TRE PARAGRAFI SULLA DECOLONIZZAZIONE LETTERARIA DEGLI EUROPEI''Gli altri che sono venuti a trovarci, che hanno imparato la nostra lingua, ci obbligano a un incontro e a un ascolto che deve convincerci a una nuova co-scienza... - di Armando Gnisci
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STUDI D' ITALIANISTICA NELL'AFRICA AUSTRALE
ITALIAN STUDIES IN SOUTHERN AFRICA  Vol. 8, No.2 




TRE PARAGRAFI SULLA DECOLONIZZAZIONE 
LETTERARIA DEGLI EUROPEI





''Gli altri che sono venuti a trovarci, che hanno imparato la nostra lingua e non se ne vanno più, provenienti da terre e lontananze che proprio noialtri abbiamo occupato, sfruttato e devastato e ora diciamo di aiutare, questi altri ci obbligano a un incontro e a un ascolto che deve convincerci a una nuova co-scienza, a una nuova e difficile pratica della reciprocità. Quella della nostra decolonizzazione attraverso il loro aiuto. Si tratta dell'esaltazione dell'accoglienza, della parità storica e della reciprocità come legge obliata dell'avvenire. È l'unica "teoria" possibile e decente: una pratica e un'etica vicendevoli, un vero e proprio contraccolpo ermeneutico.''


al mio compare Salah Methnani


Armando Gnisci




Abstract:


In this essay, Armando Gnisci presents his critical position in the fields of comparative literature and multicultural studies in Italy. He defines the concept of de-colonization of literature and the role that a western critic can play in order to redefine concepts of national literatures and western cultures, a redefinition that privileges the exchange between literary traditions and between western and non-western cultures.

I. Sono stato il primo studioso di tipo accademico in Italia ad interessarsi della letteratura degli immigrati così detti extracomunitari, scritta in italiano. Ho dedicato un libro a questo tema e gli ho dato per titolo il rovescio di un titolo di Tabucchi: Il rovescio del gioco, nel 1992. E poi uno scritto, "Testi degli scrittori immigrati extraeuropei in Italia in italiano", compreso nel volume di saggi di letteratura comparata del 1994, Slumgullion. Esso riproduce la relazione al grande convegno sulla narrativa italiana degli ultimi venti anni, organizzato a Leuven nel maggio del 1993 dagli amici Musarra, Valvolsem e Sempoux.

Perché l'ho fatto? Quale motivazione, interesse, direzione di ricerca mi ha indirizzato verso un oggetto letterario ancora inconsistente (se non addirittura inesistente) e alla cui costituzione e prima definizione ho così contribuito: la letteratura contemporanea dell'immigrazione in Italia? E perché parlo senz'altro di me, senza alcun pudore (simulato, dissimulato?) "accademico"?

Come comparatista di pratica ermeneutica e come italiano mediterraneo (nel senso non-padano e quindi - secondo certe vedute "etnologiche" di moda negli ultimi anni nella chiacchiera politica italiana - non-centroeuropeo e ai limiti dell'europeo in generale) e dovendo e volendo entrare in contatto con il mondo culturale maghrebino (andavo a tenere alcune conferenze a Tunisi, nel 1991) ho pensato non di andare a dissertare di problemi (?) di teoria letteraria, di Svevo Joyce e la cultura mitteleuropea o di Calvino Eco e Borges, ma di costituirmi e di presentarmi, proprio in quanto comparatista letterario di professione, come intermediario in atto - in servizio - tra la mia cultura europea e quella dell'occidentale Maghreb (Maghreb vuol dire "Occidente" e sta ad occidente dell'Italia).

Per operare autenticamente due vie ha lo studioso letterario che intenda costituirsi e presentarsi come intermediario, interfaccia o come meticcio interculturale; anche la vecchia metafora del "ponte" può ancora funzionare se la si intende come quella di un costrutto di collegamento su cui possono passare altri. Le due vie sono quelle del traduttore e quella dell'interprete. Interprete di sé alla luce dell'altro e dell'altro alla luce di sé. La luce scaturische dall'esperienza dei testi e l'interpretazione riguarda la vicenda (nel suo senso duale di "storia" e di "alternanza") e la reciprocità nelle quali si è coinvolti con l'altro attraverso la prevenzione dei testi.

