli bere e a scampare il pericolo. "I miei fratelli sono poi andati nei partigiani, perché qui non si poteva più stare".
Il passo è fatto. Dalla difesa del singolo sbandato si passa all'appoggio al movimento resistenziale.
Gli uomini delle formazioni diventano mariti, figli, fratelli di tutte.
In fabbrica e fuori si tesse quella che, a giudicare dai racconti, è una fitta rete, dotata di una certa organizzazione.
È Piera che dice quel che tutte le intervistate della Rivetti ricordano: "Si sottraevano matasse di filato per far calze e maglie ai partigiani. All'uscita c'era la perquisizione, se c'era qualcosa di dubbio ti portavano in ambulatorio e ti spogliavano. E poi c'era il rischio perché qualcuno ruffianava. E che facevamo? Mio padre, che portava il carrello con le matasse, aveva già preparato il pacco e lo buttava fuori prima di arrivare alla ferrovia. Sotto c'era una cascina, e dopo passavamo a ritirare il pacco. Oppure si buttavano le matasse direttamente a quelli che erano sul tram e andavano a casa. A casa c'erano le nonne e i nonni che dividevano questa roba tra le donne che la dovevano lavorare. Calze e maglie venivano portate in bicicletta nelle cascine di Cossato e Masserano, dove i partigiani passavano a ritirarle. Alla fine non abbiamo più potuto, era tutto sorvegliato, i tedeschi giravano nei reparti col fucile spianato, e allora rischiavano i partigiani e venivano giù loro a prendere la roba".
Questa lunga testimonianza disegna un panorama in cui tutti giocano la stessa partita: gli operai e le operaie, i macchinisti del tram che rallentano al momento giusto o si fermano con una scusa per fare scappare qualcuno, i contadini delle cascine.
Tutto ciò implica, nel nostro caso per le donne, una notevole conoscenza, padronanza e controllo del territorio.
La stessa funzione di presidio del territorio la troviamo nei racconti delle testimoni di Mongrando, zona di frontiera tra le formazioni della Serra e le truppe tedesche e repubblichine che di frequente fanno incursione nelle case per scoprire qualche partigiano nascosto. Le donne escono di prima mattina, controllano le strade, verificano la presenza di volti sconosciuti, colgono in silenzio impercettibili segnali (una porta non ancora aperta, una saracinesca accostata) che possono rivelare un pericolo. E riescono a salvare molte vite.
Controllo e padronanza del territorio dunque, conoscenza di nascondigli, delle vie di fuga, delle scorciatoie, dei sentieri meno battuti. Capacità di leggere gli atteggiamenti, i silenzi, gli impercettibili segnali. Prontezza di riflessi nell'affrontare l'emergenza, nel distrarre l'avversario, nel guadagnare i pochi minuti preziosi per coprire una fuga.
Ma il pericolo non sta solo nell'essere scoperte direttamente dal nemico: il tedesco, il fascista in divisa. Basta una spiata, una denuncia anonima per far saltare questa rete. E nel ricordo è viva questa controfaccia della solidarietà: la cautela, la diffidenza, il silenzio. La presenza di nemici mimetizzati da vicini di casa, di telaio.
Chi, come Adriana, proviene da una famiglia di antifascisti militanti, ha imparato presto a tacere. Da quando, bambina, fa un tema in classe nel quale rivela ingenuamente i discorsi compromettenti che sente in famiglia. Il padre, che finirà i suoi giorni a Mauthausen deportato in seguito ad una spiata che lo denunciava nel 1943 come uno dei capi dello sciopero alle Officine di Sordevolo, la rimprovera e le spiega il pericolo. "Lì - dice Adriana - ho imparato a tacere".
Ma tutte imparano, per necessità, l'arte della dissimulazione. È rimasto scolpito il ricordo delle tragiche conseguenze della spiata di una maestra della Rivetti: operai deportati, lei che sparisce il giorno dopo colpita dalla giustizia partigiana. L'infermiera di Pavignano viene arrestata in seguito a una denuncia. Sono due tra parecchi casi segnalati.
"In fabbrica si sapeva ma non si diceva" ricorda Neva, e Margherita vedeva "un certo movimento, ma non sapeva come la pensavano, si è saputo dopo". "Tutti conoscevano i partigiani - dice Emma - ma non parlava nessuno. Io non mi intrigavo".
