L'Italia e gli zingari - Tullio De Mauro
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L'Italia e gli zingari
Tullio De Mauro



Teniamo e vogliamo tenere i rom ai margini, e però rimproveriamo loro di essere marginali


Su Internazionale 746, 29 maggio 2008


"E a proposito di rom": nell'organizzazione favolistica che i telegiornali danno al succedersi delle notizie (se così possono chiamarsi) negli ultimi giorni almeno tre volte è capitato di sentire questa frase usata per legare tra loro fatti di varia luttuosità e violenza privi, nei tre casi, di un nesso specifico con gli zingari (in un paio con rumeni e immigrati).


Anche questo è un modo mascalzonesco per ispessire il sordido zoccolo di pregiudizi su cui sembra poggiare oggi il nostro paese, e che non da oggi è il fondaccio da cui germinano imprese criminali di discriminazione e persecuzioni. Ma oggi lo zoccolo sembra aver raggiunto uno spessore senza precedenti. Un anno fa, dopo la morte dei quattro bimbi zingari nell'accampamento di Livorno, SkyTg24 promosse un sondaggio.


Si chiedeva: "Infuria la polemica sui campi nomadi. Secondo te i rom nelle nostre comunità vanno integrati o isolati?". "Isolati", rispose il 79 per cento; "integrati", il restante 21 per cento. Ora, un anno dopo, O Vurdòn, un sito di cultura romanì curato da Sergio Franzese, professore di sociologia a Lecce, pubblica un sondaggio della Stampa tra i suoi lettori (un'élite, per regione, censo, abitudine alla lettura): "Siete d'accordo con il progetto, adottato dal comune di Torino, di aiutare i nomadi in regola con il permesso di soggiorno a trovare casa concedendo, come avviene per altri cittadini, sgravi dell'Ici al proprietario che accetta il contratto?".


È bello sapere che un comune italiano si comporta in modo civile. Meno belle sono le risposte (pubblicate il 13 maggio): solo il 15 per cento si è detto d'accordo, l'85 per cento si è detto contrario.


È un paradosso nazionale, uno di quelli che rendono difficilmente leggibile il nostro paese. In Europa l'Italia è di gran lunga il paese con il più alto indice di diversità linguistica nativa: ha una presenza ancora viva dei diversi dialetti tra il 60 per cento della popolazione, ha 14 minoranze linguistiche di antico insediamento (due milioni di persone) e solo di recente ha adottato un'unica lingua, l'italiano, nell'uso parlato quotidiano.


Non è solo un dato sociologico-linguistico. Come vide uno dei nostri massimi studiosi del novecento, Gianfranco Contini, questa diversità è "visceralmente" unita al costruirsi della tradizione letteraria italiana. Non solo: prima di ogni convenzione internazionale, l'articolo 6 della costituzione del 1948 volle dare spazio e riconoscimento alla diversità delle minoranze linguistiche.


Questa diversità non è nata oggi o solo da qualche secolo. Se anche altri paesi d'Europa e del mondo sono stati attraversati da ondate di migranti d'altre lingue e stirpi, l'Italia, più di ogni altro (un paragone forse è l'India), i migranti li ha accolti. Per la sua geografia tormentata e fratta ha offerto loro nicchie e plaghe più estese già dalla preistoria, ha lasciato che si fondessero con le popolazioni già insediate fino in buona parte a dissolversi in esse lentamente e lasciando tracce soltanto nella varietà delle parlate. Quest'è l'Italia, un melting pot storico millenario, che potrebbe, che dovrebbe avere la fierezza di questa sua diversità interna, costitutiva. E invece non ce l'ha.


Le mezzecalzette intellettuali non risparmiano silenzi e ostilità per la diversità linguistica. La povera gente, ma anche parte dei ceti benestanti, le segue, da Udine a Livorno, da Napoli a Milano. Nel paese delle reali diversità storiche e linguistiche l'ostilità soffia verso tutto ciò che appare diverso: perfino le varietà d'uso dell'italiano, perfino i dialetti nazionali ne vengono colpiti e, poi, a crescere, le minoranze linguistiche di antico insediamento, le minoranze di nuova immigrazione e, su tutti e più di tutti, gli zingari.


Ai molti di loro che, come i loro fratelli, cercano una residenza stabile e si sedentarizzano, dal Piemonte al Molise, non si perdona di non essere più nomadi e a chi di loro è ancora vagante non si perdona il nomadismo. Privi di uno standard scritto unitario, le loro parlate sono molteplici e mal afferrabili. Orrore, orrore nel paese degli analfabeti. Li teniamo ai margini e però rimproveriamo loro di essere marginali.


In romanì, cioè nelle parlate zingare, porajmos "devastazione" designa per eccellenza il tentativo nazista di sterminare nei lager gli zingari già perseguitati da tempo (perseguitati anche dal nostro patrio fascismo, come hanno mostrato gli studi di Mirella Karpati, Giovanna Boursier e altri). È l'equivalente di shoah. Si calcola che mezzo milione di zingari d'ogni paese ne siano stati vittima. La tentazione del porajmos è tra noi, non sottovalutiamola. Rimbalza in internet in questi giorni una vecchia poesia attribuita da alcuni a Bertolt Brecht, ma che in realtà è del pastore Martin Niemöller, morto pochi anni fa. Anche il testo circola con delle varianti, ma il senso comunque è chiaro.


Ritraducendo dal tedesco: "Quando presero gli ebrei, non dissi niente; non ero in effetti un ebreo./ Quando presero gli zingari, non dissi niente: non ero in effetti uno zingaro./ Quando presero i comunisti, non dissi niente, mica ero comunista./ Quando presero gli omosessuali, non dissi niente: mica ero un omosessuale./ Quando presero i socialisti, non dissi nulla: non ero un socialista./ Quando presero me, non c'era più nessuno che avrebbe potuto dire qualcosa".


 
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