Chiara Zamboni - Derrida, tra lingua materna e lingua dell’altro
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Chiara Zamboni


Derrida, tra lingua materna e lingua dell’altro



Il libro di Jacques Derrida, Il monolinguismo dell’altro (a cura di Graziella Berto, Cortina, Milano 2004) non è soltanto una riflessione sulla lingua, su quel che si dice della lingua materna e sulle questioni filosofiche e politiche che ne sono coinvolte, ma è anche un testo che permette di conoscere Derrida, la sua storia – o "favola", come egli sostiene – la sua biografia e quel che ciò gli suggerisce nel percorso filosofico. Per questo accosto questo libro ad un altro, Sulla parola, che raccoglie una serie di interviste sui temi che più gli stavano a cuore e che spiega a partire dalla sua vita (Sulla parola, trad. it. di Alfonso Cariolato, nottetempo, Roma 2004).


Come accade un po’ a tutti, anche a Derrida succede che, affrontando la questione della lingua materna, non possa che ritornare alla sua storia singolare, alla sua infanzia e adolescenza, alla scuola; nel suo caso soprattutto alla scuola e a quel che gli ha insegnato. È nato ebreo, algerino, di lingua francese. Gli ebrei abitanti in Algeria sono stati considerati cittadini francesi a partire dal 1870. La lingua francese, quella che parlava a casa e poi a scuola, è stata per lui un monolinguismo alla lettera, - un’unica lingua – e allo stesso tempo la lingua dell’altro. Ovvero la lingua la cui competenza, il cui stile venivano dalla metropoli, dalla Parigi al di là del mare. Lui non ne aveva il possesso simbolico né si sentiva nella posizione di dettarne le regole: la avvertiva altra, sia in quanto algerino di lingua francese sia in quanto scostato da tale identità linguistica perché ebreo.


Da qui, da questa sua storia singolare, Derrida apre numerose questioni, parecchio interessanti per chi vuol ragionare di lingua e di lingua materna in particolare.



La prima è che della propria storia linguistica si può dare testimonianza; che questa testimonianza non costituisce una identità, ma un percorso di identificazione, dove l’accento è posto su "percorso"; e che ciò rappresenta una singolarità. Che significato ha questa singolarità? È affidata alla descrizione empirica fenomenologica oppure ha un valore ontologico? Derrida sostiene che una storia singolare non è rinchiusa nell’assoluta contingenza di un qui ed ora limitato a sé, ma ha anche valore d’essere. È empirica e ontologica contemporaneamente. Questo fa ragionare su come i racconti della propria esperienza di parola nell’infanzia, appassionanti e vivi, in genere ricadano su se stessi e in un certo modo si spengano quando a partire da essi non venga fatta una scommessa di senso, che li porti a un significato condiviso anche per gli altri. Non si scommette abbastanza sul senso d’essere di cui sono portatori, e per il quale occorre un bel po’ di pensiero a partire dalla contingenza del percorso singolare.


Da questa sua storia personale Derrida invece ne ricava parecchie indicazioni di pensiero. L’affermazione essenziale è che non si possiede una lingua, tanto meno una lingua materna. Non si può dire: "la mia lingua materna è questa". Non solo perché nel suo caso essa è la lingua dell’altro, del francese "al di là del mare" a possederlo, nel senso di dettargli le regole del parlare corretto, ma soprattutto perché è la lingua in generale a possederci. Non ne abbiamo il possesso. Non sono io a parlare quella lingua, ma è quella particolare lingua che mi nomina come "io", in modo diverso da altre lingue. Penso ad esempio come in alcune lingue africane l’"io" sia guadagnato a partire da riti di iniziazione che limitano il legame che la piccola e il piccolo hanno con gli antenati. Arrivare a dire "io" in tali contesti significa che chi lo dice è stato sottratto alla influenza degli antenati e può perciò entrare nel mondo, che è il mondo linguistico "di qua". L’assunzione dell’ "io" è dunque diversamente guadagnata a seconda delle lingue e dei loro contesti mitici. Io, in quanto "io", ne sono l’effetto. Si pensi in questo senso all’importanza del mito di Edipo per la nostra cultura.


Derrida dice qualcosa di vero della lingua materna: la lingua materna è la più intima, più prossima, tanto da dettarci il nostro io, il nostro mondo, però al medesimo tempo la più straniera. Proprio perché intima: estranea. Di essa avvertiamo l’esigenza quanto più ci sentiamo insoddisfatti della lingua complessa, intrecciata di codici molteplici, che ci troviamo a parlare, anche con competenza, ma di frequente con la sensazione di vuoto. Avvertiamo allora l’esigenza di altro, di una intimità con la lingua, che però non è a disposizione. Effettivamente la lingua materna non è mai qui e ora accessibile come un bene tesaurizzato. Non è dunque proprietà, identità, possesso, ma sempre altra dalla lingua che mi trovo effettivamente a parlare. Certo possiamo ritrovare l’uso di certe parole dell’infanzia, ma non immediatamente l’intensità che in essa presupponiamo. Quell’intimità è altra dalla nostra lingua di oggi. Su questa estraneità vissuta all’interno della madrelingua aveva già parlato Eva-Maria Thüne in All’inizio di tutto, la lingua materna dove aveva mostrato cosa significasse sentirsi straniera all’interno della propria lingua e come si potesse trovare un significato a questa esperienza solo attraverso l’imparare a vivere in altre lingue. Il fatto è che l’immediatezza della lingua materna è solo un sogno. Il che a volte significa che ciò rappresenta il pungolo per la sua ricerca.



