Weltliebe: amore del mondo Perchè non si tratta solo di riconoscere di essere nati da una madre, ma di saperla amare Chiara Zamboni a proposito di un libro di Andrea Günter
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Weltliebe: amore del mondo
Chiara Zamboni 


A proposito di un libro di Andrea Günter


 La congiunzione stretta tra Giove e Venere del 5 novembre 2004


Nel 2003 è stato pubblicato un libro che ha molto a che fare con il nome che porta la rivista in rete del sito di Diotima: si tratta di Weltliebe, amore per il mondo, ed è stato scritto da Andrea Günter (Andrea Günter, Weltliebe, Ulrike Helmer Verlag, Königstein/Taunus 2003).


Andrea Günter è da anni e attraverso parecchi testi che contribuisce al pensiero della differenza sessuale, riprendendo alcune linee che intrecciano il pensiero italiano e francese nello spazio vivo della cultura tedesca. È teologa, filosofa e germanista e questo non deve stupire perché è proprio della cultura delle donne mostrare come il pensiero nasca in più contesti e attraversi più discipline.


Sfondo, presupposto e al medesimo tempo oggetto di critiche è per Andrea Günter la cultura postmoderna, che ha tagliato qualsiasi radice del materno assieme al concetto di "soggetto", "Dio" e "mondo". La critica che il postmoderno ha portato al concetto di universale e universalità ha ridotto quel che si può dire a ciò che si può dire a partire da una posizione. "Posizionarsi" nel postmoderno significa dire il luogo da cui si parla. La contingenza diventa la giustificazione unica del proprio discorso.


Secondo il postmoderno la posizione contingente che si occupa è omologata ad una infinità di altre posizioni, in una concezione di spazio senza profondità e di tempo infinitamente possibile, senza prospettiva. Tutto eguagliato alla condizione di essere posizione.


Ora una parte della cultura femminista, soprattutto di matrice anglosassone, ha coniugato l’assunzione di una posizione nel qui ed ora con una concezione del tempo e dello spazio come infinitamente aperto a molteplici possibilità, alla fine tutte equivalenti fra loro. Sradicate e senza prospettiva reciproca.


Andrea Günter giustamente pone uno stretto rapporto tra questa cultura postmoderna e l’idea oggi dominante di globalizzazione. "Globalizzazione" non è solo un concetto di matrice economica e politica, ma è diventato dominante, cioè ha finito per escludere e rendere invisibile tutto quel che non vi rientra. La globalizzazione ha dei presupposti filosofici precisi: in essa le radici affettive, storiche vengono recise, il tempo è infinito ed omogeneo, il "locale" è tale in quanto in rapporto con il "globale".


In questo modo però, sostiene Günter, l’idea stessa di globalizzazione reinserisce il concetto metafisico di totalità. Idea che il postmoderno aveva criticato, perché appunto metafisica, sradicata dal qui e ora parziale, e quindi dello stesso piano di quella di universalità.


È su questo che l’autrice costruisce il proprio ragionamento: l’idea oggi guida di "globalizzazione" ha fatto svanire e far andare sullo sfondo quella di "mondo", suggerendo che per parlare di mondo sia sufficiente oggi riferirsi al processo di globalizzazione. Da qui lei sostiene, ribaltando i termini della questione: occorre mettere a fuoco sul piano del pensiero quel che significa "mondo", "terra", per poter mostrare che la globalizzazione è sì un processo del reale, ma solo uno di quelli nei quali il mondo è coinvolto. Uno tra altri. Inoltre solo in questo modo si restituisce l’idea di mondo ad un sapere e ad una esperienza femminili, che altrimenti vengono cancellati dal simbolico dominante.


L’autrice ricomincia allora dalla domanda su che cosa sia mondo, quale rapporto le donne abbiano con esso, perché sia così difficile parlarne.


Indirettamente Andrea Günter fa riferimento al Kant della Critica della ragion pura che attribuisce solo alla ragione la possibilità di trattare questioni come il soggetto, Dio e il mondo, perché metafisici. L’idea di mondo è metafisica in quanto coinvolge il concetto di "totalità", che non può essere fondato sull’esperienza e non può quindi dare conoscenza intellettuale.


L’autrice rovescia la difficoltà invitando a ragionare sull’idea di mondo, proprio accettando il fatto che essa è metafisica. Il taglio del suo libro è infatti quello di recuperare la metafisica stessa come condizione necessaria per pensare il vivere umano. Tutta la metafisica dunque, a partire da quella aristotelica, che va comunque letta a partire dalla differenza sessuale.


Nel far questo trova l’autorizzazione nel libro di Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, dove è la madre ad essere fonte del senso dell’essere. Il riferimento alla madre è dunque la via per individuare nella metafisica dell’essere il luogo di valorizzazione dell’esistere. In questo rinforzata dalle letture di testi della metafisica tradizionale che Luce Irigaray ha sviluppato di Etica della differenza sessuale, dove Irigaray mostra come la madre sia stata cancellata, ma rimanga nell’ordito stesso del discorso dei filosofi.