Il clima interno, e il rischio, non era lo stesso ovunque. Per riferirci alle due fabbriche che fanno da protagoniste in questa relazione, si percepisce come la organizzazione del lavoro alla Rivetti, estremamente gerarchizzata, la presenza fisica dei militari è una cappa che determina un alto grado di diffidenza e paura.
Diverso è a Tollegno in Filatura: malgrado tutto, sembra di poter cogliere un clima di comunità che abbraccia anche i capi reparto, che in genere sono del paese, e si spinge sino alla direzione (anche se "silenzio: il nemico ti ascolta" era la scritta che ammoniva gli operai dal muro di un reparto).
Schneider concede a Cesarina, già partigiana, un'infermiera e l'unica macchina dell'azienda per andare in montagna a curare un ferito. Fino alla fine della guerra sono tollerate sottrazioni di sapone e di filato. Chi va in montagna riceve dopo il 25 aprile 1945 il salario arretrato, coi contributi versati.
Coloro che scelgono un ruolo militante nella Resistenza (e tra le nostre testimoni sono tre, tutte di Tollegno, tutte operaie della Filatura) lo fanno con naturalezza, come sbocco naturale di una formazione familiare antifascista. Non ci soffermiamo su questo punto, più indagato, anche se certo meriterebbe ulteriori approfondimenti.
Ciò che accomuna queste donne a molte altre sentite è la presenza, nella memoria dell'infanzia, di figure femminili forti.
Così la madre di Mary, unica del suo reparto che non dà la fede alla patria, che rifiuta, in contrasto col marito, di consegnare ai tedeschi le pentole di rame, unico bene della casa, e la spunta; la madre di Adriana, che condivide le scelte difficili del marito e poi, rimasta sola, alleva sei figli; la zia e la nonna di Cesarina, matriarche che la sostengono senza titubanze; la madre di Roselda, più forte del marito nel sostenere la durezza del lunghissimo sciopero del 1921. E si potrebbe continuare.
Spegniamo ora i riflettori sulle nostre narratrici. Abbiamo visto scorrere rapidamente cinque anni di guerra, segnando solo il profilo del conflitto, soffermandoci solo sui picchi del grafico della memoria, appunto. E, qui giunti, azzardiamo alcune considerazioni.
L'epica della guerra, l'epica della Resistenza è del tutto assente. Ci ha sorprese.
È vero, come ha notato Anna Bravo in un suo bel saggio, non c'è lo stereotipo dell'eroina né quello della vittima. Non c'è tutto sommato neanche lo stereotipo dell'eroe. C'è, semmai, un'epica del quotidiano, che fa cadere la demarcazione rigida tra resistenza armata e resistenza diffusa.
Il soggetto maschile rimane un po' sullo sfondo. Non c'è trasfigurazione dell'uomo in guerriero, ma la sua umanità, anche la sua debolezza, dipendenza, bisogno. Ci pare una chiave di lettura molto efficace quella "estensione pratica e simbolica del materno" che propone la Bravo.
In questo senso sembra di notare più una continuità che una rottura coi tradizionali ruoli e compiti femminili. È il modo di svolgerli che cambia. In quest'area non emergono, come avviene in misura massiccia altrove, casi frequenti di supplenza di ruoli maschili. Al contrario, sono capacità sedimentate nelle donne che al momento dell'emergenza vengono utilizzate; si valorizzano, si estendono, diventano più dinamiche. Credo che il pensiero della differenza ci guidi a comprendere questo fenomeno complesso meglio di altri approcci, aiutandoci a superare le equazioni silenzio-passività, invisibilità-assenza; sconfitta, o scacco-subalternità.
Infine, questa esperienza ha rappresentato anche, crediamo, un rafforzamento della propria identità, una gratificazione, una consapevolezza di forza, una proiezione di attesa per il futuro, in termini di giustizia, di diversi rapporti tra gli uomini e le donne, anche.
Se ci è consentita la lettura simbolica di un fatto individuale, il crollo nervoso che colpisce dopo la Liberazione, per lungo tempo, una delle nostre partigiane, è quasi l'emblema di tutto il disagio di chi si accorge di dover rientrare nei ranghi.  



http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria/vella195.html

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