Ho sperimentato questa pratica ermeneutica - in nome di quella che chiamo ascesi comparatistica - nei miei viaggi di studio, quando ho potuto e saputo farlo: nel mio scritto su Malta in noialtri europei; in quello sui giardini zen secchi giapponesi, in Slumgullion; in quello sul tango e gli altri di esperienza argentina, raccolti nel mio prossimo volume dedicato al viaggiare, Genio dell'incontro.

Questo metodo di costituirsi come possibili meticci transculturali e come traduttori (aghi con filo che passano da una parte all'altra e resta il cucito) è stato da me rivendicato nello scritto in onore di G.M. Vajda, "La littérature comparée comme discipline de la réciprocité" del 1994 (poi pubblicato in una versione italiana più vasta ed argomentata in Slumgullion) e ancora in "La letteratura del mondo oggi, 12 marzo 1994", lezione finale di un seminario comune tra Università e un Liceo classico-linguistico sperimentale di Roma.

Questo metodo discende, ma è meglio dire che fa corpo e strada e quindi consiste di alcuni principi ermeneutici comparatistici abbastanza "personali", come dire?, se pur molto generici e grossolani perfino: la letteratura è una conversazione libera con tutto il mondo (umano e non-umano), essa si prende cura dei discorsi che si fanno dall'uomo-donna a se stesso/a, agli altri umani, alla natura e alla storia; la filologia si prende variamente cura dei testi della letteratura, dalla lora materialità e tradizione fino alla valutazione; l'ermeneutica comparatistica, attraverso i testi letterari, ritorna a conversare con il mondo e ad educare, visto che è costituita e formata da una scienza (o non è meglio il termine gaddiano di cognizione?) che è quella che viene dall'esperienza della letteratura e non quella che viene da altrove e fa dei testi letterari i suoi oggetti. Il percorso indicato da questo metodo va nella direzione opposta, proviene da una sorgente diversa, segna tracce differenti, produce spirito d'altro profumo, quelli indotti e liberati dall'aureo principio erasmiano: lectio transit in mores.

Che cosa ho imparato e ho trasmesso attraverso l'interpretazione di testi della letteratura dell'immigrazione? Che l'incontro con l'altro - che rappresenta l'oggetto elettivo di uno studio della comparatistica letteraria internazionale più saggia e aggiornata, (penso al manualetto di Yves Chevrel, ad esempio) - ci trasforma e ci rende coscienti e difensori delle differenze e che in questo processo di trasformazione e di alterazione noi comparatisti dobbiamo offrirci non più come guardie frontaliere (cosa dobbiamo garder, proteggere, escludere, privare agli altri?) e non solo come ponti di servizio, ma come mutanti e meticci, come transessuali e bastardi esemplari, pur non essendo, spesso, né meticci di nascita, né transessuali, né bastardi ... Questo perché tutti possano essere educati alla conoscenza, all'incontro e alla cura delle differenze. Noialtri comparatisti europei e nordoccidentali in generale siamo più indietro di tutti su questo cammino e ci balocchiamo addirittura con "teorie" sulla fine della storia. Questo ritardo sembra aver a che fare proprio con la nostra ricchezza: tradizione antica e prestigiosa, biblioteche e accademie, l'invenzione della filosofia come, "visione del mondo" lo spiegamento universale della scienza (perfino letteraria) e il dominio della tecnica, delle armi, dell'econimia capitalistica, consumistica, spettacolare.

II. Viviamo tutti, comparatisti e meccanici, svedesi e nigeriani, in "the post-colonial world", come dice la studiosa inglese Susan Bassnett nel suo bel manuale recente di introduzione critica alla letteratura comparata. E la mia cara amica di Porto Alegre, Tania Franco Carvalhal nella sua sottile, ma pungente, sintesi di Literatura comparada del 1986, indica il "comparativismo" come metodo di "descolonização literária". La comparatistica letteraria più avanzata - al di là, direi, anche di quella più saggia ed aggiornata - pone ormai al centro del problema e della visione della Wetliteratur di oggi la questione della decolonizzazione. Come ho scritto ne Il rovescio del gioco: la Weltliteratur, la letteratura del mondo odierna è la letteratura del "terzo mondo". Solo che il terzo mondo letterario non esiste: è il mondo di oggi tutto insieme. Il mondo del rapporto-conflitto e della mischia migratoria tra nord-occidente e sud. In questo immane, doloroso ma benedetto, difficile e contraumano eppure fruttuoso garbuglio complesso e movimentato planetario di esodi e traduzioni, di incontri e di interpretazioni vicendevoli, di mediazioni e di meticciati, come di massacri e delitti, di sopraffazioni e miserie, di guerre e fami, di contrabbandi squilibri e sfruttamenti, fuori di ogni "ordine mondiale" ma dentro una complessità del dominio e della mescolanza, che fare?

