Migranti come i gabbiani: le loro odiessee cantate da letterati e artisti, fra poesia e sociologia
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Migranti come i gabbiani: le loro odiessee
cantate da letterati e artisti, fra poesia e sociologia


Il volo di un gabbiano tra mare e cielo (foto Vincent Thian - Ap)

di Rita Sala
ROMA (13 agosto) - Li puoi guardare come un reperto. Preoccuparti di loro. Odiarli. Subirli. Amarli. Non puoi negare che, pur cambiando faccia e tempo, latitudine e atteggiamento, storia e storie, siano, al di là dell’umanità, anche un genere: letterario, musicale, teatrale, cinematografico. Una fabbrica di stimoli, di suggestioni. Con il loro andare, i loro diritti, le loro malefatte, riempiono un magazzino di sogni bianchi e neri. Con la loro cultura, d’origine o acquisita, infilano una spina maieutica nel cuore di chi è stanziale, di chi possiede e programma. Ieri italiani verso le Americhe o zingari baroni; oggi rom, neri, albanesi, romeni, pakistani e quant’altri bussano con violenza alle porte del primo mondo.

Migranti. Come i gabbiani non calcolano le distanze e si buttano a picco sulla preda, viva o morta. Come il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach invitano a cose “impossibili”: Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi, gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.

Giuseppe Prezzolini, negli anni Trenta, la chiamava grande tragedia dell’emigrazione, con anni di fame, di sforzi, di incertezza, e di morti e sempre di umiliazioni. Per italiani, spagnoli, greci che raggiungevano con ogni mezzo le Americhe, erano drammi, lutti, sacrifici, lotte per l’emancipazione dai ghetti. E per assurdo, quei grumi di dolore, non di rado di ignoranza sfruttata e offesa, dispensavano ispirazione a piene mani. Quante canzoni, quanti versi, quante pagine.

E’ del 1880 il feuilleton Emigrati, di Antonio Marazzi, diplomatico liberale e garibaldino che nel romanzo seppe tracciare un importante profilo sociologico del fenomeno. Pochi anni più tardi, Emigranti del catanese Mario Rapisardi, e il pamphlet del milanese Ferdinando Fontana, commediografo e giornalista che nel suo New York (ristampato nel 2006 dall’editore Salerno) “piange” sulla razza più eletta dell’umanità (gli italiani) costretta a lustrare le scarpe. Ancora, Un Italiano in America di Adolfo Rossi, prima redattore a New York del “Progresso Italo-Americano”, quindi, rientrato in Italia, collaboratore del “Messaggero” e del “Corriere della Sera”; le molte pagine di De Amicis, da Gli emigranti al famoso racconto Dagli Appennini alle Ande nel libro Cuore, da Sull’oceano a In America. Aggiungiamo Impressioni d’America di Giuseppe Giacosa (gli italiani vengono descritti come rassegnati alla miseria, di una indifferenza così cinica rispetto ai beni e ai godimenti della vita, che ha solo riscontro, in peggior grado, diciamolo, nei cinesi); L’America vittoriosa di Ugo Ojetti; le poesie di Giovanni Pascoli, di Severino Ferrari, di Ada Negri, del Dino Campana emigrato nell’America Latina. Senza dimenticare Pirandello, Capuana, o l’abruzzese Nicola Moscardelli.

Mario Soldati, nel 1935, scrive America primo amore. E via, fino ai giorni nostri: Noi lazzaroni di Saverio Strati, 1970; I quattro camminanti. Stampa d’epoca di Rodolfo Di Biasio, 1991; il libro di fotografia Scarpe fuori misura di Sebastiana Papa, 1996; Quando Dio ballava il Tango di Laura Pariani, 2002; Vita di Melania Mazzucco, 2003; Pane amaro di Elena Giannini Belotti, 2006; Ellis Island. Storia, versi e immagini dello sradicamento di Nino Di Paolo, 2007. Ma si sono dedicati ai migranti anche Flaiano, Piovene, Parise, Cancogni, Rigoni Stern, Barzini...

