Così sta nascendo l'identità nordista - di ILVO DIAMANTI
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Così sta nascendo
l'identità nordista

di ILVO DIAMANTI



IN questo tempo magmatico, avanza un sentimento confuso, ancora indefinito. Ma, comunque, riconoscibile. L'identità nordista. Promossa, soprattutto, dalla Lega di Umberto Bossi. Che da vent'anni ne ha fatto una bandiera politica. Anche se, dopo la fine del primo governo Berlusconi, nel 1994, accantonò il Nord a favore della Padania.

Per marcare l'irriducibilità rispetto a tutte le forze politiche. Per prime, Forza Italia e Alleanza Nazionale. La Lega, allora, imboccò la via della secessione dall'Italia, verso la Padania. Una patria - per quanto "inventata". Con i suoi miti e i suoi riti da celebrare. E, prima ancora, da creare. La secessione, però, svanì in fretta. Si arrestò lungo il Po, dopo una manifestazione quasi deserta, nel settembre del 2006.

La Padania, invece, è rimasta. Non solo nella comunicazione leghista. Anche nel linguaggio comune. Ma ha perduto molta della carica eversiva originaria. D'altronde, la Lega stessa è tornata a Roma, accanto a Forza Italia, ad Alleanza Nazionale e, fino a pochi mesi fa, ai neodemocristiani dell'Udc. Di nuovo, Lega di governo. Con un programma semplice, impostato su pochi obiettivi fermi: il federalismo (un altro modo di rivendicare l'autonomia) e la rappresentanza degli interessi del Nord. Una lobby nordista. Infine: la promozione dell'iconografia e del linguaggio "nordista".

Il Nord, d'altra parte, ha ripreso il centro della scena politica. Insieme alla cosiddetta "questione settentrionale". Che riassume una insoddisfazione diffusa e dirompente nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Esplosa nella breve stagione del governo di centrosinistra guidato da Prodi, per diverse ragioni. Compresa la scarsa attenzione e la scarsa sensibilità del centrosinistra alle ragioni - e alle insoddisfazioni - del Nord. Un centrosinistra Romano. Come il nome del suo ultimo premier. Come Rutelli e Veltroni. I sindaci che ne hanno assunto la leadership, nell'ultimo decennio.


Ma il ritorno del Nord è stato sostenuto anche dal collasso - economico e di immagine - del Mezzogiorno. Simboleggiato dalla vicenda dei rifiuti a Napoli e dal ritorno dell'emergenza criminale. Ma, soprattutto, la "questione settentrionale", negli ultimi anni, echeggia la domanda di "sicurezza". O meglio: il dilagare dell'insicurezza. Ricondotta, dal senso comune, all'aumento della criminalità comune e dell'immigrazione. Ma, in realtà, dettata dalla perdita dei riferimenti che garantivano identità e controllo sociale. Il decomporsi dei legami comunitari, lo spaesamento dettato dalla globalizzazione nelle aree più globalizzate d'Italia, il disorientamento prodotto dal cambiamento sregolato del paesaggio.

Il successo della Lega, alle ultime elezioni, riflette in modo efficace il segno geopolitico di questa fase. Anche se il rapporto fra la Lega e il Nord è stretto, ma non esclusivo. D'altronde, il Nord è entrato nel linguaggio comune. Riferimento diffuso e condiviso, assai più della Padania.

Nel 2000 solo il 4% degli italiani, fra diversi contesti (città, regione, Nord-Centro-Sud, Italia, Europa e mondo) proposti da un sondaggio (indagine nazionale di la Polis per Limes), dichiarava di appartenere, anzitutto, al Nord. Mentre l'attaccamento territoriale maggiore veniva espresso nei confronti della città e dell'Italia, scelta da oltre il 20% degli intervistati.

Nel 2005 (indagine nazionale di Demos per Banca Intesa) il peso dei "nordisti" era salito, ma in misura, comunque, limitata: intorno al 7%. Mentre si era rafforzato l'attaccamento all'Italia (23%) e, al contempo, si era ridotta l'appartenenza urbana (19%).