A noi comparatisti europei spetta di cominciare a pensare e a praticare una ricerca, un'etica e un'opera di decolonizzazione reciproca e storica. Che significa? Che non possiamo soltanto continuare a studiare i nostri modelli e le nostre mappe mondiali, i nostri ben costrutti polisistemi e i nostri bei rapporti intraeuropei, meglio se "occidentali" e "comunitari", e a guardare con interesse e simpatia accademici - i più idioti - agli sforzi dei colleghi sudamericani, africani e asiatici e con qualche sorriso di sufficienza o addirittura di scherno a quegli europei che più che interessarsi al "terzo mondo", alla maniera di Jameson & Co. nordamericani e della "political correctness", ad esso sembrano consegnarsi e mischiarsi (senza alcun "assorbimento definitivo", però).

Il punto è che decolonizzarci per noi europei significa due cose strettamente connesse:
a) l'incontro sul nostro terreno, dentro le nostre patrie lingue e tradizioni con le culture dell'immigrazione (oltre che con il fenomeno sociale e politico che essa rappresenta),
b) questo fatto nuovo e inaudito dell'occidente europeo contemporaneo porta come diretta conseguenza che la decolonizzazione riguarda anche noi, proprio in quanto storici ex-colonizzatori. E cioè come colonizzatori di lunghissima e universale carriera.
La colonizzazione è una peste civile e secolare dalla quale dobbiamo risanarci proprio perché noi e solo noi siamo stati il suo focolaio primigenio che l'ha diffusa nel mondo. Se per gli altri la decolonizzazione è un processo di liberazioni e di bonifica lacerante dalla cultura dominante e "influente" dell'altro, in modo da poter sopravvivere con la coscienza dei diversi passati, delle perdite e delle abrasure, insieme con la volontà e la capacità di rivendicare tutti i diritti di cittadini della propria identità e del mondo; per noialtri europei de-colonizzarci vorrà dire risalire e sanare al contropelo della nostra storia, come diceva Benjamin, la nostra volontà di potenza che ha sottomesso il mondo per sfruttarlo a proprio vantaggio, secondo il modello e la convinzione della cultura superiore, civilizzatrice e "universale". E cioè - ora lo sappiamo e nessuno può più nasconderlo tra di noi - con un solo verso: quello occidentale.

Decolonizzarci significherà risalire e bonificare questa colpa grande per lo meno quanto tutta la così detta modernità e tuttora all'opera, ancora dominante, Se è vero che esiste un mondo che butta il pane e le derrate alimentari in eccedenza e un altro che muore senza acqua e grano; se è vero che esiste un mondo che chiede accoglienza attraverso le migrazioni e un mondo stretto e avaro che non sa e non vuole accogliere ma solo continuare a sfruttare ed espellere, considerando extracomunitari, fuori dalla comunità dei veri cittadini, se non proprio dell'umanità, quelli che fin ora erano i dannati della terra.

Questa opera - ermeneutica, etica e didattica prima ancora che politica (quale politica?) - di de-colonizzazione non può avvenire, però, attraverso una autonoma elaborazione teorica delle menti europee. Sarebbe l'ultimo e grottesco autoinganno della nostra antichissima volontà di potenza e del nostro solitario orgoglio inossidabile e "spirituale", della nostra filosofia fondamentale: "West is the Best", da Platone a Jim Morrison. Essa, di fatto, - non ve ne accorgete cari "compatrioti" occidentali, declinanti, deboli, politicamente corretti? - accade oggi ancora, in presenza e nell'incontro fisico dentro la nostra dimensione territoriale civile - "dalle nostre parti" - con gli altri. E gli altri non sono importanti solo perché sostituiscono i nostri figli non nati, perché "colorano" le nostre città, faticano nelle nostre campagne, arricchiscono il nostro gusto dell'esotismo caritatevole, ci fanno conoscere altri usi e costumi, danze e cibi diversi, lingue e tradizioni, perché sono belli, perché ci piacciono, perché risvegliano e attivano un po' il nostro senso perduto dell'ospitalità, perché ci inducono ad essere pacifici, tolleranti e cosmopoliti. La metà di questi argomenti sono chiacchiere, dell'altra metà val la pena di sospettare.

