Se gli israeliani parlano uno slang… arabo
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Se gli israeliani parlano uno slang… arabo


Problemi di comunicazione? Un murales a Tel Aviv (foto: Anna Momigliano)


di Anna Momigliano


Parlare arabo fa molto chic a Tel Aviv. No, non sto parlando dell’arabo “vero”: certo, quello la parlano come lingua madre il 20% dei cittadini (i cosiddetti arabi israeliani), e lo parlano come seconda lingua una buona fetta di altri israeliani. Il fatto è che basta fare un breve giro nelle strade di Tel Aviv per rendersi conto che molte delle parole correntemente usate nella vita di tutti i giorni dagli israeliani che parlano ebraico… in realtà sono arabe. Specie tra i giovani.
Il perché è presto detto: lo slang israeliano è composto soprattutto da parole arabe. Il fenomeno è di tali proporzioni che ha attirato l’attenzione di diversi linguisti.


La spiegazione più ovvia è che gli israeliani abbiano preso in prestito molte espressioni dai loro vicini di casa egiziani, giordani e palestinesi. Ma alcuni linguisti hanno altre teorie: lo slang “arabizzato” sarebbe piuttosto il risultato dell’immigrazione massiccia di ebrei dai Paesi arabi, e in particolare dall’Iraq. Se ho ben capito, questa teoria si basa sul fatto che alcune parole assai comuni in ebraico sarebbero prese in prestito dall’arabo iracheno, che è un po’ diverso da quello giordano e palestinese.


Probabilmente entrambe le teorie racchiudono una parte della verità. In ogni caso, ecco qualche esempio pratico:


Ahlan: ciao, quando si incontra una persona
Il classico “Shalom” sa un po’ troppo di vecchio, in alcune occasioni. Se dovete presentarvi e/o attaccare bottone con un israeliano in modo informale, meglio salutarlo con un bell’“ahlan!”. In ebraico, è più o meno equivalente dell’italiano “ciao” (quando si incontra qualcuno, non quando ci si separa). Ma in realtà è una parola araba. Anche in questa lingua sta per “ciao,” quindi potremmo pensare che su almeno una cosa arabi e israeliani vanno d’accordo. Ma c’è una differenza: gli arabi la pronunciano con una H più marcata, gli israeliani con una H più dolce (suona quasi “aalàn”).


Sababa: bene, ok
Letteralmente “ok”, “a posto”, “bene”, sababa è un termine forse introdotto dagli immigrati iracheni. Per metà degli israeliani (in genere quelli sotto i trenta) è un passepartout per qualsiasi domanda. Come stai? “Sababa”. Com’era il concerto? “Sababa”. Ci vediamo stasera? “Sababa”. Per l’altra metà degli israeliani (in genere i genitori di quelli che lo utilizzano) è un intercalare infantile e fastidioso. Una volta un’amica siriana mi ha spiegato che questo termine, oggi molto usato in ebraico, in arabo è ormai caduto in disuso da decenni.


Tov Yalla Bye: ciao, quando ci si congeda da una persona
Letteralmente: “bene, andiamo, ciao”. In alternativa al più celebre Shalom, è il saluto di commiato informale, che ben riflette l’essenza cosmopolita di Israele. Forse l’unico Paese al mondo dove le persone per salutarsi usano tre lingue contemporaneamente: ebraico, arabo e inglese. Più in generale “yalla”, che in origine è una parola araba, è molto utilizzata anche in ebraico.


Walla! (intraducibile)
E’ probabilmente la più araba delle parole slang israeliane. E anche una delle più “prezzemoline”: la si sente praticamente in ogni contesto. Sta più o meno per “no?,” “davvero?”, “dai?.” Ma anche “ok,” “mmm” e, a seconda di come è pronunciata… e di una serie di congiunture astrali che, lo ammetto, un po’ mi sfuggono.


Per saperne di più, cliccate qui, oppure qui.


http://blog.panorama.it/mondo/2010/02/09/non-postare-5-se-gli-israeliani-parlano-uno-slang-arabo/



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