Ora quel che Andrea Günter sostiene è che il disprezzo, il non amore per il mondo, va di pari passo con il disprezzo per la madre e in generale per le donne.


Perché? Non si tratta solo di riconoscere di essere nati da una madre, ma di saperla amare. Questo porta con sé la capacità di accettare i limiti di una presenza materna che non è sempre disponibile, di una madre che, essendo una persona autonoma, impone nello scambio i suoi stessi limiti a cui la soggettività del bambino si adatta a causa del bisogno che ha della madre.


Saper amare la madre – pratica teorica che Andrea Günter riprende da L’ordine simbolico della madre di Muraro – comporta l’accoglienza dei limiti necessari che la vita stessa ci impone. Il nostro scambio con il mondo ci fa vivere una condizione di necessità che noi non scegliamo. Saper amare la madre e i limiti che ciò implica ci porta, per un passaggio secondo e conseguente, ad amare il mondo con la sua necessità.


Io aggiungerei: è proprio dall’accoglienza della dipendenza dalla madre e dal mondo che guadagniamo una libertà non illusoria, ma creata a partire dall’attraversamento stesso della dipendenza.


Mi è piaciuto nel testo un azzardo di Andrea, una vera e propria scommessa che l’ha portata a rileggere l’idea di "fallo", che Jacques Lacan ha introdotto nei suoi scritti e che tanta parte ha avuto nel dibattito femminista e poi decostruzionista. Il fallo è il segno di ciò che sta per l’oggetto del desiderio della madre. È fondamentale nel rapporto tra la madre e il bambino, perché viene fantasticato, fantasmato, dal piccolo in quanto oggetto del desiderio della madre.


L’autrice si domanda: che cosa desiderano oggi le madri, in un periodo di fine patriarcato, in cui centralità sempre maggiora ha il rapporto di una donna con la propria madre e con le altre donne? Oggi, forse, - lei dice - il segno di ciò che sta per l’oggetto del desiderio della madre è il mondo stesso. In questa nuova condizione simbolica il bambino verrebbe a fantasticare altrimenti il desiderio della madre, e dunque il mondo nel suo darsi. Si tratta naturalmente di una ipotesi, eppure mi sembra vero che la fine del patriarcato segna per forza di cose la modificazione del desiderio materno, che struttura simbolicamente il rapporto con la figlia e in modo diverso con il figlio.


In molte parti del suo libro Andrea Günter si confronta con Agostino e Hannah Arendt, dato che entrambi hanno considerato l’amore per il mondo e l’amore per la madre. Tuttavia le strade dei due autori sono divergenti.


È vero infatti che Agostino indica nell’amore per la madre la possibilità di un ordine simbolico nuovo, diverso da quello paterno, tuttavia nella madre vede la prima mediazione non tanto nei confronti del mondo, quanto nei confronti di Dio ed uno esclude l’altro per lui. Infatti il bene sarebbe sull’asse che va dalla madre a Dio, mentre il mondo sarebbe ricettacolo di male.


Altra è la via di Arendt. Nascere al mondo per Arendt non è nascere da madre perché lei non valorizza la nascita vera e propria, che considera solo naturale, bensì il venire al mondo nella dimensione storica e politica. Un mondo che allora è definito dalle relazioni di differenza che vengono giocate in presenza.


Nel mondo di Arendt, a differenza di quello di Agostino, è accolto il bene come il male, perché ciò che è matrice di senso è l’azione politica in rapporto agli altri.


Se Agostino sa amare la madre, e ciò lo porta però a Dio e non al mondo, Arendt ama un mondo, che non è quello sostenuto sul piano del pensiero dal legame con la madre. Mentre l’idea di Günter è appunto che l’amore per la madre porta all’amore per il mondo e viceversa.


Il libro di Andrea Günter ha il merito di mettere a fuoco una questione che ritorna nel pensiero delle donne: quali caratteristiche abbia quel genere particolare di realismo femminile, diverso dal realismo fattuale di molta filosofia maschile, che ho trovato ad esempio nei testi di Simone Weil, María Zambrano e Arendt. È una qualità di realismo che ha a che fare con l’amore, sentimento più complesso e vincolante soggettivamente dello stupore platonico, che pure è via privilegiata per molti per fare esperienza dell’essere.


Günter dunque legge questa qualità di realismo femminile alla luce dell’amore per la madre e ne fa leva per prendere le distanze dall’idea dominante di globalizzazione. D’altra parte è vero che per capire la globalizzazione occorre capire cosa intendiamo oggi per mondo, per terra, per ecosistema, per legami inconsci con il reale, affettivi e politici al medesimo tempo. Andrea Günter ha aperto una strada che va proseguita.


http://www.diotimafilosofe.it/down.php?t=3&id=71



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