Gli altri che sono venuti a trovarci, che hanno imparato la nostra lingua e non se ne vanno più, provenienti da terre e lontananze che proprio noialtri abbiamo occupato, sfruttato e devastato e ora diciamo di aiutare, questi altri ci obbligano a un incontro e a un ascolto che deve convincerci a una nuova co-scienza, a una nuova e difficile pratica della reciprocità. Quella della nostra decolonizzazione attraverso il loro aiuto. Si tratta dell'esaltazione dell'accoglienza, della parità storica e della reciprocità come legge obliata dell'avvenire. È l'unica "teoria" possibile e decente: una pratica e un'etica vicendevoli, un vero e proprio contraccolpo ermeneutico.


III. Come si fa? Tenterò di mostrare qualche via praticabile nel senso che da me ho cercato di immaginare, elaborare e praticare attraverso le esperienze dei miei incontri (dei miei viaggi, soprattutto) e della didattica.

Ho parlato prima di "consegnarsi" all'atro. Quale è il significato proprio di questa proposta? Vuol dire forse rinunciare alla propria identità, annullarsi, farsi assorbire e assimilare dall'altro? Niente di tutto questo. Sarebbe un'idiozia, un errore e una disgrazia. Tutte cose delle quali il mondo è già pieno. Per esporre meglio il mio pensiero mi farò precedere da una lunga riflessione di Claude Levi-Strauss, un celebre passo dell'Elogio dell'antropologia, che è il titolo dato alla sua Lezione inaugurale pronunciata al Collège de France il 5 gennaio del 1960:

[...] Rispetto alle scienze naturali, beneficiamo di un vantaggio e soffriamo di un inconveniente: troviamo le nostre esperienze già preparate, ma esse sono ingovernabili. È dunque naturale che ci sforziamo di sostituir loro dei modelli cioè dei sistemi di simboli che tutelano le proprietà caratteristiche dell'esperienza, ma che, a differenza dell'esperienza, abbiamo il potere di manipolare. L'audacia di un procedimento simile è, tuttavia, compensata dall'umiltà, potremmo dire quasi dalla servilità, dell'osservazione così come la pratica l'antropologo. Abbandonando il suo paese, il suo focolare, per periodi prolungati; espenendosi alla fame, alla malattia, talvolta al pericolo; esponendo le sue abitudini, le sue credenze, e le sue convinzioni, a una profanazione di cui si rende complice, quando assume, senza restrizioni mentali né secondi fini, le forme di vita di una società straniera, l'antropologo pratica l'osservazione integrale, quella dopo cui non esiste più nulla, se non l'assorbimento definitivo - ed è un rischio - dell'osservatore, da parte dell'oggetto osservato.

Il comparatista letterario di pratica ermeneutica non trova le esperenze già preparate e non le sostituisce, quindi, con dei modelli o sistemi di simboli per poterle "naturalmente" manipolare. Il comparatista letterario, se accetta di discendere da un'istanza conoscitiva ed etica radicalmente ermeneutica, opposta a quella strutturalista e sistemico-modellizzante, non pensa che dopo una comprensione analitica dei testi e delle esperienze ("osservazione integrale") non esista altro se non il pericolo di cadere nell'assorbimento definitivo dell'oggetto osservato. Il comparatista fin dal primo momento sta e intende stare in un incontro, non può cadere nel "mare dell'oggettività", come diceva Calvino, ma cerca di tornare al mondo per sperimentare come ci si possa - vicendevolmente - consegnare all'altro. Affermo tutto ciò non per mettere in diretta competizione, che sarebbe improduttivo oltre che scorretto, antropologia e comparatistica letteraria, ma per mostrare con più evidenza, attraverso il loro dissidio, le caratteristiche proprie di una ermeneutica letteraria comparatistica ed anche perché negli ultimi decenni si è fatto un largo abuso di metologie strutturaliste nella critica letteraria che hanno fatto del testo e della sua esperienza "un dato già preparato" e pronto ad essere sezionato e classificato da modelli e sistemi.