Oggi, però (sondaggio nazionale Demos, giugno 2008), l'identità nordista si è allargata ulteriormente. Anzi, è raddoppiata, visto che il 12% degli intervistati la riconosce come primo riferimento. In questo modo, il Nord dimostra la stessa capacità di identificazione espressa dalla "regione", contesto assai più definito dal punto di vista storico e istituzionale.

Appare, invece, in declino l'attaccamento all'Italia (20%) e, soprattutto, alla città. Il "popolo nordista" si allarga ulteriormente, fino il 18%, considerando anche il riferimento scelto per secondo. (Il quesito del sondaggio prevede che gli intervistati esprimano due preferenze, in ordine di importanza, fra gli ambiti territoriali proposti).

Se zoomiamo sulle principali aree del Paese, l'importanza assunta dal nordismo appare ancora più evidente. Soprattutto (com'era prevedibile) nel Nord, dove è la definizione scelta per prima da circa il 25% dei cittadini (il 26% nel Nordest e il 24% nel Nordovest). Quasi il doppio, rispetto al 2000. Il dato più alto rispetto a ogni altro ambito territoriale.

Nel Nord, in altri termini, per definire la propria appartenenza territoriale, i cittadini si dicono "nordisti". Prima e più che italiani e, a maggior ragione, veneti, lombardi, piemontesi. Per non parlare del riferimento alla città, che appare debole, più di sempre.

I "nordisti", coloro che si riconoscono, anzitutto nel Nord, hanno un profilo sociale e orientamenti politici e di valore piuttosto netti e definiti. Pesano di più fra i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, i dipendenti del privato. Risiedono, in prevalenza, nei comuni medi e piccoli.

Sono più spaventati rispetto al resto della popolazione (il 63% di essi ritiene cresciuta la criminalità, in ambito locale, mentre la media generale è del 53%). Non si fidano della giustizia e dei magistrati. Per cui sono favorevoli a pratiche di controllo dell'ordine pubblico fai-da-te, come le ronde (approvato dal 63% di essi). Vedono il futuro incerto, diffidano degli altri.
Sono pervasi da una diffusa sfiducia nelle istituzioni dello Stato, ma anche - ancor più - nella Ue. Mentre confidano maggiormente nei governi locali: Comuni e Regioni. Percepiscono e riproducono un elevato grado di ostilità nei confronti del Mezzogiorno (dove, anche per reazione, è molto cresciuto il peso dell'identità meridionale).

Politicamente, sono prevalentemente di centrodestra. Il peso elettorale del Pdl è superiore alla media. Quello della Lega: triplo. Quello del Pd: la metà. Per contro, hanno attese economiche positive. In altri termini: economicamente solidi, socialmente insicuri. E diffidenti: delle istituzioni, ma anche degli altri.

Tuttavia, il nordismo non appare una sindrome anti-italiana. Il 22% di coloro che scelgono il Nord come primo riferimento territoriale indicano per secondo l'Italia. Ancora: il 64% di essi ha molta fiducia nel Presidente della Repubblica, Napolitano. Un dato minore rispetto alla popolazione totale (dove ha raggiunto livelli "ciampiani", superando il 70%). Ma, comunque, molto elevato.

Ciò suggerisce che il nordismo, oggi, non riproduca tanto - ancora - un sentimento antagonista. E non preluda tanto - ancora - a un'identità secessionista o a un'identità nazionale "altra" e alternativa. Evoca, invece, lo specchio rotto del Paese (per riprendere una felice - e dolente - metafora di Eugenio Scalfari). Che proietta frammenti. Nordisti, sudisti, centristi. E altre tribù. Riflette la difficoltà per gli italiani, oggi, di riconoscersi sentirsi tali. Di sentirsi una nazione.

(15 giugno 2008)


http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/diamanti-identita-nordista/diamanti-identita-nordista/diamanti-identita-nordista.html



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