Il limite del discorso di Derrida è di identificare la lingua materna con quella nazionale, con quella di un popolo. Essa è già lingua astratta, codice; senza nessuna attenzione al rapporto linguisticamente creativo tra la madre e i suoi piccoli. Certo c’è nel testo la sua giusta polemica nei confronti di un monolinguismo imposto, che diviene identità costruita, dominio politico di matrice coloniale. Ma per lui il discorso sulla lingua parte dalla lingua stessa e non dalle relazioni affettive che creano il legame con essa. Di sua madre dice che parlava la lingua di tutti, un francese algerino del tutto neutro. Niente di più. Dà l’impressione di avere paura di una dimensione carnale della lingua e se ne tiene a distanza. La prima sponda da cui partire è per lui la lettera, in fedeltà al suo registro di sempre. Basti pensare a Della grammatologia.


Eppure Hélène Cixous dalle stesse condizioni di partenza arriva a posizioni diverse. Anche lei ebrea franco algerina mantiene però una fedeltà alla lingua materna, alla sua carnalità, ritrovandola nell’invenzione di una pratica di scrittura poetica e nel suo godimento. Il fatto è che Hélène Cixous non identifica mai la lingua materna con la lingua di un popolo, di una nazione. La lingua della madre, un tedesco orale – voce, fonema -, affiora nella scrittura, nella quale lei segue la lingua francese, ma un francese rimodellato dalla presenza dell’oralità, che lo scompiglia, lo disloca.


Non ho scelto a caso di parlare di Hélène Cixous: lei e Derrida erano amici e avevano di frequente pensato assieme su alcune questioni come ad esempio la differenza sessuale, la scrittura, le radici dell’infanzia. Entrambi hanno privilegiato la pratica della scrittura, come un esercizio di lingua che scava nella lingua abituale un’alterità. Il cuore della scrittura è però per Cixous di Entre l’écriture il ritrovare la lingua latte, la lingua canto materna, che le rende straniero il francese, nel quale comunque scrive. Lingua materna agrammaticale che affiora nella grammaticalità del francese.


Derrida invece parla di pratica della scrittura come qualcosa che esplicitamente si allontana da quella lingua materna, che lui intende come monolinguismo imposto, come lingua dell’altro, legge. Eppure involontariamente a me sembra che vi si riallacci. Vediamo come.


Sia in questo testo come il La parola Derrida indica la propria scommessa teorica ed esistenziale allo stesso tempo in una pratica di scrittura, che non trova spazio nel francese così com’è, ma lo decostruisce. Il che significa che lo tende fino a mostrare che al suo interno avviene dell’altro. Qualcosa che non ha identità né concetto. Appare dell’altrove nell’evento della scrittura: ciò è effetto di tale pratica e non è rappresentabile linguisticamente.


In particolare in La parola confessa di pensare alla scrittura come ad una vocazione segreta, a cui vorrebbe dedicarsi in modo più radicale di quanto non abbia già fatto. C’è una lingua prima di qualsiasi lingua appresa, che non ha mai avuto luogo nel tempo e nello spazio. È ad essa che egli vuole rimanere fedele nella decostruzione del monolinguismo dell’altro: scrivendo alla lettera ciò che non è stato ancora scritto.


Si noti come qui la parola "altro" assuma un significato diverso dall’"altro" che impone la legge della lingua. Si tratta piuttosto di un altrove, che attrae, pur non avendo mai avuto attualità. Egli nel testo non scioglie questa ambivalenza attorno alla parola "altro".


Derrida lega questo altrove paradossalmente con la purezza della lingua francese. È vero che il francese è per lui il monolinguismo dell’altro, nel quale egli c’è e non c’è, intimo ed estraneo al medesimo tempo, però avverte del francese una purezza, che è molto diversa dalla purezza della lingua ricercata dai filologi e dai grammatici. Si tratta di una risonanza, di un non so che, di cui si sente erede e testimone fedele. Essa ha a che fare a suo dire con il gioco e il godimento. Per essa ha liberato la sua lingua da qualsiasi accento, da qualsiasi elemento che lo localizzi in una parzialità. L’alterità è questa purezza che gli richiede una scommessa di pratica di scrittura.


Se qualche cosa riprende dalla lingua materna è la sua caratteristica di essere folle. Per Derrida può essere folle effettivamente la madre, ma può essere folle la lingua che si pone come pura pulsionalità prima di ogni legge. In contrasto con il monolinguismo dell’altro, la lingua nazionale, che è legge, norma ereronoma. Ora è proprio in questa forma di follia che trova la cifra della sua pratica di scrittura.



Ed è qui che inserisco una riflessione sulla lingua materna. La lingua materna è uso, la lingua che abbiamo appreso da piccoli in rapporto a nostra madre o a chi ne abbia fatto le veci. Essa però nella vita adulta finisce per essere anche una posizione simbolica nella lingua stessa: desiderio di altro, di gioco e godimento. Perché, come insegna Winnicott, il momento creativo della lingua è stato quando abbiamo incominciato a godere della lingua giocando con essa. E questa posizione simbolica, che non è il contenuto appreso, ritorna e riemerge come qualcosa di non attuale. Derrida pone questo desiderio come ciò che non è mai avvenuto e può essere provocato dalla scrittura stessa. Nella riflessione che propongo esso ha avuto un suo inizio, ma risulta nella quotidianità della lingua niente di immediato o a disposizione, sempre altrove rispetto alla lingua che parliamo, se non in alcuni momenti in cui effettivamente la pratica di parola ci permette di farne esperienza.


In questo senso c’è una sua differenza maschile nel cancellare gli elementi carnali della lingua, nel recidere i legami affettivi che ci hanno portato ad essa. Tuttavia in questo percorso senza volerlo Derrida recupera della lingua materna ciò che ne costituisce la posizione simbolica: il gioco, il godimento, l’essere sempre altrove e allo stesso tempo orientamento.


http://www.diotimafilosofe.it/down.php?t=3&id=78



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