Consegnarsi significa riportare alla memoria che solo il caso - "l'infinito labirinto delle cause e degli effetti", come dice Borges - ha voluto che si sia nati in un dato luogo del mondo - la patria - e che un luogo in cui si sta viaggiando ci si può rivelare, improvvisamente o col tempo, quello proprio dove ci piacerebbe restare a vivere (nell'aria, nei siti, nei volti, nella luce e nelle forme, nell'innamoramento: tutto quanto chiamiamo "mondo" e che la letteratura ha preso e prende in cura) invece che a casa propria. (Per sapere quanto vale Itaca leggete la poesia omonima di Kavafis e La Naissance de l'Odissée di Jean Giono).

Capita così proprio come a un texano o a un tedesco che decidano di stabilirsi a Roma o sulle colline toscane o come a chi non torna più da Marrakesh.

Consegnarsi rappresenta il vero riscatto dell'emigra-zione e dell'esilio e l'esaltazione della migrazione, libera e intrepida. Ma consegnarsi è anche, rimanendo nella propria terra, permettere a chi è venuto in migrazione di sentirsi, attraverso la nostra azione, cittadino e pari, libero di diventare quello che voleva, scrittore ad esempio, come il mio amico Salah Methnani.

Gli europei possono cominciare a decolonizzarsi a partire da questa esperienza di apertura alla reciprocità della consegna attraverso la conoscenza letteraria che apre a sua volta alle possibilità e ai mondi delle trasformazioni e traduce le esperienze attraverso la parità (non l'universalità, della quale ancora chiacchierano le filosofie nordoccidentali, anche le più deboli e aperte) delle differenze.

Ancora: gli europei debbono fare lo sforzo di riavvicinarsi alla propria origine: sepolta e trasformata ormai in storia sotto millenni di stratificazioni e inattingibile se non come mischia primitiva e successiva, palinsesto mobile, accatastamento di meticciati plurimi di popoli e di culture. E così arrivare a pensare e vivere la propria "europeità" e l'Europa stessa come un Provincia Mundi e non più e mai come Fatum Mundi e quindi a scambiare l'Amor Mundi con l'Amor Fati.

Essere comparatisti letterari europei oggi significa votarsi a questa pratica ascetica mondana, educatrice, rischiosa e benedetta, "in a post-colonial world".

Non ho risposto alla domanda: perché ho esordito parlando tanto e senz'altro di me? potrei replicare che questi tre paragrafi sono una giusta risposta. Ma posso cavarmela ancor meglio se rimando ad un passo del mio scritto sulla letteratura di immigrazione in Slumgullion. Lì dove (pp. 98-99) sostengo che la pratica ermeneutica comparatistica costituisce il critico come coinvolto e proprio dell'esperienza dei testi e degli incontri, per cui, viceversa, "ogni fenomeno letterario affrontato in senso comparatistico è mio".

Citandomi sono precipitato nel paradosso dell'accademismo più odioso e della adeguatezza, della consistenza stessa della mia appropriata stravaganza. Quella che assicura che questi tre paragrafi sono miei eppure già tuoi. Lo diceva Montaigne. Ciao.

(Università "La Sapienza")

Bibliografia



Bassnett, S.
1993 Comparative Literature. A Critical Introduction, Oxford UK and Cambridge USA, Blackwell.
AA.VV.
1994 Celebrating Comparativism. Papers offered for Geörgy M. Vajda and István Fried, Ed. by K. Krtösi and József Pál, Szeged.
Chevrel, Y.
1989 La Littérature Comparée, Paris, P.U.F.
Franco Carvalhal, T.
1986 Literatura comparada, São Paulo, Ed. Ática.
Gnisci, A.
1991 Noialtri europei, Roma, Bulzoni.
1992 Il rovescio del gioco, Roma, Carucci (IIa ed. Roma, Sovera 1993).
1994 Slumgullion. Saggi di lettera-tura comparata, Roma, Sovera.
Lévi-Strauss, C.
1967 Razza e storia e altri studi di antropologia, tr. it., Torino, Einaudi.
1994 Seminario di Letteratura Compa-rata, Liceo Ginnasio "G. De Sanctis" e Cattedra di Lettera-ture Comparate de "La Sapienza", Roma.



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