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Pedagogia
Transdisciplinare
“Prigione scuola” - ricostruzione storica del carcere minorile

Lingua: Italiana
Destinatari: Insegnanti
Tipologia: Materiale per autoaggiornamento

Abstract:  

“Prigione scuola”, ovvero carceri minorili

Nei primi anni settanta la realtà dei minori detenuti si caratterizzava per la totale assenza di percorsi alternativi al carcere, e l’unico strumento utilizzato dai giudici nella fase delle indagini preliminari per consentire la liberazione del ragazzo era la “libertà provvisoria”, come peraltro accadeva per gli adulti.

C’è da sottolineare che la procedura penale del minore, nel caso fosse stato arrestato con un maggiorenne, era la procedura ordinaria, e nessuna competenza spettava ai tribunali dei minorenni.

Il minore veniva spesso condotto in isolamento giudiziario nel carcere circondariale più vicino, per poi essere condotto in una “prigione scuola”. Accadeva però che, per una serie di ragioni legate alla sua personalità e alla gravità del reato, veniva collocato in sezioni giudiziarie per adulti, nella totale promiscuità, in quanto nessuna differenziazione  interna era attuata per tutelare il minore. Formalmente il minore andava in sezioni per “giovani adulti”, dove teoricamente dovevano trovarsi detenuti sotto i venticinque anni di età, ma era consuetudine usare tali sezioni per qualsiasi detenuto, anzi spesso erano dei veri e propri “penali” con condannati adulti a pene detentive definitive. Ma non sempre questo accadeva per considerazioni circa la personalità del minore o del reato imputatogli, infatti quasi tutti i ragazzi arrestati con coimputati maggiorenni sostavano per un certo periodo nelle carceri per adulti. E’ evidente che tipo di disagio ambientale si determinava per i ragazzi, che spesso erano addirittura alla loro prima esperienza detentiva. Ci si sentiva minorenni solo quando al pasto ordinario, ma non tutti i giorni,  veniva somministrata una fettina di carne di 100 grammi, e due volte la settimana due confezioni di una specie di impasto molle che doveva essere una marmellata (probabilmente d’uso militare). Nulla di più!

Inoltre tutta l’istruttoria era condotta da inquirenti ordinari, e l’assistenza legale era garantita da difensori della camera penale competente, senza nessuna specializzazione particolare.

Ogni attività istruttoria, qualsiasi fossero le implicazioni psicologiche ed emotive, veniva condotta con gli stessi criteri e le stesse formalità di rito degli imputati adulti. Si arrivava al processo spesso da liberi, se i reati erano lievi. La maggior parte dei ragazzi arrestati per reati di una certa gravità si faceva interamente la carcerazione preventiva e l’eventuale concessione della libertà provvisoria era di esclusiva prerogativa del Pubblico Ministero che aveva condotto le indagini.

Si arrivava così al processo, ed ovviamente detenuti nelle sezioni del carcere più vicino al tribunale, insieme agli adulti quindi, compresi i coimputati.

Processualmente non esisteva nessuna garanzia, l’unica differenza, in caso di condanna, era la concessione dell’attenuante della minore età, che quasi sempre era equivalente alle aggravanti.

La “prigione  scuola” invece  rappresentava un’esperienza che arricchiva sotto il profilo della devianza, e radicava le sottoculture delinquenziali, nella netta caratterizzazione tra i “buoni” e i “cattivi”, i primi solidali e compatti come gruppo, i secondi vittime di ogni tipo di violenza. Si forgiavano le future leve criminali, senza nessuna mediazione o possibilità di venirne fuori. Chi solo lo pensava si poneva nella condizione di rottura totale con l’ambiente che lo circondava, trasformando spesso tale desiderio in una innaturale esternazione di violenza e durezza comportamentale, unica possibilità relazionale consentita per avere l'opportunità poi di autodeterminarsi ed avere uno spazio di sopravvivenza. Il disagio trovava quindi la sua massima espressione all’interno di istituti dove violenta era anche la risposta dei sorveglianti, quasi sempre disposti ad usare le “maniere forti” contro i ragazzi, con l’uso indiscriminato delle celle di punizione, che non avevano nulla da invidiare a quelle dei detenuti adulti, che venivano usate a fini “rieducazionali”.

Per il resto le “prigioni scuola”, e tutti gli altri istituti penali per minorenni, si caratterizzavano per l’esclusiva funzione repressiva e di contenimento del fenomeno della delinquenza minorile, non esercitando di fatto nessuna funzione rieducativa.

Le attività interne, molte e di tipo professionale, erano momenti di semplice aggregazione, di interesse momentaneo, all’interno del quale tutte le contraddizioni ambientali e culturali trovavano ampio respiro. Erano in pratica funzionali alle varie “attività” devianti dei minori!

Esistevano però anche situazioni gestite con criteri diversi e finalità rieducative concrete come ad esempio il carcere minorile di Pesaro, particolarmente attivo nell’inserire i ragazzi in una moltitudine di attività  interne, dove c’era particolare attenzione nel non consentire aggregazioni deleterie nei programmi educativi.



http://www.cestim.org/due-palazzi/studi_explorer_%201%20-%204/pagine%20web/minori1.htm

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