Oggi i cittadini dell’Europa unita, non più assedianti ma assediati, trovano nell’odissea di chi cerca una terra nuova la stessa forte ispirazione. Uno degli spettacoli di teatro più attesi della prossima stagione è La menzogna, che Pippo Delbono sta “scrivendo” assieme alla sua compagnia (è nel cartellone dell’Argentina di Roma). «Ho visitato i campi nomadi dice Delbono a Torino, a Roma. Ho parlato con i capi-campo studiandomi di sfrondare l’ascolto da ogni tipo di prevenzione ideologica. Non tutto mi ha convinto. Andandomene, ho però avvertito il senso di una poesia arcaica, resistente, a noi ormai estranea, e la presenza di una vita carnale indispensabile a mandare avanti la Storia. Noi, al contrario, usiamo il corpo nello stesso modo, ci muoviamo nello stesso modo, ci sentiamo comodi nello stesso modo. Abbiamo perso il senso della lotta interiore, della ribellione anche piccola. Non giochiamo più con le idee. Ogni provocazione cade nel vuoto. I battelli carichi di disperati che approdano alle nostre coste sono il Male. Dovrebbe forse sfiorarci il pensiero che quella vitalità ci aiuterebbe a continuare».

Sizwe Banzi est mort è una creazione di Peter Brook. Scritta anni fa ma messa in scena solo alla fine del 2006, è la storia di un uomo che, pur di sopravvivere fra irraggiungibili permessi di soggiorno e il lavoro che non c’è, ruba i documenti a un cadavere e assume un’altra identità. Un po’ Mattia Pascal e un po’ personaggio del Gomorra di Roberto Saviano. E si muove anche il palcoscenico meno stellare. Nicola Pistoia e Paolo Triestino hanno pensato a Ben Hur, avventura metropolitana di Sergio che sbarca il lunario facendo il centurione per turisti al Colosseo, di sua moglie Maria, impiegata in una chat line erotica, e di Milan, clandestino bielorusso dall’accentuato istinto imprenditoriale, capace di rivitalizzare a modo suo la precaria economia della coppia. Ben cinque compagnie si sono invece associate per il progetto Migranti: arrivi e partenze, promosso e ospitato dalla Rete Teatri d’Abruzzo: cinque spettacoli con «azioni, canti, parole, suoni, corpi, oggetti e visioni per raccontare la bellezza, la gioia, il sudore e la creatività di uomini e donne del ‘900 e di questo nuovo secolo». Cemento, per citare uno degli allestimenti, riporta in vita il romanzo Cristo tra i muratori dell’italoamericano di origini vastesi Pietro Di Donato: uno scorcio newyorkese sulle condizioni precarie che gli italiani dovettero accettare pur di guadagnarsi il pane.

Ferve anche la libreria. ROMantica gente, di Daniela Lucatti, è una fotografia puntuale della situazione dei campi Rom in Italia, a partire dall’esperienza diretta dell’autrice presso l’ufficio stranieri del Comune di Pisa. Migranti e Banche, di Marco Marcocci, tratta invece i migranti nel sistema creditizio. Pensato per il personale delle banche e per gli operatori sociali, analizza il rapporto dei migranti con il sistema bancario, il cosiddetto migrant banking. Antonio Moresco ha scritto Zingari di merda, viaggio verso la Romania di due italiani e un rom sgomberato dalla città di Pavia a bordo di una vecchia BMW per «andare a vedere da dove si mette in movimento tutta questa disperazione, l’origine di questa ferita. Non un santino edificante ma esseri umani con la loro forza, la loro diversità e il loro mistero». In La Malta nascosta, Jacopo Storni racconta come «esplodono razzismo e intolleranza contro i migranti africani che da Somalia, Etiopia, Eritrea e Sudan approdano a un’isola mediterranea sinonimo di riposo e cultura».

Infine, il lungometraggio Billo Il Grand Dakhaar, di Laura Msucardin, con Marco Bonini e Thierno Thiam (detto Billo), epopea di un senegalese di successo. Nella colonna sonora del film, la cover di Youssou N’Dour del Barcarolo romano di Romolo Balzani.
Le mille vie dei migranti. Come i gabbiani.


http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29445&sez=HOME_SPETTACOLO


 



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