Io, rom italiana, non mi sento più protetta dal mio paese
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Il manifesto 17-05-08 f


«Io, rom italiana, non mi sento più protetta dal mio paese»
Parla Umiza Halilovic, prima portavoce donna di un campo nomadi a Roma.
«Che faranno, cacceranno anche i nostri morti dal cimitero?»


Cheja Celen


Eleonora Martini Roma


«Io capisco Alemanno, e condivido perfino alcune cose che vuole fare in materia di sicurezza. Però il sindaco deve sapere che se vuole cacciarci via tutti, se vuole mandarmi via dal mio paese, dove sono cresciuta e dove è nato da otto mesi anche mio nipote, se vuole spedirmi non so dove perché questa è la mia terra, allora deve cacciare anche i nostri morti che sono sepolti al cimitero di Prima Porta».


 Dispiace non disporre del mezzo televisivo quando si parla con Umiza Halilovic, prima donna eletta portavoce di un campo rom a Roma, il «Cesare Lombroso», che sorge in pieno XIX municipio, nel quadrante nord-ovest della capitale, e dove vivono 155 persone di cui 80 minorenni. Perché Halilovic, 41 anni, arrivata a Roma in braccio a sua madre che ancora non aveva sei mesi, potrebbe essere scambiata per una dei tanti abitanti del centro storico di Pescara - tanto per fare un esempio - anche loro di cultura zingara. Con la differenza che Umiza è stata fregata dalla dissoluzione della Jugoslavia, dopo la quale è diventato impossibile ottenere un qualsiasi tipo di documento. E di conseguenza niente casa, niente lavoro fisso, niente vita normale. Malgrado la signora viva nel campo Cesare Lombroso da circa venti anni, e abbia due figli, uno che frequenta l'istituto tecnico-commerciale e l'altra danzatrice del gruppo rom Cheja Celen.


Ha visto cosa è successo a Napoli?
Sì, l'abbiamo visto in tv. Siamo davvero molto allarmati perché sta passando qualcosa che non è reale e cioè l'idea che tutti gli stranieri, tutti i rom, tutti i romeni, siano uguali. Dicono che i rom rubano i bambini, stuprano, rapinano. Ma come si fa a non capire che ci sono rom e rom? Nel nostro campo lavoriamo tutti, ci siamo inventati un lavoro che è anche un servizio per la società: ricicliamo materiali di scarto e li vendiamo in un mercatino dove si servono anche italiani, e costruiamo manufatti in ferro. Però anche andare a frugare nei cassonetti viene visto come un gesto schifoso, io sono stata perfino aggredita mentre lo facevo. E nessuno mi ha soccorso, la gente guardava e non faceva nulla. Se fosse successo il contrario, se un rom avesse aggredito un italiano, sarebbero venuti a distruggerci il campo.


Cosa pensate possa accadere ora?
Abbiamo paura. Perché noi non abbiamo nessuno che ci difende, noi non abbiamo uno Stato. I rom romeni hanno un presidente che potrebbe difenderli, noi no. Alcuni bambini da quando hanno capito che le scene che vedono in tv sono vere hanno paura di uscire dal campo. La notte ormai non dormiamo più, stiamo sempre in allerta malgrado facciamo i turni di presidio 24 ore su 24 grazie al progetto municipale H24 finanziato anche dalle giunte di destra. Epperò improvvisamente negli ultimi giorni il campo sembra essere diventato un ghetto, e gli abitanti del quartiere tutti nemici.


Si sente tradita dai suoi connazionali?
Sì, perché anch'io sono italiana, però esisto solo per la legge e non per lo Stato. Capisco però che il nostro modo di vivere, la nostra cultura è molto diversa dalla vostra.


In che senso? Come vede il modo di vivere degli altri italiani?
Ci sono molte cose che i rom non accettano della cultura italiana, per esempio il modo di vivere nelle famiglie, tutto questo odio che c'è tra genitori e figli, gli stupri, le uccisioni in famiglia. Per la maggior parte degli italiani i figli non sono la cosa più importante della vita, per noi sì.


Vuole dire che i rom pensano degli italiani quello che gli italiani pensano dei rom, cioè che maltrattano e sfruttano i bambini?
Sì, per certi versi è così. Il nostro rapporto con i figli è strettissimo, i bambini sono il nostro orgoglio, la nostra ricchezza. Voi avete le vostre ville, le vostre industrie, i vostri negozi, noi solo i figli. Una donna italiana se è incinta già prepara il futuro per suo figlio, noi invece cresciamo insieme a loro.


Il pregiudizio opposto però vuole i bambini rom sempre sfruttati, mandati a rubare, a chiedere l'elemosina. E qualche volta li vediamo davvero.
La vita che facciamo noi la fanno i nostri figli, perché dovrebbe esserci differenza? Ci sono rom che rubano, io non lo nego, e i loro figli vengono su uguali, ma succede anche per tutti gli altri esseri umani. Ognuno ha la sua mentalità, ognuno il suo orgoglio. Chi vive in una baracca, per esempio, la sente come una villa. Come vivrebbe un italiano se pensasse che da un momento all'altro qualcuno potrebbe venire a distruggere la sua casa, la sua villa?



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