Salone del libro di Parigi «Il boicottaggio punisce gli arabi» Massimo Nava
- Il Corriere della Sera
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Salone del libro di Parigi
«Il boicottaggio punisce gli arabi»


Massimo Nava - Il Corriere della Sera

Massimo Nava - Il Corriere della Sera
PARIGI — È un po' grottesco parlare di boicottaggio in uno degli eventi culturali più importanti dell'anno, il Salone del libro di Parigi. Ma questo era il rischio (diventato una realtà, appesantita da psicosi e misure di sicurezza per la visita ufficiale del presidente Shimon Peres) essendo ospite d'onore la letteratura ebraica, in occasione del sessantesimo anniversario dello Stato d'Israele. Boicottaggio dichiarato e attuato da parte di scrittori e Paesi arabi; voci di censura (o meglio, appello al politicamente corretto) da parte delle autorità israeliane, secondo quanto riferisce il quotidiano Haaretz.

Ma la cultura ha una forza intrinseca, che trapassa muri e diplomazia, e la parola degli scrittori diventa un grido di libertà, beffardo contro la stupidità di bavagli, imposti o presunti.

Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua — i tre «tenori» della letteratura israeliana — ne hanno dato ieri una testimonianza appassionata, raccontando l'esperienza di tante fratture che li accomuna come esseri umani e narratori. La frattura fra il cittadino di una realtà inaccettabile e l'artista che sogna di cambiarla, fra identità ebraica e coraggiose posizioni politiche, fra amore di patria e comprensione degli altri: vicini, avversari, nemici. Nel paradosso di essere oggi boicottati e nello stesso tempo costituire la voce più critica della politica d'Israele.

Per David Grossman, la frattura è arrivata all'estremo sacrificio, la perdita del figlio soldato, durante la guerra del Libano di due anni fa. Nel suo ultimo libro, in lavorazione al momento del lutto, lo scrittore rielabora il tema della perdita: dei propri cari, della terra, dell'identità.

«I dirigenti attuali hanno fatto così poco per preservare questa rara possibilità che ci ha donato la storia. Hanno sperperato un miracolo. Ad Amos Oz dissi che non sapevo se sarei riuscito a salvare il mio libro e lui mi disse che sarebbe stato il libro a salvarmi », ricorda.

Si parla di libri, poesia e creazione artistica, ma il fantasma del conflitto aleggia nella sala. «Il boicottaggio— dice David Grossman — è inaccettabile contro ogni forma di cultura ed espressione, perché rafforza estremismo e pregiudizio. È un boomerang contro chi lo ha promosso, contro coloro ai quali vorremmo poter parlare ». «Impedire il confronto è un'idiozia», aggiunge

Amos Oz, che smentisce di aver ricevuto le raccomandazioni
di cui parla Haaretz:
«Non saremmo qui se fosse vero».
I tre scrittori hanno affrontato il tema della «prigione psicologica» in cui si muovono e della libertà artistica che permette di trapassare i cliché e nonostante tutto sperare. «Quando scrivo — racconta Amos Oz — uso una penna nera e una penna blu. Una per gli articoli di giornale e un'altra per la letteratura». «I media — dice Grossman — utilizzano stereotipi per descrivere una situazione terribile.
La lingua degli scrittori è quella delle emozioni, va dritta all'anima del lettore, forse lo spinge a riflettere, talvolta a cambiare idea. Nella vita reale non abbiamo sempre voglia di conoscere l'altro. Anche quando facciamo l'amore, riusciamo a conoscere l'altro fino in fondo? Non ne sono sicuro. Nel romanzo, un personaggio può essere descritto in modo totale, o almeno come l'autore lo vede veramente».
«Quando esco la mattina — racconta Amos Oz — osservo la gente cominciando dalle scarpe e poi provo a mettermi dalla parte degli altri, a entrare nella pelle degli altri. Così la letteratura diventa comprensione».

Yehoshua spiega: «L'attualità e le vicende politiche possono impregnare i nostri libri, ma non sono manifesti politici e non lo saranno mai. La letteratura è una forma di relazione fra noi e gli arabi, permette di andare, come Proust e Dostoevskij, alla ricerca di se stessi, alla radice delle cose, all'infanzia, al tempo perduto, all'origine della nostra situazione terribile».

Il messaggio passa nel pubblico, foltissimo, che ascolta in silenzio questa finta estraniazione dell'artista che diventa arma creativa e ultima risorsa per coltivare la speranza come un dovere, più che come una possibilità. «L'esplosione della cultura ebraica in molti campi non è un buon segno. In molte epoche l'arte fiorisce quando la situazione sociale e politica è pessima. Mi piacerebbe che succedesse il contrario», dice Yehoshua.

«Gli artisti sono come fusibili che reagiscono al male che li circonda. È questa nostra paura esistenziale che produce cultura. Oggi la nostra vita non è una vita, ma violenza e paura perpetua», dice Grossman.

«Viviamo in un'epoca post moderna e nello stesso tempo il fanatismo ci riporta in un'epoca arcaica. Dopo il XXI secolo, vivremo in un nuovo Medio Evo?», si chiede Amos Oz. Non si avrebbe voglia di annuire, nel salone del dialogo monco, della cultura in ostaggio, di un'altra occasione perduta.

 

 


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